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L’architetto: un visionario e/o un manovale?

    Il discorso che segue è un esempio di mentalità di architetti ed espressione della loro posizione rispetto ai compiti che una metropoli come New York pose un tempo e pone ancora oggi. Il ruolo dell’architetto si decide già con la sua scelta di dedicarsi ad un problema o di negarlo. La storia di New York, lo sviluppo del suo skyline, ne sono un esempio indicativo: l’architetto sceglie si i suoi compiti, ma non è lui che li assegna, e spesso diviene uno strumento di altri, quando la sua fantasia diventa realtà.

    ESTEROFILIA

      Reduci da decenni di confusa esterofilia, gli architetti italiani, soprattutto quelli delle ultime generazioni, stanno da tempo definendo un quadro di esperienze e di problematiche di notevole interesse, anche per la loro critica autonomia.
      Nonostante la serie nota e numerosa delle «difficoltà» che si frappongono, oggi forse più di ieri, ad un rapporto quotidiano e fecondo tra i momenti del progetto e le fasi della produzione materiale dei manufatti edilizi, non v’è comunque chi non veda quanto e come, con una distribuzione regionale ormai diffusa e sempre meno polarizzata dalle tradizionali aree forti del mercato, le nuove architetture italiane vadano affermando con sempre maggiore chiarezza e decisione un loro ruolo all’interno del dibattito e delle cultura non solo europei,
      Si tratta di esperienze frammentate e diffuse, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Sardegna, dalle zone omologate e deprimenti degli hinterland metropolitani padani alle dimensioni disperanti e altrimenti depresse delle mega-conurbazioni meridionali, fino alla patologia storica e ricorrente dei «mali» della «città capitale».

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      All’interno di tale quadro di riferimento è poi interessante notare il ruolo delle istituzioni, delle università, delle strutture professionali, degli enti pubblici e delle grandi concentrazioni private che singolarmente o variamente aggregati, tutti concorrono alla dinamica del mercato edilizio, alla gestione delle grandi come delle piccole occasioni professionali, alla definizione, nel bene e nel male, dei diversi livelli di gestione, cioè, anche e soprattutto, di progettazione del patrimonio edilizio, al suo arricchimento, alle diverse forme di salvaguardia o di recupero dell’esistente.
      Tutte spinte, queste, spesso divaricate, se non talvolta addirittura contrapposte e che, in più di un caso, si annullano reciprocamente dando luogo ad inerzie assurde come ad azzeramenti incongrui.
      Di tutto ciò dovrebbe rendere conto la fin troppo diffusa pubblicistica che si occupa dei problemi connessi alla città e alla sua architettura, ma che francamente, e specialmente in questi ultimi anni ci pare diffusamente soffrire di una troppo riduttiva forma di obbedienza alle mode, alle maniere, alle convenienze di piccoli gruppi, alle connivenze meno eleganti, siano esse di ordine puramente culturale, economico, politico, accademico o semplicemente editoriale.
      D’altro canto, non si assiste con facilità a momenti di autentico «dibattito», ché anzi, il termine stesso sembra relegato ormai nel polveroso e obsoleto armamentario dei fin troppo «dialettici» anni Sessanta.
      Così il panorama che anche questo anno abbiamo raccolto, inteso a documentare nella maniera più piana la consistenza reale dell’architettura italiana di oggi, ci pare rappresentare in maniera piuttosto esemplare una situazione di notevole impegno che vede in più di un caso affacciarsi sulla scena professionale gruppi di giovani architetti attenti ad una dimensione della prassi sempre qualificata e, d’altro canto, via via più distante dagli astratti massimalismi dei loro coetanei di qualche anno addietro.
      L’arroganza e l’approssimazione di una pratica professionale tautologica ed inerte affermatasi attraverso decenni di funzionale e succube organicità alle regole ed alle dimensioni acritiche del mercato, sembra progressivamente temperarsi alla luce di una presa di coscienza dei temi dell’architettura da parte di una nuova generazione di architetti e di progettisti cui non sono estranee le dimensioni della sperimentazione, della ricerca della critica e, soprattutto, dell’ironia.
      Non sono soltanto gli echi sciocchi di esauste tentazioni post-moderne a caratterizzare anche figurativamente l’immagine dell’architettura più recente e allo stesso tempo più matura e problematica.
      Di quegli echi e di quelle tanto spesso banali manifestazioni di ottusa aderenza ai canoni facili di una «moda» consumatasi prima ancora di diventare «stile» restano qua e là tracce confuse che testimoniano la prossimità di una battaglia cruenta e sacrosanta contro l’altrettanto riduttiva ed insensata aderenza ai canoni di un internazionalismo svuotato, ormai da decenni, dei suoi elementi di progressività e di sperimentalismo anche linguistico, ma testimoniano anche del fatto che la polemica non ha saputo progredire oltre i limiti di una querelle stagionale.
      Da queste macerie e dalle ceneri ancora incombuste di un dibattito che di recente non si è quasi mai sollevato dai fanghi della faida giornalistica tra personaggi «eccellenti» della cultura nostrana (vedi il caso delle vacue e astiose, roboanti o sotterranee polemiche tra Bruno Zevi ed Aldo Rossi, tra Paolo Portoghesi e Manfredo Tafuri, tra Giancarlo de Carlo e Carlo Aymonino, tra Vittorio Gregotti e Franco Purini,solo per citare alcuni emblematici «campioni» di un establishement culturale tanto consolidato, quanto mummificato nei suoi ruoli e nelle sue «parti»), sembra faticosamente rinascere una nuova generazione di architetti il cui profilo, giorno per giorno, e non senza difficoltà si va stagliando sul panorama della produzione nazionale.
      Si tratta, per lo più di «giovani» (talvolta però, poco meno che cinquantenni) che, insofferenti di un costume ormai viziato dai mali endemici del mercato e dell’accademia vanno organizzando la propria esperienza professionale, le proprie scelte culturali, la propria attività didattica, al di fuori degli angusti schemi cui li hanno fin qui abituati le rissose e spesso patetiche degenerazioni dei loro colleghi più anziani. Insofferenza e rifiuto per i meccanismi di una prassi e di una consuetudine con il potere che ormai non fa più distinzione, vuoi nel mercato professionale vuoi in quello culturale, vuoi nell’accaparramento di un incarico pubblico, vuoi nell’occupazione abusiva di spazi universitari, tra competenza e opportunismo, tra capacità tecnica ed imbecillità manierista, tra consistenza e trasparenza culturale, tra moralità scientifica e brigantaggio istituzionale.
      Non è, come ognuno ben sa, una situazione facile, né di chiara definizione quella che vede con sempre maggiore frequenza, anzi con ricorrente sistematicità il destino di un concorso, sia esso destinato alla realizzazione di un edificio pubblico, sia esso destinato alla selezione per una cattedra universitaria, rispondere ai medesimi meccanismi della lottizzazione partitica e dell’appartenenza tipicamente mafiosa ad una «cosca» anziché ad un’altra, senza il minimo rispetto delle regole del gioco, senza nessuna attenzione per la qualità di un progetto come di un curriculum, nella più disinvolta ed arrogante esibizione di un potere capace solo di riprodursi in forme purulente e degenerative: basterebbe leggere le «cronache» di questi anni e di questi mesi per rendersene conto con abbondanza di esempi, di nomi e di poco edificanti particolari.
      Se l’architettura di oggi, quale fenomeno vitale della società contemporanea, non può evidentemente sottrarsi al clima generale nel quale ciascuno di noi vive e lavora è, d’altro canto, evidente che quanti abbiano a cuore il futuro della disciplina non possano sottrarsi al difficile quotidiano confronto con i contenuti specifici di un «mestiere» il quale sta progressivamente mutando le proprie tradizionali caratteristiche, pur affondando radici e riferimenti nella storia di un passato non solo recente.
      E così, anche solo sfogliando le pagine che seguono, ciascuno potrà leggere, talvolta esibita, talvolta in sottotono, ma pur sempre evidente, la volontà dei diversi progettisti di trovare un dialogo con la tradizione della vicenda edilizia del passato.
      Diverse saranno le scelte stilistiche, diversi gli strumenti sintattici e figurativi, ma le ragioni di fondo di un rapporto perseguito con costanza restano e trovano modo di arricchirsi, giorno per giorno, di esempi e di formule.
      Passati gli anni delle certezze e degli schieramenti troppo schematici, assistiamo al proliferare, in modi variegati e difformi, di una cultura della tolleranza che non significa disimpegno qualunquista dalle ragioni, anche morali, di un mestiere sempre difficile e via via più approssimativo nelle sue manifestazioni più scadenti, ma che altrimenti spinge un numero sempre più alto di architetti a fare i conti con la storia e con la tradizione in forme critiche e coscienti.
      Non è infatti importante ridurre oggi l’arco delle possibili scelte a questo o a quel momento della storia dell’architettura del passato.
      Si possono prendere a pretesto in modo del tutto indifferente gli anni del Novecento o del Barocco, delle Avanguardie storiche, di questo o di quel «Regime», oppure gli esempi tratti dal linguaggio di questo o quel «Maestro» senza scandalizzare nessuno; siamo ormai abbastanza maturi per non irrigidirci di fronte ad una scelta, magari non immediatamente condivisa, ma operata con coerenza e senza arbitrio.
      Saremo, comunque, sempre di fronte ad una serie di architetture «contemporanee» che attingono in forme diverse ai modi della loro «modernità», che hanno scelto la strada di una comunicazione simbolica delle loro intenzionalità espressive attraverso il ventaglio aperto degli infiniti «modi» possibili senza nascondersi dietro le false certezze di uno stile univoco e gratificante.
      Questo «nuovo eclettismo» al fondo ci piace, ci interessa, ci affascina addirittura con i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue domande, nel talvolta labirintico e paradossale percorso dei suoi «significati», mai immediati, mai ridotti allo scheletro di una vuota ideologia o di un gesto gratuito.
      Che l’architettura italiana abbia finalmente smesso i panni ed i comportamenti infantili e petulanti delle attardate «avanguardie» e delle tautologiche «tendenze»?
      Se così fosse realmente, non resta che rallegrarcene.

