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Architettura neo-organica

    Non poteva mancare Frank Gehry con la sua ossessione per la forma-pesce (nella foto, il Villaggio Olimpico di Barcellona), tra i protagonisti di Zoomorphic, curiosa mostra dedicata alle architetture ispirate agli animali, una delle tendenze più rilevanti dell’architettura contemporanea (al Victoria & AIbert Museum di Londra, sino al 4 gennaio).
    L’unione tra architettura e regno animale ha partorito edifici che somigliano a trofei urbani di caccia e pesca.
    Le architetture zoomorfe sfidano le possibilità delle nuove tecnologie di progettazione, in grado di imitare le forme delle creature animali anche nella logica strutturale, come disegnati dall’interno Reta/7 Warehouse di Wiikinson Eyre Architects.
    Banche che sembrano ostriche, ponti simili a gamberoni, musei come code di balena o corazze di armadilli, case in forma di stelle o ricci di mare, ville adagiate come mante che nuotano su fondali sabbiosi, tentacoli, pinne, antenne che fanno capolino tra strade e piazze: non ce ne siamo accorti, ma in questi anni nelle nostre città sono cresciute strane creature che ricordano quei “mostri” che gli esploratori del Settecento esponevano all’ammirazione di tutti nelle apposite “camere delle meraviglie”. Hugh Aldersey- Williams, giornalista e critico, si è guardato intorno e ha censito una quarantina di edifici animalier, ritrovando importanti esempi della tendenza tra le grandi firme della progettazione internazionale.
    Da questo è nata Zoomorphic, la mostra del Victoria and Albert Museum di Londra dedicata al ritorno della natura nell’architettura contemporanea, da Frank Gehry a Santiago Castrava, da Lord Foster a Renzo Piano, da Greg Lynn ad Asymptote.

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    In fondo non c’è niente di nuovo. Si dice che gli architetti ogni cinquanta anni flirtino con le forme ispirate dalla natura: un secolo fa Gaudì confessava che il suo maestro era stato un albero e Tiffany ornava le sue lampade di creature marine. Ma in questo revival, in questo guardare ancora alla natura in cerca di idee, c’è qualcosa di diverso e decisivo. Ora che le tecnologie digitali e i nuovi materiali permettono di costruire per davvero le forme più strane e bizzarre, la natura è più che fonte di ispirazione, un repertorio di sfide a muri e angoli retti.
    Un altro edificio interessante, progettato dallo studio Birds Portchmouth Russum per il lungomare di Morecambe, cittadina inglese nota per la pesca dei gamberi.
    L’interno del DZ Bank Building a Berlino di Frank Gehry: la cupola di vetro è disegnata con l’aiuto di Jórg Schlaich, uno dei grandi ingegneri tedeschi, già collaboratore di Frei Otto per il rivoluzionario stadio delle Olimpiadi di Monaco. In questo caso Gehry si è ispirato a un’ostrica con tanto di perla. In altri progetti, Gehry ripropone la forma di un pesce: una sorta di mascotte che risale agli anni dell’infanzia, quando, dicono i biografi, la nonna dell’architetto usava allevare le carpe nella vasca del bagno. Gehry progetta servendosi di programmi computerizzati studiati per l’industria bellica.

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    Architettura Zen

      Linee orizzontali In accordo con le prospettive infinite del deserto, grandi coperture per creare zone d’ombra e refrigerio. Nel deserto del Mojave, sud-est della California, tra pochi mesi una rigorosa architettura fatta di superfici geometriche e materiali contemporanei sarà la sede di un nuovo ritiro buddista della corrente Zen.
      Con bagni termali, aule per la meditazione e l’insegnamento, dormitori per circa 60 persone. Oggi sono più di 4 milioni gli americani seguaci della dottrina buddista in tutte le sue varianti, da quella tradizionale indiana a quella della pratica Zen, che mescola pensiero indiano, cinese e giapponese.

      Nella cornice scabra e fascinosa del grande West, per l’esattezza nel deserto californiano del Mojave, sorgerà la prossima primavera il ritiro buddista del maestro novantaseienne Kyozan Joshu Roshi, affidato alla matita esperta dello studio Predock – Frane, già noto per aver progettato e costruito da poco un altro centro buddista nel New Mexico. “Il rituale Zen è strettamente collegato al luogo e alla natura, a visuali, venti e angolo solare”, spiega l’architetto Hadrian Predock. “Ecco perché alcune parti dell’edificio sprofondano nell’oscurità del terreno desertico, altre si elevano per approfittare al massimo del flusso dei venti e del soleggiamento”.
      Ed è un chiaro rimando alla natura anche il ciclo progettato per utilizzare l’acqua termale della zona. “L’acqua a 55 gradi viene convogliata dalle viscere della montagna Little San Bernardino in una vasca sotterranea per bagni invernali e notturni.

