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Un tocco di minimalismo

    Purezza, linearità, assenza del superfluo. Queste sono le linee guida di Jil Sander, la stilista tedesca che ha fatto della moda un segno del rigore, tornata dopo due anni di assenza alla direzione artistica del suo marchio, proprietà del Gruppo Prada. Nella foto, veduta della sede di Amburgo: la facciata dell’edificio. Immersa in un parco che si affaccia sul lago Alster, la villa ottocentesca è stata restaurata nel 1996 dallo studio Gabellini Associates.

    Architettura “leggera”

      Un container riciclato, quattro ruote e molte brillanti idee: progetta case Jennifer Siegal, fondatrice dell’Office of Mobile Design di Venice (California), e sono case da puro “sogno americano”: indipendenti, essenziali, integrate nella natura, poco costose. E mobili. Per disegnarli Jennifer si ispira all’architettura “leggera, pratica e veloce” del Manifesto Futurista. Aggiungendoci una buona dose di utopia ecologista.

      La ristrutturazione di un loft

        L’abitazione di Andrea e Nicoletta Branzi si trova a Milano nel quartiere Bovisa, in un’area dove si alternano insediamenti residenziali e industriali di varia tipologia. Ricavata dalla sapiente ristrutturazione di un ex laboratorio artigianale del 1932, si presenta come un edificio estremamente luminoso, circostanza rara per i fabbricati della zona. Entrando, si ha subito una sensazione particolare, determinata dalla trasparenza assoluta delle pareti perimetrali.

        Decorazioni d’interni

          Evoca i fasti degli accampamenti napoleonici il trompe-l’oeil della “stanza tenda” che Idarica Gazzoni, pittrice e decoratrice d’interni, ha dipinto nel salotto della sua casa milanese. A sottolineare l’ispirazione, un letto di ottone smontabile usato nei campi militari anglo-indiani, una poltrona rivestita con un tessuto “George Smith”, oggetti di famiglia e il tavolino coloniale pieghevole.

          L’Ècole des Beaux-Arts francese

            Lo sviluppo dell’architettura francese dell’ultimo secolo può essere compreso solo se si considera l’importante ruolo che l’Ècole des Beaux-Arts ha avuto e continua ad avere. Per tutto un secolo ha attirato come una calamita studenti di architettura di diversi paesi e tuttora americani e polacchi, serbi e spagnoli frequentano questa scuola per imparare a progettare teatri o edifici del governo in stile barocco e tornare poi in patria con l’ambito diploma.

            Un rifugio nella pianura pontina

              “Da qui a sin dove lei riesca a chiarirmi le opere effettuate le sarò riconoscente”. Così, nel 1779, il papa Pio VI si rivolgeva a Gaetano Rappini. L’uno di fronte all’altro, protetti dal cocchio papale, attraversavano quella pianura pontina dove assopirsi in viaggio, anche un attimo, poteva costare molto caro. Anche la vita. E non per mano dei briganti, che pure non mancavano. Il killer vero era una piccola zanzara. Di comune radice bolognese, il papa si era affidato a Rappini, ingegnere con alle spalle due bonifiche nel Ravennate e nel Ferrarese, per risolvere il problema di quell’immenso acquitrino. E con lui era in viaggio di ricognizione. “Santità io non oso la sua destra”, rispose con deferenza l’ingegnere.

              Da convento a residenza privata

                Un oasi verde, in un cortile di un vecchio palazzo nel centro storico di Milano, dove nell’Ottocento c’erano le scuderie di Radetzky e, più tardi, la bottega di un imbianchino. È questo il territorio segreto di Enzo Mari, guru del design internazionale. L’appartamento, dove da più di trent’anni Mari vive con la moglie Lea Vergine, critico d’arte e autrice di testi sull’arte contemporanea, e ritagliato nella parte interna del palazzo, forse in origine dimora di un convento, e guarda sul cortile invaso da una grande magnolia e da un glicine che copre il terrazzo. Le stanze sono quiete e la luce muta con le stagioni e le ore del giorno.

                Nel suo studio, Enzo Mari si è costruito un ballatoio-biblioteca che ridisegna lo spazio. Elementi d’arredo sono essenziali: la libreria componibile in plastica “Glifo”, prodotta negli Anni 60 da Gavina, il tavolo “Rio di ferro” disegnato per Robots, il dondolo in faggio e alluminio verniciato “2003-1”, recentemente progettato per Thonet. In primissimo piano, una lampada che fa parte della serie “Aggregato”, progettata per Artemide nel 1974.