      La città del futuro

      Lo sviluppo della città e le sue trasformazioni, anche radicali e più spesso utopistiche, in rapporto al mutare delle condizioni sociali, culturali, economiche e politiche rappresenta, da sempre, il leit motiv della ricerca in campo urbanistico e architettonico. Tra le più ardite in questa direzione, l'idea di condensare una città intera o parte di essa...
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      LA LUCENTEZZA SECOLARE DEL CRISTALLO

        Migliaia di riflessi e una lucentezza secolare. Sono i pezzi delle cristallerie Saint-Louis-les-Bitche di Lothringen, in Francia. Opere d’arte inimitabili, create da maestri vetrai che si tramandano gelosamente una tradizione che con i suoi capolavori ha attraversato l’intero globo. Come il candeliere del Nepal, o il più grande lampadario del mondo creato per una reggia orientale.
        In un solo mese i maestri vetrai delle cristallerie francesi Saint-Louis hanno creato uno dei più grandi lampadari a corona del mondo.
        Lothringen, un paesino della Francia, 1586. Comincia la storia della vetreria Saint-Louis. Nulla fu lasciato al caso, dalla scelta del luogo allo studio delle formule che hanno trasformato il vetro in cristallo. Da allora ne sono state messe a punto ben 129, tutte custodite gelosamente. La peculiarità di quest’’azienda è stata, ed è, quella di aver saputo sfruttare la capacità del cristallo di riflettere la luce, qualità fondamentale per riuscire a costruire candelabri di ogni tipo, che hanno reso la Saint-Louis celebre in tutto il mondo. Per esempio lo straordinario “Candelabro del Nepal” realizzato nel 1893, destinato al palazzo reale a Katmandu: 1790 pezzi, 36 luci, 800 chili, quattro metri d’altezza. Attraversando gli stanzoni della Saint-Louis-les-Bitche ancora oggi si sente forte il fascino del passato. Soprattutto durante il turno di notte, nelle sale poco illuminate. Dappertutto sfrigolano fiamme, borbotta la massa infuocata di cristallo, volano scintille dai forni che non vengono mai spenti. Con pesanti carrelli di ferro i soffiatori trasportano gli oggetti ancora roventi nella sala di raffreddamento. Come una volta, gli utensili dei maestri sono grezzi e intagliati nel legno di viscida, uno dei più resistenti al calore. In un angolo un uomo mescola un ammasso fluido e rovente, è cristallo.

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        solo un occhio preciso riesce a realizzare la molatura a forma di stella della coppa pesante. Anche per gli altri elementi del lampadario un molatore ha bisogno di anni d’esperienza, almeno quindici. Affinché le tenaglie del maestro trovino un punto più rigido per il taglio, una parte della massa da lavorare viene immersa nell’acqua per raffreddarsi.

        Il maestro incomincia la lavorazione con i suoi attrezzi, allungando la massa incandescente. Nel frattempo un altro artigiano soffia attraverso un tubo all’interno della massa infuocata, per creare uno spazio in cui far passare i fili elettrici. Tutto molto velocemente, perché, nel momento in cui il cristallo si sarà raffreddato, non si potrà più lavorare. La finitura a mano di ogni singolo pezzo ha la sua storia. Una fiaccola, per esempio, passa attraverso le mani di undici artisti e a ogni passaggio viene abbellita. Intanto, in un’altra enorme sala si stanno delineando le proporzioni di uno dei più grandi lampadari che abbiano mai lasciato la cristalleria. Il maestro vetraio, Gilbert Koelsch, sale su una scala, mette le fiaccole sopra le lampadine a pera e avvita con i colleghi grossi pezzi a forma di scodella allo stelo del lampadario. Il maestro pulisce ogni singolo pezzo dalla polvere, controlla attentamente ogni braccio, ogni coppa, ogni calice dell’opera, affinché siano perfetti. «La vera ricchezza della Saint-Louis è la sua forza lavoro, con un’enorme capacità ed esperienza», afferma Christian Scheffer, dirigente della cristalleria, «se le conoscenze dei maestri vetrai venissero perse, morirebbe un pezzo di storia. Ai nuovi artigiani vengono trasmesse tradizioni antichissime». Ora il pesante lampadario oscilla minaccioso. Anche l’ultimo piano pende luccicante dal supporto d’acciaio, per una massa di una tonnellata e mezza, tanto quanto un’automobile, divisa in piani orizzontali, sorretta da un solo stelo lungo tre metri. Nelle sfaccettature dalle diversissime forme di cristallo brilla la luce del giorno, e come fontane barocche le coppe tengono uniti i bracci del lampadario.

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        Centoventinove luci brillano su altrettante bugie, circondate da fiaccole trasparenti. Ghirlande passano da un braccio all’altro come perle di rugiada, e sfociano in campanelle di cristallo con il batacchio a forma di goccia. Una cupola di cristallo forma la parte finale. Il nuovo gioiello da 750.000 euro che presto lascerà Lothringen è pronto per un acquirente anonimo. Gilbert Koelsch per due giorni interi ha fissato, girato e collegato con la corrente più di 3000 singoli pezzi, per scoprire anche le più piccole imperfezioni. Sale di nuovo sulla scala e inizia lo smantellamento del lampadario. Avvolge ogni pezzo in carta di seta e impacchetta campanellini, braccia e fiaccole in casse che partiranno alla volta di un palazzo in Oriente. Lui stesso rimonterà l’opera da sogno sul posto. Impiegherà parecchie ore, ma neppure un minuto è sprecato quando si tratta di far brillare il cristallo in tutto il suo splendore.
        La squadra al lavoro: tre montatori della cristalleria Saint-Louis avvitano la coppa di cristallo. Un lampadario a corona di questa grandezza è composto da più di 3.000 pezzi, tra cui i portalampada. Per poter controllare durante il lavoro le forme, i maestri vetrai tengono bene in vista i disegni d’archivio.