      Si riversa poi in una grande piscina al centro del complesso, poco profonda, circondata da cactus, yucche e altre piante del deserto, dove la temperatura si abbassa. Infine l’acqua torna alla natura, attraverso l’irrigazione del terreno riarso, creando un effetto-oasi”. Il ritiro dà origine dunque a un vero e proprio parco naturale, che in alcuni periodi dell’anno sarà aperto al pubblico per campeggio e picnic. Il deserto, dice Predock, ha ispirato anche la scelta dei materiali con cui è costruito il ritiro. “L’alluminio corrugato rimanda alla pelle dei cactus, l’acciaio corten (effetto ruggine) ricorda le carcasse di auto abbandonate e altri resti tipici del deserto.
      Gli ambienti vogliono assomigliare all’interno di quarzo lattiginoso del geode, la pietra simbolo del deserto”. Il fresco del sottosuolo e le correnti dei venti sono sfruttati con criteri bioclimatici per ventilare le aule e i dormitori.
      Volumi geometrici che sembrano fluttuare nello spazio metafisico del deserto: il ritiro buddista Zen del maestro Roshi sorgerà su progetto dello studio di architettura Predock-Frane di Santa Monica, California.
      Per ripararsi dalla calura del deserto, i dormitori sono stati ricavati nel sottosuolo, e gli ambienti alla quota del deserto, con le aule per l’insegnamento e la meditazione (immagine sotto), i bagni rituali, e gli appartamenti del maestro Roshi, sfruttando i venti prevalenti secondo i criteri della bioclimatica.

      BOX PER LA STORIA

        Mentre le vecchie cabine telefoniche stanno scomparendo, soppiantate dai cellulari, altre cabine fanno la loro comparsa nei punti di maggior passaggio delle metropoli americane: sono le StoryBooth (la prima nell’atrio di Grand Central Station a New York ), studi di registrazione dove chiunque, guidato dalle domande di un intervistatore virtuale, può raccontare la storia della propria vita e averne copia su un cd.
        L’idea è di Sound Portraits Production, una radio che produce documentari.

        Piante, una fioritura infinita

          Sono così tanti e diversi da poter riempire di colore e profumo un immenso giardino per un anno intero. Talmente belli da creare, da soli, un’atmosfera di magia. Facili al punto da fiorire in un qualsiasi contenitore improvvisato. E regalare un angolo di gioia alla casa.

          Nella foto, cresciuti in bottiglie di plastica tagliate a metà e forate, i profumati giacinti e i ciuffi verdi dei narcisi creano composizioni raffinate dall’aria casuale. La semplice cassettina da lavoro in legno è perfetta per gli attrezzi da giardiniere necessari a curare i bulbi. Quasi tutte le varietà di tulipano, oltre 5.000, possono fiorire in contenitori da tenere in casa: quelle medio-piccole sono più indicate allo scopo.

          All’ultima edizione di Floriade, in Olanda, qualcuno ha messo i tulipani a testa in giù. Corolle dentro l’acqua e bulbi fuori dal vaso, da ammirare come fossero bouquet. Non ce n’era bisogno: sappiamo da tempo che i veri gioielli sono loro. I bulbi, appunto, piccoli, autonomi forzieri dall’apparenza poco invitante, ma custodi di un tesoro. Così panciuti e ricchi di riserve da fiorire anche senza terra. Nel XVII secolo, la tulipomania portò nobili e contadini a investire cifre folli nell’acquisto di un bulbo. Al punto che nel ‘700, con l’evoluzione nella giacintomania, in Olanda un solo esemplare della nuova varietà Admiral Liefken fu addirittura acquistato per l’equivalente di 10.000 euro attuali. Oggi basta molto meno per procurarsi una manciata di questi preziosi frutti della terra, ma la soddisfazione nell’accudirli e vederli crescere rimane grande. Questo è proprio il momento di godersene la fioritura, in giardino e anche in casa: tulipani, iris, giacinti, narcisi, muscari e allium più o meno profumati, incandescenti di colore o nelle delicate tinte pastello, giganti o non più alti di quattro centimetri, rustici oppure delicati. Ce ne sono per tutti i gusti, eppure sempre più spesso vince la semplicità: i più amati sono i capolini un po’ selvatici, le corolle davvero essenziali e i petali in tinta unita.

          Quando i bulbi primaverili sono in fiore, è tempo di mettere a dimora le bulbose estive e autunnali. I gladioli, le crocosmie, le gloriose e gli agapanti piantati adesso fioriranno alla fine di luglio. Le begonie tuberose, le dalie e le canne da fiore sbocceranno da agosto a ottobre. Colchici, crochi d’autunno e ciclamini di bosco schiuderanno le corolle ai primi freddi. Salvo poche eccezioni, è buona regola interrare i bulbi a una profondità pari a tre volte il loro diametro.