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                “La qualità della propria vita dipende in gran parte da quella del proprio lavoro. La casa più bella è quella vissuta come luogo di vita totale, non solo come luogo di rappresentanza”. Sono frasi che, in una lunga conversazione con Enzo Mari avvenuta guardando un bosco in miniatura, con alberi nani potati e allevati con cura, diventano sintesi di un messaggio che pone il lavoro al centro dell’esistenza. E tutto questo con grande passione. Forse la stessa con la quale Mari cura le sue piante. Progettista di fama di “oggetti d’uso”, maestro della creatività, Enzo Mari ha una visione etica del progetto, una filosofia rigorosa, che l’ha accompagnato negli oltre quarant’anni della sua carriera. Intransigente con gli altri e con se stesso, è sempre pronto a porsi domande sul significato del design e, a più di settant’anni, è perennemente in cerca di risposte sui valori dell’arte e della vita. Questo inquieto artista designer è autore di una grande varietà di tipologie di progetto e di ricerca artistica: i giochi per bambini studiati negli Anni 60 per Danese, la grafica per le edizioni Boringhieri, i calendari, le tante sedie dai nomi femminili come “Delfina”, “Tonietta”, “Paolina”, il letto “Tappeto Volante” (quello con i cherubini di Raffaello che hanno fatto il giro del mondo), le lampade, i vasi “Fitomorfici”, le porcellane e le pentole. Tanti di questi oggetti sono entrati nelle case di tutto il mondo. E i riconoscimenti non sono mancati: quattro Compasso d’Oro, molte opere esposte in importanti musei del mondo, dalla Galleria d’arte moderna di Roma al Moma di New York e allo Stedeliyk Museum di Amsterdam. Apparentemente scontroso e solitario, Enzo Mari è un personaggio che ama comunicare. E polemizza con mordente ironia, non solo con gli altri, ma anche con se stesso. Oltre che con il mondo dei consumi. Ma soprattutto ama teorizzare. E per descrivere il suo ideale di casa si rifà a una allegoria intitolata Che abitare, uno dei tanti suoi apologhi. Per una mostra a Verona, qualche anno fa ha costruito, insieme con gli scenografi dell’Arena, un grande spazio, con alcuni mobili essenziali. Ma gli elementi più importanti della stanza erano una grande finestra e la vista di un paesaggio. Dentro la stanza di Che abitare, ben ordinati, alcuni utensili da lavoro e un’incudine facevano parte dell’arredo. Insomma, lo spazio di un artigiano, di un creativo un po’ sognatore. In realtà, un ambiente sereno. A Mari non piacciono le case progettate solo dagli architetti, che sono spesso troppo definite e non si adeguano, nel corso del tempo, alle esigenze di chi le abita.

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                E sostiene che chi progetta una casa deve essere anche psicologo. Per sviluppare il concetto che gli sta a cuore, cioè che la casa più bella è quella vissuta come luogo di vita totale, parla di un gioco che ha progettato per una rivista tedesca circa trent’anni fa, poi messo in produzione da Danese. Si chiamava “Living” ed era nato dall’idea di rendere consapevole il bambino della complessità del mondo reale e di renderlo autore delle proprie scelte. I quesiti posti nel gioco prendevano in considerazione la dimensione della casa, i rapporti familiari, il vicinato, il quartiere e l’ambiente. “La qualità della propria casa dipende da questi elementi reali, che i casi della vita hanno determinato. I modelli che la pubblicità, l’industria e il mercato ci propongono spesso non corrispondono alla realtà. E non la migliorano”. A questo punto una domanda diventa inevitabile: può il design modificare i comportamenti delle persone, migliorare la nostra vita? “Se penso al design come a un’operazione tecnica, che mira a fare delle cose utili e nient’altro, allora la risposta è negativa. Se la forma di un oggetto dipende solo dalla funzione per cui l’oggetto è fatto, è banale. La qualità è ciò che trascende le funzioni. La bellezza è la sostanza. Allora le forme sono eterne, non continuamente rinnovabili come richiede oggi il mercato. Ogni buon progetto si nutre di piccoli dettagli, che fanno la differenza. Un esempio famoso? La leggera piega della bocca che determina la bellezza della Gioconda e il suo sorriso enigmatico. O, più semplicemente, la bontà di un cibo, che non dipende solo dalla tecnica del cuoco, ma da un quid incalcolabile”. La conclusione del maestro è in parte ottimista: “Se noi viviamo in un mondo non del tutto orrendo, non da incubo, il merito è della qualità di alcune cose, che non sono, per esempio, solamente le sedie. Ma sono le opere d’arte, le poesie, i romanzi, una canzone. O un bel paesaggio. Dovendo fare delle cose, delle piccole cose, si cerca di farle al meglio, con passione”. E, sorridendo, Mari non si vergogna di dire che è relativamente bravo, precisando che oggi, fra tanto kitsch, un minimo di dignità sembra bravura. “La bellezza è qualcosa che trascende le funzioni. Come in quelle composizioni giapponesi del X secolo, che in pochi versi descrivono fatti naturali: è sera… una foglia di salice casca in un piccolo lago… il sole sta tramontando… Le parole sono messe in modo tale per cui, leggendo quelle poesie, si ha di fronte la melanconia del mondo, si capisce l’Universo. Ecco, io penso che questa sia la bellezza, ma non so cosa sia il design”.