        La formazione della nuova architettura negli Stati Uniti

        È una vecchia tradizione europea quella di viaggiare per l'America per fare della critica letteraria. Specialmente dopo la fondazione della prima grande Repubblica (1776), e dopo un avvenimento che interessò il mondo colto, come la Rivoluzione Russa durante la Guerra Mondiale, diventò popolare assicurarsi passaggi in nave, incrociare a ovest e scrivere libri sull'America che...
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        LA CASA DI SAN’A

          Le case, da cinque a nove piani, sorgono con muri a strapiombo dalle strade anguste fino ad una altezza dai 20 ai 50 metri. Esse sono usualmente occupate da una sola famiglia che può includere un figlio sposato o altri parenti.
          Tecniche costruttive e motivi decorativi sono vecchi di secoli, legati alle immutabili necessità ed usi degli abitanti. Sebbene assiepate lungo i fronti stradali, le case hanno ampia vista sui giardini comunali ed i frutteti di proprietà delle moschee.
          I livelli più bassi sono costruiti in pietra, a volte fino ad una altezza di 13 metri, e sono sovente intonacati di bianco.
          Le murature più in alto sono di mattoni cotti con decorazioni a rilievo, anch’esse dipinte di bianco.
          I tetti sono piani ed impermeabilizzati con una mistura di argilla e pietra frantumata. Sono usati dalle donne per asciugare i panni, e a volte vi sono coltivate in vasi erbe e piante aromatiche.
          Le pareti interne sono abbondantemente intonacate, cosicché gli eccessi di caldo e di freddo che si riscontrano nelle zone di montagna, raramente si avvertono all’interno della casa.
          Non c’è riscaldamento, benché il clima invernale sia discretamente freddo.
          L’atrio d’ingresso al pianterreno è fiancheggiato da stalle per gli animali, di solito piccoli locali chiusi da porte in legno.
          C’è un pozzo, cosicché l’acqua può essere attinta sia per gli animali che per i residenti.
          Uno o due archi attraversano l’atrio d’ingresso per reggere le principali pareti interne e le scale che conducono ai piani superiori. Esse sono in pietra ed hanno alzate tra i 25 e i 33 cm. Tuttavia le rampe sono brevi e i pianerottoli frequenti, e la salita in una casa alta non è faticosa.
          Sulle pareti in alto, lungo le rampe, si trovano griglie in legno che permettono alle donne ai piani di sopra di vedere chi si trova sulle scale senza essere viste.

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          Nelle case grandi il pilastro centrale della scala è frequentemente largo fino a due metri e può contenere nicchie in cui si accovacciano le guardie per controllare il movimento sulle scale.
          Il primo livello e spesso un piano ammezzato, perché l’atrio di ingresso occupa una doppia altezza.
          Non vi sono soggiorni, ma è usato per depositarvi il grano, e nelle case grandi può includere un locale di guardia.
          Al piano successivo sono i principali soggiorni, raggiungibili attraverso un ampio disimpegno separato dalla scala con una piccola persiana in legno. Questa porta e le altre dei soggiorni sono frequentemente decorate con bei motivi intagliati e sono fatte girare su ganci appesi in asole chiodate alla parte anteriore del telaio fisso. E’ quindi facile rimuoverle se necessario.
          In un angolo del disimpegno c’è un condotto verticale che scende al pozzo dell’atrio d’ingresso e continua lungo l’altezza della casa, cosicché l’acqua può essere portata ad ogni livello, compreso quello della cucina che è quasi in cima.
          La stanza più importante a questo livello è il soggiorno della famiglia, nella quale gli estranei entrano solo in occasioni particolari o per riunioni di affari.
          Accanto a questo c’è un localino per preparare le bevande e riporre la carbonella per le pipe ad acqua.
          Nello Yemen tutte le stanze, sia che vengano usate per mangiare, per sedersi o dormire, o per tutti e tre questi usi, sono arredate al medesimo modo.
          Il pavimento vicino alla porta è usualmente tenuto sgombro per permettere che vi vengano lasciate le scarpe, appena dentro la stanza.
          Parte o tutto il rimanente è ricoperto di tappeti, con un sedile continuo lungo le pareti fatto di materassi riempiti di lana e coperti con strisce di tappeto. Dietro, contro il muro, ci sono cuscini verticali riempiti di cotone e coperti di tessuto di cotone chiaro, e sopra questi sono a volte collocati dei cuscini più piccoli che servono da poggiatesta. Vi sono poi cuscinetti duri che servono come braccioli.
          A questo piano si trova anche il gabinetto-bagno. Pareti e pavimenti sono rivestiti con una mistura di argilla e alabastro che può essere lavata senza difficoltà. Il tipo di latrina consiste in una piattaforma di pietra squadrata con un buco che si apre in una feritoia verticale. Essa scende fino ad uno stanzino a livello della strada, nella quale l’escremento asciutto viene raccolto e infine usato come combustibile nei bagni pubblici. La piattaforma quadrata ha sul lato anteriore una sezione inclinata che porta i liquidi verso un canale nel pavimento di pietra dal quale passano attraverso una apertura nel muro esterno per scorrere lungo una superficie di drenaggio verticale sulla facciata esterna dell’edificio. Frequentemente questi drenaggi sono elegantemente modellati e decorati.
          Ci si lava accovacciati su un paio di pietre quadrate, di fronte ad un cilindro di pietra su cui è appoggiato un recipiente d’acqua.
          Sopra il soggiorno principale ce il “diwan”, stanza di ricevimento usata da uomini e donne per celebrazioni familiari come nascite e matrimoni. Il piano sopra il “diwan” contiene le stanze più piccole per donne e bambini e la cucina. Quest’ultima è annerita dal fumo, con una stufa in muratura dotata di una serie di tre o quattro fori rivestiti di terracotta; c’è possibilità di accesso alla base di ogni cilindro, cosicché i carboni ardenti possono essere inseriti o tolti durante la cottura. Vi è normalmente una sola cucina in ogni casa, per quanto grande, ed è usata da tutte le donne. Ci sono varie ragioni per le quali la cucina è collocata due piani sopra il soggiorno: la necessità di servire i rinfreschi su nel “mafraj”, la stanza principale per ricevimenti, cosi come giù al “diwan”; e, più importante, il desiderio di tenere il fumo quanto più è possibile lontano dalle finestre dei soggiorni.
          I camini della cucina sono collocati sul lato nord del “mafraj”, dove non ci sono finestre.
          Il “mafraj” è in cima alla casa, e consiste in una lunga stanza con grandi finestre provviste di persiane su tre lati per dare ampia vista sul paesaggio e sui tetti intorno, abbellite con bei lavori a stucco e vetri colorati. Ad una estremità si trova un disimpegno, separato dal “mafraj” da porte con due doppi battenti, che vengono usualmente aperte quando la stanza è adoperata, per permettere la vista attraverso le finestre del disimpegno.
          Il “mafraj” è la principale stanza di ricevimento degli ospiti, e contiene i più begli oggetti della casa. Essi sono a volte collocati su vassoi di rame stagnato, decorati con incisioni di motivi floreali o geometrici appoggiati su sostegni a tre gambe.

          Architettura di luce

            L’architettura da sempre è stata qualcosa di molto vicino al sapiente gioco lecorbusieriano dei volumi sotto il sole. Gioco di colori, di rilievi e di trasparenze, attraverso i quali, architetti e costruttori in ogni tempo hanno affidato alla luce del sole l’intelligenza e la magia del proprio universo formale.
            Della città antica, quella che abbiamo ereditato come città di pietra e che si è formata in tempi più o meno remoti, antecedenti alla nostra era industriale, noi conosciamo praticamente nella forma originaria, quasi esclusivamente questo corpo visibile delle sue architetture, nel loro cangiare diurno al mutare delle ombre e della luce, lungo l’arco circolare del sole e attraverso l’ellittico trapassare delle stagioni. Volendo semplificare potremmo definire la città preindustriale come città fondamentalmente diurna.
            Una città cioè di spazi certi, ordinata perché conoscibile e disposta secondo una rete di orientamenti e significati a condizione che il sole la rischiari. In assenza di luce questa stessa città perde i propri connotati, la sua struttura regredisce a reticolo labirintico: il buio annulla la certezza dello spazio architettonico e urbano. Questa della «certezza» dello spazio urbano della città preindustriale, salvo poi verificarne sul piano storico le varianti e le eccezioni che le singole culture possono aver attuato, è un’altra considerazione piuttosto importante ai fini del discorso che segue. Certezza dello spazio urbano, inteso come costruzione materiale e come sviluppo architettonico tridimensionale che comporta di conseguenza un’immagine stabile.
            La città contemporanea, industriale e postindustriale, per le trasformazioni tecnologiche, ideologiche, economiche e sociali che tutti conosciamo ha sviluppato un’idea di spazio totalmente diversa. In questo nuovo mondo del progresso tecnico e scientifico il mito della velocità, i nuovi materiali, l’idea di trasparenza, la comunicazione pubblicitaria, ecc., trovano espressione in un nuovo universo formale molteplice ed instabile. In effetti l’utopia delle avanguardie segue le trasformazioni che la realtà subisce in seguito alle innovazioni tecniche della nuova era. Dirà Paul Scheebart: — «L’uso di piantare alberi lungo le vie e le strade finirà per scomparire. Gli alberi, infatti, non sono alti abbastanza.