          Un esercizio rilassante anche se il tempo è sempre poco: basta un metro quadro dello spazio domestico allestito con aiuole immaginarie disegnate da vecchi mattoni. Qui fioriranno i bulbi messi a dimora in autunno in bottiglie di plastica e vaschette per ortaggi riciclate, abbandonati in balcone al freddo fino a primavera e portati in casa solo quando saranno in boccio. Al caldo, dopo pochi giorni si schiuderanno.

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          Giardini in miniatura
          Una cassettina in legno riciclata può accogliere il mini-giardino di crocus, che sono fra i primi fiori a sbocciare. Stretti parenti dello zafferano, di cui hanno anche il tipico profumo, si possono scegliere in una delle loro svariate sfumature. Come tutte le bulbose cresciute in piccoli contenitori, dopo la fioritura vanno messe a dimora in piena terra.

          Le bulbose primaverili devono buona parte della loro popolarità alla facilità di coltivazione. Solo due cose devono venir loro garantite: il freddo e una “vecchiaia” tranquilla. Senza l’inverno i bulbi non fioriscono: lo sa bene chi nelle regioni più calde li conserva in frigorifero fino a Natale, per poi interrarli. Il buon invecchia
          mento serve a nutrire bene il bulbo: le foglie non vanno recise dopo la fioritura, ma devono appassire naturalmente. Con questi presupposti, andranno avanti da soli per anni. E noi, forse, avremo il tempo di cercarne di più curiosi. Per esempio da Floriana, il vivaio di Monte Porzio Catone con un infinito numero di varietà.

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          La casa sugli alberi

            In un bosco vicino ai monti Ozark, Arkansas, Fayetteville Tower è una casa-torre pensata come osservatorio e come un luogo per il contatto diretto con la natura. L’ascensione offre visuali incrociate del sottobosco, attraverso la struttura semitrasparente in listelli di legno di quercia.
            Raggiunta la quota delle chiome d’albero, ci si trova in una “camera con vista” affacciata sul panorama. E, ancora più su, in una terrazza protetta da pareti in cui il paesaggio si trasforma in quadro.
            Un punto di vista privilegiato, un rifugio in mezzo al cielo, una casa verticale per fine settimana da eremita.
            È questo che aveva in mente il signor Keener quando, tre anni fa, si rivolse allo studio d’architettura Marion Blackwell perché progettasse una torre nella sua tenuta di 30 ettari in Arkansas, con vista sui monti Ozark.
            E poiché conservava il ricordo memorabile di giorni e notti passati da bambino in una casa sugli alberi costruita da suo nonno, quella era l’immagine che si era fatta del nuovo rifugio. Così è nata Fayetteville Tower.
            Un edificio di circa 25 metri che fino alla metà della sua altezza è perlopiù una scala d’acciaio, rivestita in parte con listelli verticali della stessa quercia che popola i boschi circostanti, con effetto trasparente, in parte con pannelli orizzontali di legno pieno.
            Il primo piano utile è a quota 12 metri: un piccolo locale macchine racchiuso dalle scale. Una rampa ancora, e si arriva alla porta d’ingresso, al cui livello sono stati ricavati bagno e lavanderia.
            Per arrivare all’osservatorio-living, l’ambiente clou della torre, occorre arrampicarsi ancora. Ma ne vale la pena.
            Perché questa grande stanza quadrata con pareti interamente a vetri offre una prospettiva inaspettata del bosco, che da qui è una morbida distesa di chiome dalle mille sfumature. Ultima rampa e ultima tappa, una stanza a cielo aperto con parquet. Sulle pareti sono ritagliate inquadrature di paesaggio.
            Pareti perlinate e parquet a pavimento, come in un interno, nella stanza a cielo aperto che corona Fayetteville Tower.
            Qui la vista primaria è quella del cielo. Mentre su due delle pareti sono aperte inquadrature sul paesaggio.
            A destra, la porta d’ingresso della torre. Il terreno è rivestito con pietra e gusci di noce.
            L’osservatorio-living, unico ambiente della torre a offrire una vista a 360 gradi, è anche l’unica vera stanza abitabile di Fayetteville Tower.
            L’inquadratura dal basso mette in risalto la doppia natura del rivestimento: in parte pieno e in parte formato da listelli sfalsati che lasciano intravedere la struttura della scala d’acciaio.

            Mix di elementi occidentali e giapponesi: Oki Izumi

              Rigorosa e armoniosa come lei, la sua casa riflette in modo perfetto la sua doppia cittadinanza: giapponese di origine, milanese da vent’anni. Abitazione, laboratorio, galleria coabitano in un ordine preciso e sereno.
              Una essenziale scaffalatura bianca fa da espositore alle ultime opere di Oki Izumi: forme concluse o slanciate verso l’alto, composte da centinaia di lamelle di vetro tagliate e aggregate con precisione intransigente. In basso, l’artista con una scultura montata all’interno di un’intelaiatura di ferro al naturale.