                Una parete dello studio, un po’ laboratorio e un po’ Wunderkammer. In una vecchia casella della posta recuperata nella portineria di casa, Mari ha accumulato nel tempo gli oggetti e le memorie più disparate e alcuni attrezzi del suo lavoro di “artista-esploratore”: quaderni, album, astucci per matite da disegno, pennelli e pennarelli. E poi carte da viaggio, cartoline, modellini di animali, legni fossili e ricordi di famiglia. E anche una corda da salvataggio e il modellino di uno scheletro. L’armadietto a cassettini da merciaio è stato comprato a Parigi.

                Nel soggiorno, il camino disegnato dallo stesso Mari in mattoni con intonaco grezzo e assomiglia a uno Ziqqurat. Vicino al camino la storica sedia progettata nel 1934 da Gerrit T. Rietveld, un pezzo originale in olmo grezzo, con i bulloni a vista. Il divano grigio è un prototipo disegnato da Mari e mai entrato in produzione. Il divano-letto alla parete è “Daynight” disegnato per Driade. Sulla libreria componibile “Glifo”, due strutture modulari in alluminio anodizzato, arte programmata degli Anni 60, frutto di una ricerca estetica di Mari sulla percezione dello spazio tridimensionale.

                Sul ripiano della libreria “Glifo”, in una parete del soggiorno, la lampada “Polluce”, disegnata per Artemide nel 1963. Sul lato opposto, un modello per l’allegoria “Eppur si muove”, progettato da Mari nel 1979 per la XVI Triennale di Milano, in cui si leggono le parole “Rivoluzione -Restaurazione”. La tela è di Bepi Romagnoni e il tondo è di Karl Gerstner, opere degli Anni 60. Una ceramica a palla di Luigi Mainolfi è posta accanto a un galleggiante da pesca trovato dal padrone di casa in Islanda.

                La casa di una designer

                  Design a tutto tondo, dalle lampade per FontanaArte agli accessori in pelle per Dior, Daniela Puppa abita a Milano, in un antico appartamento in cui le stanze si susseguono l’una all’’altra. Un’ampia veranda si affaccia all’ingresso. Alle pareti una collezione nata per caso sui tema della palma. Le bergère in tinta neutra sono abbinate con audacia ai sedili leopardati Anni 40 e a due poltroncine in midollino di Jacobsen degli Anni 50, rieditate da Cappellini. In primo piano il divano Mokambo di Brunati su disegno di Daniela Puppa. La lampada a stelo è “Obi”, disegnata da Puppa per FontanaArte-Candle.

                  Un’esperta decoratrice d’interni

                    In casa di Daniela Micol Wajskol. a Milano, il soggiorno ha le nuances del crema per scaldare “la luce della città che e grigia”, dice da esperta decoratrice d’interni. I divani su disegno sono rivestiti in pesante lino grezzo. Sopra il camino, un arazzo fine 800 accende di colore la stanza: è un antico scialle usato dalle spose nel Turkestan occidentale. I quattro disegni di architetture sono del 1700. La console è rivestita con il tessuto che si usa per i materassi.

                    Una fabbrica trasformata nella casa dei sogni

                      Cercava una casa in campagna Rodolfo Dordoni, architetto milanese, grande e versatile firma di celebri aziende del design Made in Italy. Grazie a una ex fabbrica di misuratori di gas ha risolto brillantemente un problema apparentemente insolubile: cambiare stile di vita, immergendosi nella natura senza lasciare la metropoli, anzi, abitando appartato in una moderna villa di città, a pochi minuti dal centro di Milano.

                      Una personalità del design

                        Negli Anni ’70 ha introdotto il design nei grandi magazzini, negli 80 ha riscoperto creatori di stile dimenticati, nei 90 ha ideato l’immagine di alberghi per il “nomadismo contemporaneo”. Ora Andrée Putman firma una sua collezione di mobili. Le sedie fanno parte della linea “Croqueuse de diamant”, in faggio tinto patinato. Il rivestimento è in finto crine, una fibra sintetica prodotta da Michael Maharam, New York.

                        Il rapporto tra terreno e fondazioni

                          Ogni edificio può essere considerato come un organismo, una struttura, vale a dire un complesso di rapporti fra le varie parti che lo compongono, fra loro, all’interno dell’edificio stesso, e con l’ambiente in cui questo si inserisce.

                          Il progettista costruisce la logica di questo sistema di rapporti e, lungo tutto l’iter della progettazione, ne controlla e risolve i punti nodali. Parallelamente alla costruzione di tale sistema, che caratterizza l’organismo architettonico, il progettista sviluppa una serie di scelte d’ordine grafico finalizzate a un’adeguata comunicazione e rappresentazione del progetto.