Cercava una casa in campagna Rodolfo Dordoni, architetto milanese, grande e versatile firma di celebri aziende del design Made in Italy. Grazie a una ex fabbrica di misuratori di gas ha risolto brillantemente un problema apparentemente insolubile: cambiare stile di vita, immergendosi nella natura senza lasciare la metropoli, anzi, abitando appartato in una moderna villa di città, a pochi minuti dal centro di Milano.
Un cubo di cemento dalle grandi vetrate calato tra le rive del Naviglio e la zona industriale di Porta Genova: chi conosce Milano sa che è uno dei quartieri più di tendenza e che le grandi officine dai tetti a punta sono adesso eleganti loft abitati dai noti nomi della moda e del design. Così, in un certo senso, a Rodolfo Dordoni, sobrio e misurato (e lo si capisce anche dagli oggetti che firma), quasi dispiace abitare in un posto diventato così alla moda e in una casa che sembra incarnare i sogni up-to-date dell’abitare: spazio, tanto spazio e fluidità: al pian terreno un grande soggiorno che diventa zona pranzo e poi cucina. Al piano superiore l’intimità e la privacy: un ballatoio-studio con camino e una camera da letto che ha l’ampiezza di una suite e il panorama di una casetta sugli alberi. Il tutto ritagliato dentro un giardino che fa da seconda casa, da paesaggio a tutt’altezza e registra felicemente le stagioni: d’inverno trasuda nebbiolina lombarda e d’estate si attrezza da villaggio vacanze con piscina e cucina all’aperto. Dordoni dice che, se non avesse trovato questo edificio dismesso, si sarebbe trasferito in un qualche angolo della campagna padana. “Ero stanco di vivere nel centro di Milano, volevo aria, volevo poter tenere ancora un cane”. Con la casa, puntuali ne sono arrivati due, Rocco e Uma, due fortunati quattrozampe che hanno un pian terreno, un secondo piano e un giardino a disposizione, tanto che la casa è disseminata di ciotole e lettini. Lui dice anche di essere un orso e che questa casa, per metà villa di campagna e per metà loft metropolitano, risolve brillantemente il dilemma esistenziale di vivere appartato in mezzo alla gente e che, se fosse finito davvero in campagna, la sua inclinazione alla solitudine ne sarebbe stata rafforzata. Il dilemma si coglie un po’ dappertutto. È il contrasto tra l’austerità di una certa Milano e il concedere che la casa parli anche di chi la vive. Per esempio, non ci sono ricordi di viaggio, foto, oggetti di famiglia. Tutto è contemporaneo e orchestrato per affinità di gusto tra le cose disegnate dal padrone di casa (spesso Dordoni sperimenta qui, cambiando l’arredamento con prove di nuove collezioni) e sceltissimi classici del design del secondo ‘900. “Lavoro molto”, dice, “qui mi rilasso, cucino per i miei amici. Non so bene cosa voglia dire”, sorride, “ma in questa casa si dovrebbe capire che sono un vergine ascendente scorpione”. Progettualmente la casa è un esercizio sull’uso delle proporzioni (razionalità) e su spie di domesticità (sentimento) stemperate in un grande spazio moderno e austero. Ma il cuore è antico e sta, misurato, in cucina: un laboratorio con forni e stoviglie oversize dove Dordoni, ottimo cuoco, accumula sulle mensole gli ingredienti-ricordo di cene da gourmet.

Uno angolo del grande soggiorno: l’ambiente corre lungo due lati della casa e finisce in cucina, è un open space cinto dal giardino e organizzato in una parte pranzo e in una zona conversazione. Quasi tutti gli arredi sono pezzi disegnati da Rodolfo Dordoni per Minotti, come il divano viola Nolan Large, il sistema modulare di tappeti Newman carpet, il tavolino Kitaj e la poltrona con poggiapiedi Blake. Il grande pouf è un vecchio letto rivestito di cavallino, un ricordo della casa che Dordoni aveva nel centro di Milano.
Ancora un’immagine del soggiorno di Rodolfo Dordoni, un ambiente fluido, non di rappresentanza, con opere d’arte informalmente appoggiate al pavimento e pochi scelti pezzi di un modernariato: come la curiosa Wiggle Side Chair, In cartone, di Frank Gehry (Vrtra) e classici come la lampada Toio di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos, o i vetri di Ettore Sottsass. Poltrona con poggiapiedi “Blake” di Dordoni.

Al piano superiore, nella parte sinistra del ballatoio che porta alla zona notte, è stato ricavato uno studio schermando due finestroni che avevano un panorama poco interessante e sistemando davanti una grande libreria fatta su misura, che ingloba anche il camino. L’angolo conversazione è formato da una coppia di chaise-longue Hockney disegnate da Rodolfo Dordoni per Minotti, e dalla Coconut Chair di George Nelson prodotta da Herman Miller. La lampada e la Taccia, un classico di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos.
La stanza da letto, dove, come nel resto della casa, prevale la scelta di Dordoni di circondarsi di mobili e di oggetti disegnati da lui stesso: il letto è il Vulcano disegnato per Flou, la lampada è la Lumière disegnata per Foscarini. La cucina, una stanza-serra che ha il suo doppio oltre le vetrate in una porzione del giardino, è attrezzata con i fornelli per cucinare all’aperto. Un dettaglio della zona pranzo, una porzione del soggiorno che confina con la cucina: il tavolo è un prototipo disegnato dal padrone di casa, le sedie, da ufficio, di Charles Eames, sono state acquistate in un mercato. La lampada è l’Arco di Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos.