              Un particolare del tavolo con piano in cristallo; accanto al portamatite la piccola scultura Ix. La sedia accanto alla scrivania a onda (disegnata da Izumi) è di Philippe Starck per Baleri.

              Tavolo con struttura di metallo e piano in cristallo di Baleri; sedie “Barocca” dello scultore Pierantonio Volpini con la seduta di velluto rosso: una sorta di Luigi Quindici da osteria, delle rococò pieghevoli. Sulla parete una scultura di Valerio Gaeti. Divano artigianale rivestito in seta cruda. Sui ripiani della libreria, diverse opere di Oki Izumi. L’area dedicata alla cucina è uno spicchio tagliato all’interno dell’open space e isolato da quinte scorrevoli a tutt’altezza: una volta chiuse formano un volume bianco che si mimetizza con le pareti e l’armadio a muro.

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              La casa di Oki Izumi è come lei, precisa, forte e leggera. E’ una casa per certi versi milanese ed è senza dubbio una casa giapponese. Bianca e minimale come si usa adesso, in modo quasi ossessivo, a Milano; ma l’involucro bianco, fatto di muri, contenitori e quinte che si confondono gli uni negli altri ripropone l’essenza delle case giapponesi, dove gli oggetti scompaiono, chissà dove. Izumi ci fa entrare e sorride. Per lei sorridere è naturale come respirare. Però ogni tanto si sospende. Diventa buia un momento, per riflettere meglio. Poi si esprime, e non sono mai parole attese e scontate; è tonificante. Tutto quello che dice, lo pensa fino in fondo. Mentre parla non sorride, quando ascolta sì. Parla e ascolta sempre con attenzione.

              Per trasformare un classico bilocale in questa casa a scomparsa Oki Izumi si è rivolta allo studio di Anna Clerici e Maddalena De Molinari, due architetti noti per il loro purismo: l’incontro tra tre donne intransigenti non poteva che sortire questo risultato rigoroso. Solo che, abitato da lei, questo spazio diventa naturale, per niente artificioso. L’equilibrio delle opere, della vita, della casa e della persona di Oki Izumi non hanno preso la forma della simmetria. L’equilibrio suo, dei suoi volumi e dei suoi lavori è come quello naturale: è composto ma teso, tutto di concentrazione. La morbidezza, la velocità, l’irripetibilità di una curva, di un’onda sono individuate, e fermate, da una somma di calcoli matematici che spaventerebbero chiunque non abituato quanto lei alla concentrazione.

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              Monacale la camera, raffinatissimo il bagno
              Un altro taglio diagonale, formato da quinte e contenitori, isola e nasconde la camera da letto essenziale, e la stanza da bagno. Qui la rarefazione dell’arredo lascia il posto a uno straordinario gioco di specchi che creano un effetto illusorio e moltiplicano i riflessi della scultura fa da base al piano del lavandino: un’onda luminosa creata da Izumi per celebrare l’importanza della stanza da bagno nella cultura giapponese, uno spazio dedicato al benessere e alla meditazione.
              Stiamo fotografando la casa, ma per il tè il lavoro si deve fermare: anche dopo decenni di Occidente, celebra questo rito. Dai contenitori escono suppellettili esclusive e preziose. I dolci higashi che Izumi ci offre con il primo té di benvenuto hanno forma di foglioline di ginkgo, color crema, o di castagna, oppure sono verdolini o color acero, a forma di foglia o di pigna.
              I biscotti rettangolari più grandi, invece hanno in rilievo il loro nome, una scritta che si pronuncia rakugan e che vuol dire dolce di legumi. Sanno di pisello, di fagiolo, sono un po’ dolci e un po’ salati, avvolti a uno a uno in una sottile carta velina. Qualche ora più tardi ci offrirà un tè primaverile: un fiore di ciliegio disidratato sotto sale, sakura-yu, che rinviene nell’acqua bollente, su cui galleggia e a cui cede il suo sapore di sale e di frutta d’estate.