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            Saranno invece più adatte alle decorazioni dei bordi delle strade le colonne di luce provviste di ghirlande fulgide e splendenti di luci colorate che mutano in continuazione».
            È chiarissima in questa frase la consapevolezza della potenzialità rivoluzionaria della luce artificiale, che non solo può assumere, perché materiale della costruzione dello spazio virtuale, tipologie (la colonna) e dimensioni precise, ma può anche, in virtù della sua tecnologia realizzare effetti dinamici e cromatici sorprendenti. L’immagine della città colta da Scheebart è quella futuristica, al suo tempo, oggi soltanto contemporanea, di una città notturna come trasformazione potenziale dell’immagine diurna, «anzi la notte potrà essere ancora più fulgida del giorno».
            L’ottimismo per le possibilità tecnologiche e per gli espedienti scenografici dell’uso di vetri colorati mobili, di fari, di giochi pirotecnici, permette di prefigurare «un’architettura sospesa nell’aria», una città della notte proiettata contro il cielo dove la città del giorno è solo di supporto. Al di là dei fatti emotivi e dei significati simbolici, che è possibile intravedere nella rituale accensione delle luci notturne, a noi interessa qui insistere sui caratteri e sulle reali capacità della luce artificiale di essere materiale costruttivo dello spazio contemporaneo. Ciò che infatti caratterizza maggiormente la luce è il fatto di essere per definizione qualcosa di visibile ma sostanzialmente immateriale e di poter inoltre assumere e mutare qualunque qualità cromatica e configurazione formale. Cosicché lo spazio costruito dalla luce artificiale non potrà non essere che uno spazio illusorio, virtuale ed effimero. Spazio cioè notturno, illusionistico, vicino a quello della scenografia teatrale e a quello trasfigurato delle feste pirotecniche popolari, ma che ammette il rigore geometrico delle astratte costruzioni della mente.
            Robert Venturi negli anni ’60 riscoprì il potenziale innovativo del linguaggio pubblicitario soprattutto nella sua enfatizzazione notturna, come fattore caratterizzante di una qualità urbana americana particolarmente ambigua e complessa. Interpretando la lezione di Las Vegas «simbolo nello spazio, ancora prima di forma nello spazio», Venturi indica una soluzione al problema della rifondazione dell’immagine urbana contemporanea, basata sull’interpolazione di materiali permanenti, (quelli della città di pietra), con altri effimeri, di ambiguo riferimento artistico e storico, ma di consapevole design moderno. Sempre in America, esattamente a Los Angeles, già da tre anni è stato aperto il primo Muséum of Neon Art. La sua fondatrice Lili Larick definisce queste insegne come «le nuove icone culturali, i nuovi ruderi della nostra era». Ancora affidata a lavorazione di tipo artigianale, attraverso la sua duttile e sottile configurazione segnica e la sua installazione variamente relazionata con l’architettura di supporto, la struttura al neon esprime il proprio potenziale creativo enfatizzando alcuni elementi costruttivi o ricostruendo immaginari ordini architettonici.
            A questo proposito vale la pena di ricordare le magiche sculture di James Turrell, le strutture monumentali di Stephen Antonakos o le fantasie grafiche di Eric Zimmerman. Più in generale per ciò che riguarda l’uso architettonico dell’illuminazione artificiale, nella costruzione dello spazio urbano notturno, presentiamo una prima ricognizione, non ancora sistematica delle tendenze attuali fra i progettisti Statunitensi.

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            Manhattan forse perché simboleggia e riassume la società contemporanea, forse perché è il centro indiscusso delle attività artistiche, è molto spesso il soggetto di stimolanti rinterpretazioni fantastiche della città. Queste pur senza incidere sulla struttura urbana o sulla sua forma fisica, riescono però a modificarne e alterarne la percezione. Sono visioni critico-interpretative della città che ricreano un mondo di immagini suggestive dove la realtà urbana, i suoi riferimenti spaziali, la qualità, i rapporti dimensionali, le connotazioni funzionali, vengono stravolti e trasferiti sul piano dell’evocazione scenografica o della pura teatralità urbana.
            Tra i numerosi esempi troviamo Proposal for Manhattan Skyline – World trade center di Allan Wexler, e Night-light di James Pellettier per i quali gli elementi più significanti o i simboli più noti del paesaggio, vengono selezionati per essere giustapposti, decontestualizzandoli, ad altre iconografie urbane, o astratte figurazioni geometriche che invitano ad una lettura bidimensionale della città. Questo tipo di intervento che tende ad organizzare gli elementi della città in una serie di orchestrazioni formali, richiede all’architetto una complessa progettazione di vere e proprie partiture per le diverse componenti architettoniche.
            Ciò che si può desumere da questa prima ricognizione del tema è il fatto che l’uso architettonico dell’illuminazione artificiale prefigurato dalle avanguardie e sfruttato senza risparmio dal linguaggio commerciale della città capitalista, da almeno cinquantanni sta sempre più frequentemente entrando nella pratica progettuale dello spazio urbano, almeno all’interno delle culture tecnologicamente più avanzate. A questo proposito, anche a seguito della disponibilità di nuove tecnologie della fonte luminosa (ad esempio il laser), possono già essere intraviste le prime configurazioni tipiche della costruzione dello spazio attraverso l’uso dell’illuminazione
            artificiale. In altri termini il fenomeno al quale stiamo assistendo vede il passaggio dell’utilizzazione dell’illuminazione artificiale, dalla progettazione di spazi «eccezionali», occasionali o comunque a carattere temporaneo (fiere, esposizioni, ecc.), alla progettazione dello spazio permanente della città notturna.