              Oki Izumi al lavoro: i solidi che costituiscono le sue sculture sono formati sovrapponendo e incollando sottilissime lastre di vetro tagliate e molate secondo misure progressive calcolate con minuziosa precisione. Potrebbe, per questi calcoli, aiutarsi con il computer, ma preferisce compitare a mente le sequenze (nel particolare in alto a destra, una tabella di questi conteggi): è un esercizio di concentrazione a cui non sa, e non vuole rinunciare.
              Izumi lavora con il vetro: «Ho pensato tante volte di usare altri materiali ma non sono riuscita ad allontanarmi dalle lastre di vetro industriale: mi sento felice ogni volta che riesco a ricavare una forma espressiva da questo materiale rigido, ostile e senza personalità». Dal vetro in lastra ottiene solidi geometrici, curvi, a onda, a spirale, per mezzo di calcoli puntuali. E’ come se per piegare il vetro e fargli assumere tutte le forme più morbide, lei ricorresse al rigore della matematica. Attraverso minuziosi calcoli matematici definisce le dimensioni di ciascuna delle tessere di vetro che, assemblate, svilupperanno forme libere e morbide. Taglia le lastre con tagliavetro e bisturi e le mola a mano con carta vetrata: i bordi si arricchiscono così di trasparenza e di riflessi, mentre molati a macchina diventerebbero più opachi.

              ETNICO RIVISITATO

                Patchwork in fibra di rafia, tele grezze africane, colori naturali e ceste indonesiane si mescolano a mobili classici creando un’armonia di beige, bianchi e neri. Interni luminosi, arredati con rigore e calore, che parlano un linguaggio contemporaneo ricco di contaminazioni.
                Ciò che colpisce è l’atmosfera accogliente e calda che sembra nascere spontanea da quello che in realtà è un sottile gioco di mescolanze e contaminazioni. In questo appartamento pieno di luce, che ancora conserva la struttura originaria dello stile Direttorio, i riquadri e i segni sinuosi declinati in bianco, nero e beige si uniscono a materiali naturali per disegnare i motivi etnici dei tessuti che rivestono i divani, le sedie e le poltrone dalle forme classiche. L’insieme, sobrio e raffinato, restituisce una sorprendente contemporaneità all’impiego dei mobili antichi.

                Il soggiorno è dominato dalla libreria a parete in legno chiaro, che riprende la tonalità del parquet d’epoca, creata su misura per fare da cornice al camino in stile Direttorio. Poltrone e divani Luigi XV sono rivestiti con tessuti africani fatti a mano. Ricorda la linea di una piroga il tavolino in legno scuro con gambe tornite, che si fonde con gli altri arredi del locale (Décalage).

                Gruppi simmetrici incorniciano le finestre
                «Inizialmente», racconta la padrona di casa, «per rivestire divani e poltrone avevo pensato di utilizzare del lino grezzo, creando un contrasto con la ricchezza delle forme dei miei mobili d’antiquariato francese. Ma quando in un negozio specializzato in arte africana ho scoperto i grandi teli in rafia bigarré, i velluti Kassai e gli antichi tessuti del Congo reinterpretati in versione contemporanea, sono rimasta affascinata e non ho avuto più dubbi». Intrecci scuri in rafia su fondo écru, bianco e nero, o ancora cioccolata, ocra e panna sono i temi dominanti delle stoffe antiche provenienti dall’Africa con cui è stato quasi totalmente interpretato l’appartamento. E poi ci sono gli oggetti che arrivano da una lunga ricerca tra bric-à-brac e negozi d’antiquariato, tra pezzi francesi, indonesiani o giapponesi, <immagine0001

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                Pareti modulari

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                  Il piroscafo come palazzo galleggiante di ferro. A loro volta, gli architetti hanno pensato ai loro edifici pensando alle navi. A qualcuno di noi, da bambino, è capitato di scorgere dal letto, contro il bianco dei muri, le sagome di mobili ricchi di timpani, lesene, cornici, e poi di ritrovare gli stessi elementi nelle strade delle città, in quei grandi mobili che erano i palazzi.
                  “Piroscafo” è un mobile costruito per associazioni da Luca Meda. E’ di legno, di ferro, vetro. Ha una grande facciata continua e pensa agli edifici di Aldo Rossi a Perugia. I ripiani orizzontali sono continui, senza l’ingombro di sostegni intermedi. Sottrae le figure degli edifici ai loro paesaggi e le trasporta in un mondo di stanze e di interni.

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                  GENOVA, CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA NEL 2004

                    Genova si è svegliata e lancia la sua sfida. Vuole dare uno schiaffo morale a quelli che la considerano una città chiusa, grigia, polverosa. E celebra il 2004 come Capitale Europea della Cultura, decisa a stupire con un fittissimo calendario di eventi culturali, mostre, convegni, festival, incontri. Genova desidera far conoscere il suo passato, ma ci tiene a dimostrare che è proiettata nel futuro. Una città industriale e commerciale, con un grande porto, ma anche con un patrimonio artistico, architettonico e culturale invidiabile, che pochi conoscono. Tesori custoditi nei palazzi nobili che avevano conquistato Rubens, ma anche in quel labirinto di “caruggi” dell’angiporto, nel centro storico che è il più denso d’Europa per struttura e popolazione. “Nel 2004 bisogna rendere leggibili i misteri della città senza rinunciare al nostro pudore”, ha dichiarato un genovese illustre come Renzo Piano. “La discrezione e la segretezza sono una caratteristica dei genovesi che non possiamo dimenticare”. E infatti, Genova è sempre stata schiva nel mostrarsi. Oggi il volto della città è cambiato con centinaia di restauri, interventi urbanistici e architettonici. È la nuova immagine della loro città che i genovesi vogliono comunicare: e questa volta ci credono. Dentro la Lanterna, il simbolo antico della città, e nelle sue fortificazioni verrà inaugurato un museo della “genovesità”. La città continua a puntare sull’industria e sul porto rinnovato, ma intanto, con il “Progetto Leonardo”, l’intera collina degli Erzelli, alle spalle dell’aeroporto, verrà trasformata da Renzo Piano in un parco tecnologico con ben 12 torri. E mentre a Palazzo Ducale si celebra Rubens e il suo tempo con una mostra memorabile, Genova si prepara a celebrare in maggio – con quell’understatement che da sempre la contraddistingue e con una mostra antologica a Porta Siberia, nel Porto Antico – il grande protagonista della trasformazione della città, proprio l’architetto Renzo Piano. Ma non basta: potrà anche vantarsi di essere la prima città d’Italia con un museo del design, perché in fondo l’industrial design è nato qui, con la Vespa e i blue-jeans. Genova “la Superba” ci racconta anche la storia di un’epoca d’oro: quella dei Transatlantici e quella nostalgica degli emigranti che partivano per “le Meriche”. Ma non dichiara, perché è restia a vantarsi, che il suo Museo del Mare – nella Darsena, nello storico cantiere Galata dove venivano costruite le galee – sarà il più grande d’Europa. Andare a Genova è come fare un viaggio nel viaggio, che poi è il filo conduttore di tutti gli eventi. Un viaggio nell’arte, nella storia e nella cultura legata alla navigazione. Un viaggio nella musica, nella poesia e nel teatro. Un viaggio nella città contemporanea, con una mostra evento legata al rapporto fra arte e architettura, che vedrà provocatorie installazioni in tutta la città di architetti e artisti internazionali: a partire dal “Teatro del Mondo” di Aldo Rossi a una torre di Dennis Oppenheim, a opere di Oldenburg e Gehry. Un viaggio nel futuro, fra i più recenti traguardi della ricerca, con il Festival delle Scienze. Un viaggio ungo un anno e molto di più: l’effetto “Ge Nova” (come suggerisce il nuovo logo disegnato da Pierluigi Cerri), città nuova in evoluzione, ha tutte le premesse per lasciare il segno oltre il 2004.

                    Nella foto, la Biosfera, “bolla” tecnologica, progettata da Renzo Piano nel Porto Antico, accanto all’Acquario: un angolo di foresta amazzonica animata da farfalle, iguane e rare felci arboree.
                    Nella zona del Molo, dovrebbe approdare anche l’Istituto italiano per le Tecnologie.

                    Biosfera di Renzo Piano

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                    Guardaroba avanzato

                      Non esiste, ormai, ambiente della casa che in questi ultimi anni non abbia subito una piccola rivoluzione legata all’introduzione di nuove funzioni per elettrodomestici e mobili. Anche nella zona notte, la tecnologia avanzata ha ottenuto buoni risultati. “Planner”, per esempio, è un programma di armadi di Estel che tra i possibili optional propone un sistema computerizzato grazie al quale, mediante uno schermo Touch Screen, è possibile purificare l’aria, sanificare i vestiti, modificare l’illuminazione, ricevere informazioni sul tempo, organizzare il guardaroba e il cambio di stagione. Facilmente adattabile a ogni esigenza di spazio, “Planner” è un programma di contenitori funzionale e flessibile, basato su una struttura autoportante in alluminio che può dare vita a una serie pressoché infinita di combinazioni, che vanno dallo scaffale all’armadio lineare, ad angolo o a doppia profondità, fino alla cabina armadio con ingresso laterale o a quella passante con doppia entrata, una vera e propria stanza indipendente. La struttura base è dotata di pannelli laterali e cielo, è chiusa da ante a battente, pieghevoli o scorrevoli e da pannelli di tamponamento, ed è attrezzabile con ripiani, cassettiere, portapantaloni, vassoi estraibili, aste appendiabiti e altri accessori.