            Espressione costruttiva

              A partire dal XVIII secolo, i rapporti fra architettura e costruzione sono stati in larga misura compresi nella nozione di struttura costruttiva, una struttura che veniva manipolata e messa in scena dal progetto riferito, secondo particolari modalità, ad un contesto non solo tecnologico, ma anche artistico e sociale.
              Allo stesso modo di Viollet-le-Duc, che vedeva nel gotico l’espressione più compiuta del medioevo, numerosi architetti del movimento moderno hanno creduto di trovare nella costruzione un mezzo per esprimere l’universo della precisione e la civiltà della macchina dei tempi nuovi. Pur in ritardo sulle prese di posizione più radicali di quest’epoca, il razionalismo strutturale è sopravissuto ad esse, rinviando sempre a una certa idealità dell’architettura, attribuendo al progetto una capacità di esprimere sinteticamente il proprio ambiente.
              Una simile concezione è ancor oggi largamente diffusa. Da certi indizi si potrebbe talvolta presagire il suo superamento a favore di interventi che riprendano altri atteggiamenti individuabili nella storia delle dottrine costruttive. Per una più precisa individuazione della nozione di struttura e della portata di un suo eventuale riesame, conviene forse risalire alla sua nascita nel corso del XVIII secolo, ovvero a quel modello della capanna primitiva teorizzato in Francia dall’abate Laugier, nel suo Saggio sull’Architettura del 1753, che tanta risonanza aveva avuto.
              Il paradigma della capanna primitiva, come sottolinea Rykwert, ha sempre fatto parte dei miti fondamentali dell’architettura. Rispetto ai suoi predecessori l’abate Laugier gli conferisce tuttavia un significato molto più preciso, in particolare per quanto riguarda la costruzione delle chiese, preconizzando l’impiego di colonne isolate sormontate da una trabeazione, in luogo dei pilastri massicci, arcate e altri artifici dei moderni. Si tratta dunque di ricollegarsi alla semplicità dei bisogni primari e al modello della capanna, che consta di quattro tronchi d’albero piantati in quadrato, a sostegno di altre quattro travi. Questo modello che all’imitazione delle origini coniuga la rivendicazione di una nuova leggibilità costruttiva, conosce un notevole successo, a dispetto delle reticenze di un Jacques-Francois Blondel, amante del classicismo e urtato dalla rusticità del dispositivo. La sua applicazione nell’ambito della architettura religiosa influenza edifici come la chiesa di Sainte-Geneviève di Souf- flot, in cui l’adozione delle colonne deve permettere di conciliare “la leggerenza gotica con l’eleganza greca”.
              L’esempio di Sainte-Geneviève pemette di sottolineare il carattere paradossale di questo riferimento alla costruzione primitiva, paradosso evidenziato dall’associazione tra i primi ripari, che si presume siano stati trasposti nei templi greci, e la struttura gotica. Se da un lato saremmo tentati di ragionare in termini di semplice accatastamento di pezzi di legno o di monoliti, dall’altro vediamo apparire spinte orizzontali o oblique, incanalate da un sistema di tiranti metallici e di archi di sostegno, che mantengono uno stato di equilibrio dinamico echeggiante le costruzioni medievali. Da questo punto di vista, la chiesa di Soufflot è tanto “gotica”, quanto “greca”, laddove utilizza gli artifici di progettazione e le tecnologie più sofisticate per raggiungere la purezza delle origini. Nelle sue Memorie sugli oggetti più importanti dell’architettura del 1769, Patte dà la spiegazione del fenomeno: dove gli antichi impiegavano i monoliti a guisa di architravi, i moderni architetti fanno uso di trabeazioni di concio, creando delle spinte orizzontali che si sovrappongono alle rampe di carico.
              Patte, descriverà in seguito in termini vicini al vocabolario degli ingegneri il colonnato del Louvre al cui compimento sovrintese lo stesso Soufflot. Egli paragona i padiglioni laterali dell’edificio a dei contrafforti, mentre le colonne accoppiate di Perrault vengono assimilate ai piloni di un ponte.
              L’accostamento non è fortuito. Anche gli ingegneri sognano un modello di ponte primitivo composto da pezzi di legno e da monoliti per piloni, sui quali poggiano altri monoliti a guisa di impalcato. È l’immagine del ponte di Loyang in Cina intravisto da alcuni viaggiatori. Dato che in Europa non si trovano pietre sufficientemente grandi da prestarsi a questo genere di costruzione, è necessario ricorrere alle volte di con- pi
              ci. Perronnet, il celebre autore di vere e proprie opere d’arte manifesta chiaramente questo primitivismo costruttivo. I suoi ponti ribassati posano su sottili piloni, da lui paragonati alle colonne delle chiese gotiche, “che inevitabilmente crollerebbero in gran parte” se uno solo dei sostegni “venisse a mancare”. Tale rischio permette allora di misurare lo scarto che separa il modello dalla sua realizzazione approssimativa, che funziona in realtà proprio al contrario degli obiettivi di precisione che vorrebbe raggiungere.
              Il paradigma della capanna primitiva può essere interpretato su diversi piani, che si ritrovano in successione nella maggior parte degli approcci strutturali della costruzione. Si nota innanzitutto, la presenza sottesa di archetipi costruttivi, nche Schopenauer potrebbe definire come “le rappresentazioni più rudimentali della volontà”: ci troviamo di fronte a un rapporto conflittuale tra pesantezza, coesione, resistenza e durezza, che in questo caso si traduce in opposizione tra elementi verticali portanti ed elementi orizzontali portati.
              Questo gioco, tuttavia, sarebbe stato impossibile senza i termini estremi che lo inquadrano e lo giustificano: da un lato i bisogni primari e un discorso utilitaristico che si sviluppa dai fisiocrati agli ingegneri con l’emergere della moderna razionalità di stato; dall’altro, una rivendicazione della libertà assoluta nella trasposizione di tali bisogni primari: necessità e libertà, norma e invenzione. Si potrebbe ben dire che il primitivismo costruttivo preannuncia il confronto tra stato e cittadino, il massimo dell’utilità e il piacere dell’essenzialità. La costruzione può rivendicare un’importanza sociale onnicomprensiva, poiché a questo livello esprime tensioni fondamentali quanto l’opposizione tra pesantezza e resistenza.
              Come sottolinea Perronnet, i grandi progetti di architettura e pianificazione costituiscono per ampiezza, costo e rischi connessi, l’equivalente, per il XVIII secolo, degli investimenti dei nostri giorni, consacrati all’informatica o alla conquista dello spazio. Questo onere finanziario assume anche la sfumatura di una posta in gioco politica: ad esempio, la sistemazione delle vie di comunicazione e la costruzione delle opere artistiche si inscrivevano, allora, in una prospettiva di intensificazione degli scambi invocata dai fisiocrati, da Quesnay a Turgot. La portata del primitivismo costruttivo sfugge per questa via al semplice registro della metafora. Il paradosso tecnico al quale si accompagna assume la connotazione di un paradosso economico, dato che la capanna dei primi uomini ispira opere prestigiose come Sainte-Geneviè- ve o il ponte Louis XVI di Perronnet, l’attuale ponte della Concorde, destinato a completare la piazza monumentale concepita da Gabriel alle porte di Parigi. Questo paradosso si ricollega in tal modo all’aporia indicata da Rousseau: purezza di un’origine pur tuttavia inaccessibile, fatalità del lusso, sogno della “trasparenza” e ostacoli interposti fra questo sogno e la realtà sociale. Su un altro piano, questa situazione conflittuale rinvia al dialogo tra natura e cultura, di grande rilevanza per la filosofia illuminista, in cui viene ridefinito ciascuno dei termini contrapposti. La costruzione partecipa in realtà di questa ridefinizione, situandosi precisamente allo spartiacque tra natura e artificio.
              Questa posizione trova svariate espressioni simboliche, dalla Nuova iconologia storica di Delafosse ai progetti di Le- doux, attraverso l’associazione frequente dei temi della roccia e della colonna, associazione che rinvia rispettivamente alla natura e all’opera dell’uomo. Ma la ridefinizione della natura si opera soprattutto sotto l’egida della analisi. Nel pensiero illuminista, l’analisi si applica tanto alla sensazione quanto al calcolo, ai primi elementi di una conoscenza naturale come al sapere più formalizzato. E su questa via che, dopo il Trattato delle sensazioni del 1754, Condillac prepara una Lingua dei calcoli, pubblicata postuma. Il calcolo alla fine avrà la meglio con la pubblicazione nel 1788 della Meccanica analitica di Lagrange e l’affermarsi della nozione della resistenza dei materiali all’inizio del XIX secolo, grazie alle opere di Sophie Germain, Navier e Cauchy.
              Il primitivismo costruttivo rimanda a entrambi questi registri: separando nettamente elementi portanti ed elementi portati, traduce il carattere analitico del procedimento progettuale in cui vengono manipolati archetipi fondamentali vicini alla sensazione. Vengono esaltati i problemi di dimensionamento; basti pensare alla sottigliezza dei piedritti della cupola di Sainte-Geneviève o a quella dei piloni del ponte Louis XVI (fonti di tante polemiche) per cui si sviluppano gli esperimenti di resistenza sui materiali. Soufflot e Perronnet s’interessano così alla compressione delle pietre. L’analisi delle formelle e lo studio delle leggi di comportamento del materiale si fondono nei loro progetti.
              Questa dualità viene colta anche dallo spettatore dell’architettura. Se questi considera dapprima la struttura in maniera globale, ne percepisce rapidamente gli artifici, in una sorta di decostruzione del progetto. Prima impressione, legata alla naturalità degli archetipi di riferimento, e analisi razionale si succedono nell’osservatore, il cui giudizio definitivo si attesta su una posizione mediana, dopo la presa di coscienza di un equilibrio tra le leggi naturali e gli espedienti della tecnica: un giudizio che fonde calcolo e sensazione.
              L’efficacia dell’analisi si misura adesso sulla sua capacità di ricomporre gli elementi semplici che ha liberato; ricomposizione che non viene percepita dallo spettatore pervia della presenza dell’oggetto edificato. La posizione del progettista è in compenso molto più delicata, come testimonia la distanza che separa il modello primitivo dalla sua realizzazione. La possibilità di ricomporre la sensazione e il calcolo risiede allora nella conoscenza di procedimenti e prodotti tecnici, che riannoda questi termini estremi e permette di orientarsi istante per istante. Così scrive un ingegnere allievo di Perronnet: “La scienza e l’arte della costruzione… abbracciano questa lunga catena che comincia dai bisogni primari e finisce con le più sublimi e più profonde ricerche… dalla macchina industriosa e semplice che macina il grano, fino al complicato edificio che trasporta l’uomo al di là dei mari, la pratica e la speculazione si prestano reciprocamente aiuto e contribuiscono mutuamente alla loro perfezione”. Questa “catena” della costruzione rimanda sicuramente allo spirito enciclopedico che ispira la Descrizione delle arti e mestieri di Réaumur, così come i progetti di Diderot, d’Alembert e Panckoucke. La descrizione della natura, realizzata e cambiata dai tecnici permette di supplire alla conoscenza ancora imperfetta delle leggi urbane che reggono contemporaneamente lo spirito e la materia. Da questo punto di vista, la costruzione intrattiene un duplice crapporto con lo spirito enciclopedico: enumerata da quest’ultimo nelle sue diverse produzioni Ia costruzione rappresenta egualmente una delle finalità di questo censimento delle risorse al quale partecipano architetti e ingegneri. Mentre Blondel redige gli articoli della Enciclopedia consacrati all’architettura, Soufflot e Perronnet si interessano all’organizzazione del lavoro e alle macchine; quanto a Patte, egli si occupa dei problemi urbani, dall’illuminazione pubblica alla distribuzione dell’acqua. Da manifatture di spilli studiate da Perronnet alle città abbellite per l’intervento della architettura, costruire diventa sinonimo di progresso. La metafora di un Dio primo architetto non è mai stata tanto presente come in questo scorcio di fine colo, allorché la costruzione è ancora in grado di restituire universo di pulegge e di contrappesi e il suo versante oscuro fatto di affinità chimiche e della vita che si rivela negli scricchiolii di una trave.