                      Una casa nella Maremma

                        Di fronte a Casale Marittimo, l’alta Maremma nel retroterra di Cecina, a “I Poggi” si trova la casa di Oliviero Toscani, il fotografo che con le sue immagini provocatorie ha cambiato le leggi della comunicazione, e non solo quella della moda. Superando i cipressi e gli ulivi che cir­condano la casa e salendo sulla collina, si vede a ovest il mare e, con l’aria tersa, anche l’isola d’Elba e la Corsica. Il vecchio casale, riproget­tato e ampliato negli Anni 80 dagli architetti mi­lanesi Piero, Milo e Anna Monti, rispecchia esattamente le esigenze dei padroni di casa. “La mia casa è una casa vera, una casa-casa”, spiega Toscani con irruenza. Qui, quando non e in giro per il mondo, il fotografo vive tutto l’an­no con la moglie norvegese Kirsti e i figli Rocco, Lola e Ali. “Ho sempre creduto che formare una famiglia sia possibile. Ma riconoscere di fronte ai figli i propri limiti spesso non è facile. L’unico sacrificio che si può fare nei loro confronti è cer­care di essere se stessi. E mandarli a studiare in giro per il mondo”. Non tutti in casa sono cer­ti che Oliviero sia sempre coerente con questi principi, ma forse lo amano proprio per questo. E poi c’è un grande senso del clan. In giro per il giardino c’è anche una famiglia di cani pastori, e un cane di razza africana. Arrivano ospiti, gli amici dei figli, i parenti. D’estate arrivano anche le lucciole, quelle citate da Pier Paolo Pasolini. La casa dei Poggi ha gli spazi giusti, la luce giu­sta ed è curata in tutti i particolari dalla padrona di casa, Kirsti, l’elegante e saggia amministratrice di tutta la famiglia. “Ha tutta la saggezza che io non posseggo”, dice Toscani, “lo sono un utopista, un vulcano. Lei è più tranquilla. Divi­diamo tutto, sappiamo tutto l’uno dell’altro. Per questo andiamo d’accordo. Non potrei vivere senza di lei”, confessa. Si può anche aggiunge­re che Kirsti ha una grande, affettuosa pazienza con tutti. La casa dei Toscani è accogliente, e tutto funziona. “È una casa solida, con i muri in pietra e i pilastri in mattoni. Ci sono le capriate e le travi di legno, come nelle vecchie chiese to­scane, o nei fienili”. Toscani ricorda che, insie­me con gli architetti Monti, decise di fare i tetti di legno, dato che la zona era considerata sismIca. E così ha caricato su una nave grandi travi di vecchio legno douglas, recuperate nel porto di San Francisco. Infissi, mobili, tutto nella casa è stato fatto a mano, artigianalmente, con il legno douglas. “Sono un uomo privilegiato, for­tunatissimo”, ammette. “E la mia casa ha poco a che fare con il gusto comune, in cui non mi ri­conosco. Per questo è un luogo dove amo vi­vere. un paradiso in terra”. Attivissimo e primo animatore della famosa fucina di creatività che era la “Fabrica” di Benetton, ora Toscani ha in programma, in collaborazione con la Regione Toscana e la Scuola Normale di Pisa, di aprire un centro di ricerca sulla comunicazione e la creatività. In questa nuova “bottega d’arte” che si chiamerà “La Sterpaia” e avrà la sede nel Parco di San Rossore, si farà fotografia, cine­ma, video architettura, e sarà aperta ai giovani.

                        La famiglia di Oliviero Tosca­ni: la moglie norvegese Kirsti, il figlio Rocco, le figlie Lola e Ali. Vicino casa, sul dosso di Campigallo, Toscani ha un al­levamento di cavalli. Quarter- Horses e Appaloosa (quelli veloci dei Pellirosse) e pro­getta un grande anello per gli allenamenti. Nel podere le Mandrie, invece, alleva muc­che. Nei tre poderi sono stati piantati settemila ulivi e più di quindicimila piante. Nell’a­zienda si impegna e si allena con passione anche il figlio Rocco (23 anni), che frequen­ta l’Institut of Arts di Chicago. Lola (19 anni) studia a Parigi filosofia e comunicazione, Ali (16 anni) frequenta una scuo­la americana a Lugano.

                        Il centro della casa è un grande patio, quasi una piazza che collega i vari ambienti, fra cui lo studio di Kirsti, la dispensa, la cucina e il porticato, come un piccolo borgo. Su una parete dello studio, una frase-pro­gramma di Pier Paolo Pasolini. “Dimentica subito i grandi suc­cessi e continua imperterrito, ostinato, eternamente contra­rio a pretendere, a identificarti con il diverso, a scandalizza­re”. Nella terrazza, che si apre sul panorama, panche, tavoli, sedie in teak dei giardini ingle­si (Ascherio Garden). Tutta la pavimentazione è in rustici quadroni di cotto fatti a mano.

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                        Nella grande cucina-laboratorio, il locale più vissuto da tut­ta la famiglia, si carica e si consuma tutta l’energia pulita della casa. Non solo si va a ta­vola e si pranza con i prodotti dell’orto, del pollaio, della stalla, ma si parla, si comuni­cano progetti, avvenimenti. Le credenze e i grandi tavoli in le­gno biondo sono stati dise­gnati dagli architetti Monti e realizzati da artigiani toscani. Le lampade sono semplici bocce di serie, le sedie in massello di faggio sono quel­le degli Shakers, gli artigiani-filosofi americani. Il camino in mattoni a vista con grande cappa, le ghirlande della pa­drona di casa, i cesti dell’arti­gianato locale: tutti gli arredi sanno più di comunità di cam­pagna che di design.

                        Al piano superiore: il guarda­roba stile sacrestia, con gran­di armadi disegnati dagli ar­chitetti Monti, le camere e il bagno padronale. Il tavolo del guardaroba è la copia di un ta­volo di Frank Lloyd Wright. Nella camera da letto, menso­le e cassettone progettati da­gli architetti Monti, e una affet­tuosa parete con i disegni in­corniciati dei figli piccoli. Sul cassettone, “I Dioscuri” e sui comodini “Tolomeo”, lampade disegnate da Michele De Lucchi per Artemide. Nel bagno, una lampada ricoperta dalla tela bianca ricamata dalla ma­dre di Toscani, come nelle fa­miglie borghesi. Sul ripiano del lavabo, una caraffa termi­ca dello svedese Ingo Knut.

                        Il salone in giardino

                          Sotto il sole cocente delle isole, apparentemente tutto riposa. Ma in Sicilia ogni abitazione nasconde una sorpresa: un angolo di frescura, un cortiletto ingioiellato da una miriade di vasi e aiuole i cui fiori parlano di semplicità. Il cancello aperto può essere un invito alla socialità e al convivio, perché oltre quella soglia, tra vecchi muri in pietra, si apre un salotto all’ombra di una pergola.

                          Un limone in vaso, rigoglioso di fiori e frutti, profuma l’ingresso al giardino. Sotto, il geranio imperiale, grazioso e scenografico, non ha bisogno di particolari attenzioni. Le rosse pennellate della bougainvillea danno il benvenuto agli amici. Oltre il cancello un limone frondoso si lascia accarezzare dalle foglie a spada del Phormium e, sullo scalino, piccoli cactus si mescolano in armonioso disordine a piantine verdi e alle sfumature arancioni dei teneri fiori dell’impatiens. Queste essenze così diverse sono tutte accomunate dall’essere facili da curare.

                          Il lato più soleggiato del cortile: nasturzi e bougainvillea sul muro; gerani imperiali, margherite e mesembriantemi nei vasi sul gradino. Nell’aiuola un tocco tropicale con le grandi foglie di alocasia e con la rampicante monstera.

                          Nell’intimità di questo salotto verde, tutto ha un’anima. Il giardino racconta: parla dei Mori e delle loro leggendarie oasi e svela un’atmosfera magica che non è solamente un puro fatto estetico. Ogni cosa qui ha il sapore del vissuto. I fiori secchi del­la bougainvillea, come fossero carta velina, corrono sul pavimento in pietra mossi da un alito di vento: il loro fruscio è un invito a sedersi nel relax più assoluto. Non vanno spazzati, perché fanno parte della sensualità del luogo. Sui muretti che bordano le aiuole si rincorrono decine di vasi di terracotta: contenitori senza geometrie prestabilite che si impadroniscono dello spazio e girano, secondo le fioriture, da un lato all’altro del cor­tile. Le piante sono quelle di sempre, quasi tutti gera­ni e succulente, varietà semplici e generose che non si comprano, ma nascono da un pezzetto di ramo. Solo le impatiens, all’ombra, svelano una recente visita al vi­vaio. Nelle aiuole, oleandri e nasturzi, e familiari ac­centi tropicali, alocasia e monstera, piante d’apparta­mento che qui, all’aria aperta, si trasformano in albe­ri. Del resto, è questo il cuore della casa. E qui si vive più tempo possibile, almeno sei mesi all’anno.

                          Nel verde come in salotto

                          Come accade in un giardino a pochi passi dal mare, una collezione di succulente trasforma un anonimo muretto in un punto d’attrazione. Un sasso rotondo, che sembra bilanciare il vaso, diventa una inedita decorazione.  Un angolo in ombra è riservato alle piante che hanno fiorito in casa, per esempio i ciclamini, che ora si possono rimettere all’aperto; al centro, la rosa di foglie dell’Aeonium, in cima a un fusto nudo, può richiudersi come un carciofo per resistere alla siccità; curiosi accostamenti intorno a un orcio: graminacee spontanee, un Asparagus ricadente e maxifoglie di un Philodendron bipinnatifidum.IMMAGINE0002 IMMAGINE0003 IMMAGINE0001