              In seguito la costruzione non giungerà a mai più a dominare dei livelli di referenza che si stratifichino dagli arche fondamentali alle tensioni del campo sociale. Criticato da Durand nel suo Compendio delle lezioni di architettura tenute alla Ecole Polytechnique dal 1802 al 1805, il primitivismo costruttivo ridiventa mitico nei primi anni del XIX secolo, allorché si perde il carattere dimostrativo che Condillac e Rousseau avevano conferito al ricorso all’origine. Para mente si elabora una descrizione del mondo che sempre più riposa sulla analisi matematica. Attraverso Durand il metodo analitico trasposto nell’architettura e reinterpretato dalla rinascente storia dell’arte conduce alla nozione di composi e alla sua codificazione. Composizione dei progetti e analisi matematica costituiscono i nuovi poli, ormai distinti, della costruzione. Ai trattati del professore di architettura del Politecnico risponde l’Arte di edificare di Rondelet che esprime la volontà di sistematizzare le esperienze sulla resistenza dei materiali da cui in seguito trarrà partito Navier.
              Il riferimento illuminista alla capanna primitiva ormai rapidamente superato, non sarebbe in grado di incarnare da solo l’insieme delle preoccupazioni strutturali dell’archi e della costruzione. Permette tuttavia di approfondirne le caratteristiche essenziali. L’aspetto che si delinea prima nel XVIII secolo è un approccio al progetto fondato contemporaneamente sulla presenza di archetipi costruttivi e sulla rivendicazione di una loro portata sociale. Questo approccio oscilla ponendosi fra coppie antagoniste: natura e artefatto, sensazione e calcolo, globalità e carattere analitico del progetto. Da queste referenze incrociate nascono alcune domande scomode, come quella che va a toccare la famosa “verità” costruttiva, ottenuta sovente, a prezzo dell’artificio e del gioco. Ma il funzionamento paradossale di questi opposti rimanda soprattutto alla possibilità di un sapere enciclopedico unificante. La dottrina di Viollet-le Duc si inscrive chiaramente in questa prospettiva; il disegno deve essere lo strumento di una conoscenza applicata alle produzioni della natura e a quelle dell’uomo, come sottolinea a suo modo la Storia di un disegnatore, in cui lo scheletro animale viene esaminato e confrontato con le strutture architettoniche. Per l’architetto, il disegno costituisce uno strumento altrettanto universale delle formule dell’ingegnere. Presenze di un mondo tecnico unitario, il visibile e l’invisibile avendo conquistato una propria autonomia possono ancora dialogare. L’architetto che dà il suo contributo con la matita, fa opera di sperimentazione e di sapere; d’altro canto si parlerà della “poesia” delle scienze matematiche che permettono di dare armonia al dimensionamento.
              Ritroviamo questa concezione presso numerosi architetti del movimento moderno, mentre oggi sembra essersi incrinata, per via delle nuove frontiere tra il naturale e l’artificiale. Se gli archetipi costruttivi ci richiameranno sempre alla mente un immaginario mitico dell’origine e della permanenza, è giocoforza constatare, d’altro canto, che le rappresentazioni più stimolanti del mondo fisico concernono assai più da vicino le particelle fondamentali o il codice genetico, che non la flessione di una trave o di un impiantito. La natura si popola di segnali, di flussi di informazione, di processi di codificazione e di decodificazione, di cui le tecnologie “innovative” cercano di rendere conto, mentre contribuiscono a far nascere nuove opposizioni, ad esempio tra ordine e disordine, che non riguardano più direttamente la costruzione.
              Le dottrine costruttive si scontrano nel dispiegarsi delle figure tradizionali della socialità; problema questo che si potrebbe facilmente ricollegare a una storia dell’arte reticente al ruolo di ricomposizione ideologica dei rapporti tra l’architettura e il campo sociale, una volta di sua pertinenza. Incontreremmo non poche difficoltà, oggi, nell’identificare quello Zeitgeist così sovente invocato per spiegare le trasformazioni dell’architettura e l’urgenza di una nuova modernità architettonica.
              Questa situazione rimanda infine ai limiti di un enciclopedismo che ancora alla fine del secolo scorso porterà alla pubblicazione del Dizionario delle matematiche applicate: opera che abbraccia tanto il taglio delle pietre, la proporzione degli ordini classici e la struttura gotica, quanto la metallurgia, la chimica e i meccanismi della borsa, applicando indifferentemente il medesimo procedimento analitico. Conseguenza di una divisione del lavoro sempre più marcata, questo fenomeno di dispersione sembra condannare prima del nascere qualsiasi tentativo di riunificazione nel nome di un qualsiasi metodo generale. Forse assistiamo alla conclusione di un’era di descrizione analitica del mondo, in cui il linguaggio unitario della scienza del XIX secolo viene soppiantato da strumenti parziali di accresciuta efficacia.
              Per gli architetti, preoccupati dall’esprimersi di questa diversità, è grande la tentazione di rifugiarsi nella metafora. Recentemente si è creato un immaginario della continuità e della discontinuità, dei flussi, dei reticolati e della nodalità che sembra ispirarsi al contesto creato dalla riduzione a numero della informazione, il trattamento dei dati e più in generale l’insieme delle tecnologie innovative. Queste problematiche, potrebbero ora saldarsi attraverso una discussione radi cale del razionalismo strutturale tramandato dal XIX secolo. Eppure, ciò che esse trasmettono non è forse ancora lo smarrimento provato davanti a una realtà che è pressoché impossibile ricomporre? Sempre in questo ordine d’idee si nota la pregnanza di figure improntate a una certa filosofia contemporanea nel render conto di questo processo : immagini della t differenza, della disseminazione ecc…, di cui Jacques Bouveresse sottolineava recentemente la fragilità.
              A dispetto della loro manifesta seduzione, questi approcci restano sovente tributari di un principio d’imitazione discutibile: il progetto, infatti, nel tentativo di riprodurre la diversità del suo ambiente corre il rischio di dissolversi. Ci si do- manda se non convenga piuttosto rinunciare a questa volontà di espressione di un contesto troppo generale, preoccupandosi invece di restaurare la specificità della disciplina architettonica.
              L’autonomia crescente di numerosi processi tecnologici costituisce ormai un fenomeno da prendere in considerazione. Questa conquista di indipendenza mette un limite al meccanismo di “concretizzazione” descritto da Gilbert Simondon, senza tuttavia cadere in un processo di differenziazione e di articolazione indefinito. Non è più il momento dei grandi sistemi tecnici unitari e gerarchici, ma delle giùstapposizioni, degli assemblaggi di elementi adeguatamente interconnessi, di configurazioni più leggere, il cui emergere testimonia un cambiamento profondo della razionalità tecnica. L’avvento della micro-informatica costituisce da questo punto di vista un sintomo rivelatore. La scrittura del software tende infatti a differenziare allo stesso modo i moduli di trattamento specifici e quelli degli strati periferici, stabilendo tra di essi un legame.
              Alcuni indizi possono indurre a una lettura di questo genere nel dominio della costruzione. L’industrializzazione fondata sulla ricerca di un processo di concezione-realizzazione continuo, omogeneo e dominato dall’alto, volge ormai alla fine. Parimenti vengono man mano abbandonate certe politiche basate su elementi che determinavano in anticipo le scelte progettuali. Le ricerche sui pannelli di facciata di cui l’opera recente di Bofill ha fornito l’occasione costituiscono a questo riguardo un’apertura interessante, in cui le possibilità di collage, di ancoraggio e di assemblaggio si moltiplicano. Un certo gioco sembra ricrearsi tra le differenti sequenze della produzione edile, un gioco che la computerizzazione delle imprese edilizie dovrebbe poter espletare pienamente, forse dando sbocco ad una nuova libertà.
              In questa prospettiva, l’architettura non dovrà più esprimere la totalità del contesto tecnologico – provocandone ove ce ne fosse bisogno la trascrizione – ma piuttosto impiegare questo gioco e questa libertà per riorganizzare in quanto disciplina autonoma, suscettibile di un dialogo con altri campi dell’intervento tecnico, non necessariamente sottomessi alla sua legge. Autonomia e capacità di dialogo sono in realtà indissolubili. Dobbiamo rassegnarci a una espressione architettonica che si limiti alla sola costruzione, con tutte le conseguenze che ne derivano, come l’abbandono delle dottrine costruttive fondate su una “naturalità” che non è più ammissibile al giorno d’oggi. Se non è facile rinunciare all’idea di struttura, garante di una certa coerenza architettonica, parlare di “verità” costruttiva è ben più difficile in quanto ha perduto gran parte del suo significato. Al di qua dello spartiacque tra natura e artificio, la scenografia della costruzione non può più pretendere d’incarnare un divenire tecnico globale. L’architettura domestica del XIX secolo poteva ancora rivendicare i perfezionamenti tecnologici più recenti in nome di una nozione di comfort, concernente direttamente lo spazio, in cui trovava un principio evolutivo fecondo. Quanto alla “casa telematica”, essa rischia di assomigliare troppo ai modelli che l’hanno preceduta: l’incidenza spaziale dei reticolati si rivela in realtà quanto mai fragile.
              “Fedeltà”, “tradimento”, rigore o rinuncia a questa drammaturgia del razionalismo strutturale confrontato alle realtà della produzione, si deve sostituire una ricerca di interconnessioni oculatamente negoziate e ordinate in funzione di una volontà di progettazione che oltrepassi il campo dell’architettura.
              Questo superamento, d’altra parte, presuppone la rottura con gli ideali tradizionalmente legati all’oggetto concepito dall’architetto, conducendo a una reinterpretazione della disciplina architettonica in funzione della sua partecipazione a un disegno che comporta ben altri interventi.
              Rimane da dare un nome a questo atteggiamento. Pensiamo allora a quella “catena” di realizzazioni del XVIII secolo, che sfuggiva parzialmente allo stesso spirito enciclopedico che valeva a definirla. Elemento costitutivo di quella catena, in realtà, è un intento progettuale comune “all’umile macchina che macina il grano”, al vascello “complicato che trasporta l’uomo al di là dei mari”, alla stessa architettura. Non si tratterebbe, naturalmente, di ricostituire una simile concatenazione nel campo delle tecniche contemporanee, ma di identificare dei segmenti parziali suscettibili di tradursi in progetti che non siano solo di architettura, ma che siano anche progetti nei quali l’architettura intervenga come semplice sequenza.
              Questa concezione potrebbe sfociare in una sorta di “costruttivismo” che intervenga nelle interconnessioni e nei limiti di sistemi edilizi profondamente diversi tra loro. Accanto al razionalismo strutturale, anche la storia delle dottrine costruttive offre l’esempio di approcci fondati sull’idea di una certa trasversalità della nozione di progetto, dagli ingegneri del Rinascimento agli architetti sovietici degli anni venti. Si può pensare che il razionalismo strutturale contribuisca involontariamente a questa generalizzazione, rafforzando le esigenze di coerenza architettonica. Viollet-le Duc non ha forse ispirato gli architetti costruttivisti russi? Il problema, in definitiva, non consiste tanto nei rapporti tra architettura e costruzione, quanto nella rivendicazione di una espressione costruttiva universale, votata al giorno d’oggi all’insuccesso. Si deve dunque ammettere che la costruzione non rappresenta più un’espressione dell’umanesimo.
              La ricerca sulle interconnessioni e i limiti, le possibilità di gioco e di mediazione che cominciano a venire in luce non sono, frattanto, prive di una loro ricchezza. Paesaggi improbabili e architetture di sogno sorgono dagli schermi del computer. Resta da stabilire come trarne ispirazione, senza cadere nella metafora naive. I flussi e i reticolati interrogano l’architettura; ma questa, forse, non è ancora, e prima di tutto, quell’arte che Diderot nel suo Prospetto dell’Enciclopedia classificava sotto la voce “immaginazione”?

              Architettura neo-organica

                Non poteva mancare Frank Gehry con la sua ossessione per la forma-pesce (nella foto, il Villaggio Olimpico di Barcellona), tra i protagonisti di Zoomorphic, curiosa mostra dedicata alle architetture ispirate agli animali, una delle tendenze più rilevanti dell’architettura contemporanea (al Victoria & AIbert Museum di Londra, sino al 4 gennaio).
                L’unione tra architettura e regno animale ha partorito edifici che somigliano a trofei urbani di caccia e pesca.
                Le architetture zoomorfe sfidano le possibilità delle nuove tecnologie di progettazione, in grado di imitare le forme delle creature animali anche nella logica strutturale, come disegnati dall’interno Reta/7 Warehouse di Wiikinson Eyre Architects.
                Banche che sembrano ostriche, ponti simili a gamberoni, musei come code di balena o corazze di armadilli, case in forma di stelle o ricci di mare, ville adagiate come mante che nuotano su fondali sabbiosi, tentacoli, pinne, antenne che fanno capolino tra strade e piazze: non ce ne siamo accorti, ma in questi anni nelle nostre città sono cresciute strane creature che ricordano quei “mostri” che gli esploratori del Settecento esponevano all’ammirazione di tutti nelle apposite “camere delle meraviglie”. Hugh Aldersey- Williams, giornalista e critico, si è guardato intorno e ha censito una quarantina di edifici animalier, ritrovando importanti esempi della tendenza tra le grandi firme della progettazione internazionale.
                Da questo è nata Zoomorphic, la mostra del Victoria and Albert Museum di Londra dedicata al ritorno della natura nell’architettura contemporanea, da Frank Gehry a Santiago Castrava, da Lord Foster a Renzo Piano, da Greg Lynn ad Asymptote.

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                In fondo non c’è niente di nuovo. Si dice che gli architetti ogni cinquanta anni flirtino con le forme ispirate dalla natura: un secolo fa Gaudì confessava che il suo maestro era stato un albero e Tiffany ornava le sue lampade di creature marine. Ma in questo revival, in questo guardare ancora alla natura in cerca di idee, c’è qualcosa di diverso e decisivo. Ora che le tecnologie digitali e i nuovi materiali permettono di costruire per davvero le forme più strane e bizzarre, la natura è più che fonte di ispirazione, un repertorio di sfide a muri e angoli retti.
                Un altro edificio interessante, progettato dallo studio Birds Portchmouth Russum per il lungomare di Morecambe, cittadina inglese nota per la pesca dei gamberi.
                L’interno del DZ Bank Building a Berlino di Frank Gehry: la cupola di vetro è disegnata con l’aiuto di Jórg Schlaich, uno dei grandi ingegneri tedeschi, già collaboratore di Frei Otto per il rivoluzionario stadio delle Olimpiadi di Monaco. In questo caso Gehry si è ispirato a un’ostrica con tanto di perla. In altri progetti, Gehry ripropone la forma di un pesce: una sorta di mascotte che risale agli anni dell’infanzia, quando, dicono i biografi, la nonna dell’architetto usava allevare le carpe nella vasca del bagno. Gehry progetta servendosi di programmi computerizzati studiati per l’industria bellica.

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                Architettura Zen

                  Linee orizzontali In accordo con le prospettive infinite del deserto, grandi coperture per creare zone d’ombra e refrigerio. Nel deserto del Mojave, sud-est della California, tra pochi mesi una rigorosa architettura fatta di superfici geometriche e materiali contemporanei sarà la sede di un nuovo ritiro buddista della corrente Zen.
                  Con bagni termali, aule per la meditazione e l’insegnamento, dormitori per circa 60 persone. Oggi sono più di 4 milioni gli americani seguaci della dottrina buddista in tutte le sue varianti, da quella tradizionale indiana a quella della pratica Zen, che mescola pensiero indiano, cinese e giapponese.

                  Nella cornice scabra e fascinosa del grande West, per l’esattezza nel deserto californiano del Mojave, sorgerà la prossima primavera il ritiro buddista del maestro novantaseienne Kyozan Joshu Roshi, affidato alla matita esperta dello studio Predock – Frane, già noto per aver progettato e costruito da poco un altro centro buddista nel New Mexico. “Il rituale Zen è strettamente collegato al luogo e alla natura, a visuali, venti e angolo solare”, spiega l’architetto Hadrian Predock. “Ecco perché alcune parti dell’edificio sprofondano nell’oscurità del terreno desertico, altre si elevano per approfittare al massimo del flusso dei venti e del soleggiamento”.
                  Ed è un chiaro rimando alla natura anche il ciclo progettato per utilizzare l’acqua termale della zona. “L’acqua a 55 gradi viene convogliata dalle viscere della montagna Little San Bernardino in una vasca sotterranea per bagni invernali e notturni.

                  Si riversa poi in una grande piscina al centro del complesso, poco profonda, circondata da cactus, yucche e altre piante del deserto, dove la temperatura si abbassa. Infine l’acqua torna alla natura, attraverso l’irrigazione del terreno riarso, creando un effetto-oasi”. Il ritiro dà origine dunque a un vero e proprio parco naturale, che in alcuni periodi dell’anno sarà aperto al pubblico per campeggio e picnic. Il deserto, dice Predock, ha ispirato anche la scelta dei materiali con cui è costruito il ritiro. “L’alluminio corrugato rimanda alla pelle dei cactus, l’acciaio corten (effetto ruggine) ricorda le carcasse di auto abbandonate e altri resti tipici del deserto.
                  Gli ambienti vogliono assomigliare all’interno di quarzo lattiginoso del geode, la pietra simbolo del deserto”. Il fresco del sottosuolo e le correnti dei venti sono sfruttati con criteri bioclimatici per ventilare le aule e i dormitori.
                  Volumi geometrici che sembrano fluttuare nello spazio metafisico del deserto: il ritiro buddista Zen del maestro Roshi sorgerà su progetto dello studio di architettura Predock-Frane di Santa Monica, California.
                  Per ripararsi dalla calura del deserto, i dormitori sono stati ricavati nel sottosuolo, e gli ambienti alla quota del deserto, con le aule per l’insegnamento e la meditazione (immagine sotto), i bagni rituali, e gli appartamenti del maestro Roshi, sfruttando i venti prevalenti secondo i criteri della bioclimatica.

                  BOX PER LA STORIA

                    Mentre le vecchie cabine telefoniche stanno scomparendo, soppiantate dai cellulari, altre cabine fanno la loro comparsa nei punti di maggior passaggio delle metropoli americane: sono le StoryBooth (la prima nell’atrio di Grand Central Station a New York ), studi di registrazione dove chiunque, guidato dalle domande di un intervistatore virtuale, può raccontare la storia della propria vita e averne copia su un cd.
                    L’idea è di Sound Portraits Production, una radio che produce documentari.

                    Piante, una fioritura infinita

                      Sono così tanti e diversi da poter riempire di colore e profumo un immenso giardino per un anno intero. Talmente belli da creare, da soli, un’atmosfera di magia. Facili al punto da fiorire in un qualsiasi contenitore improvvisato. E regalare un angolo di gioia alla casa.

                      Nella foto, cresciuti in bottiglie di plastica tagliate a metà e forate, i profumati giacinti e i ciuffi verdi dei narcisi creano composizioni raffinate dall’aria casuale. La semplice cassettina da lavoro in legno è perfetta per gli attrezzi da giardiniere necessari a curare i bulbi. Quasi tutte le varietà di tulipano, oltre 5.000, possono fiorire in contenitori da tenere in casa: quelle medio-piccole sono più indicate allo scopo.

                      All’ultima edizione di Floriade, in Olanda, qualcuno ha messo i tulipani a testa in giù. Corolle dentro l’acqua e bulbi fuori dal vaso, da ammirare come fossero bouquet. Non ce n’era bisogno: sappiamo da tempo che i veri gioielli sono loro. I bulbi, appunto, piccoli, autonomi forzieri dall’apparenza poco invitante, ma custodi di un tesoro. Così panciuti e ricchi di riserve da fiorire anche senza terra. Nel XVII secolo, la tulipomania portò nobili e contadini a investire cifre folli nell’acquisto di un bulbo. Al punto che nel ‘700, con l’evoluzione nella giacintomania, in Olanda un solo esemplare della nuova varietà Admiral Liefken fu addirittura acquistato per l’equivalente di 10.000 euro attuali. Oggi basta molto meno per procurarsi una manciata di questi preziosi frutti della terra, ma la soddisfazione nell’accudirli e vederli crescere rimane grande. Questo è proprio il momento di godersene la fioritura, in giardino e anche in casa: tulipani, iris, giacinti, narcisi, muscari e allium più o meno profumati, incandescenti di colore o nelle delicate tinte pastello, giganti o non più alti di quattro centimetri, rustici oppure delicati. Ce ne sono per tutti i gusti, eppure sempre più spesso vince la semplicità: i più amati sono i capolini un po’ selvatici, le corolle davvero essenziali e i petali in tinta unita.

                      Quando i bulbi primaverili sono in fiore, è tempo di mettere a dimora le bulbose estive e autunnali. I gladioli, le crocosmie, le gloriose e gli agapanti piantati adesso fioriranno alla fine di luglio. Le begonie tuberose, le dalie e le canne da fiore sbocceranno da agosto a ottobre. Colchici, crochi d’autunno e ciclamini di bosco schiuderanno le corolle ai primi freddi. Salvo poche eccezioni, è buona regola interrare i bulbi a una profondità pari a tre volte il loro diametro.

                      Un esercizio rilassante anche se il tempo è sempre poco: basta un metro quadro dello spazio domestico allestito con aiuole immaginarie disegnate da vecchi mattoni. Qui fioriranno i bulbi messi a dimora in autunno in bottiglie di plastica e vaschette per ortaggi riciclate, abbandonati in balcone al freddo fino a primavera e portati in casa solo quando saranno in boccio. Al caldo, dopo pochi giorni si schiuderanno.

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                      Giardini in miniatura
                      Una cassettina in legno riciclata può accogliere il mini-giardino di crocus, che sono fra i primi fiori a sbocciare. Stretti parenti dello zafferano, di cui hanno anche il tipico profumo, si possono scegliere in una delle loro svariate sfumature. Come tutte le bulbose cresciute in piccoli contenitori, dopo la fioritura vanno messe a dimora in piena terra.

                      Le bulbose primaverili devono buona parte della loro popolarità alla facilità di coltivazione. Solo due cose devono venir loro garantite: il freddo e una “vecchiaia” tranquilla. Senza l’inverno i bulbi non fioriscono: lo sa bene chi nelle regioni più calde li conserva in frigorifero fino a Natale, per poi interrarli. Il buon invecchia
                      mento serve a nutrire bene il bulbo: le foglie non vanno recise dopo la fioritura, ma devono appassire naturalmente. Con questi presupposti, andranno avanti da soli per anni. E noi, forse, avremo il tempo di cercarne di più curiosi. Per esempio da Floriana, il vivaio di Monte Porzio Catone con un infinito numero di varietà.

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