La città del futuro

Lo sviluppo della città e le sue trasformazioni, anche radicali e più spesso utopistiche, in rapporto al mutare delle condizioni sociali, culturali, economiche e politiche rappresenta, da sempre, il leit motiv della ricerca in campo urbanistico e architettonico. Tra le più ardite in questa direzione, l’idea di condensare una città intera o parte di essa – in un solo edificio. A maggior ragione in epoca moderna e contemporanea: nel corso dell’ultimo secolo, in particolare, le ipotesi in questo senso sono state numerose e a esprimerle hanno contribuito alcuni tra i maggiori esponenti dell’architettura del Novecento. Basta citarne due. Nel 1947-52 Le Corbusier sintetizza 30 anni di lavoro sulla città nel modello dell’Unité d’Habitation di Marsiglia, edificio lineare a 12 piani per 1.600 persone, con asilo nido, scuola materna e attrezzature per sport e tempo libero. Nel 1956 è l’americano Frank Lloyd Wright a tracciare l’alternativa, con il progetto per il grattacielo alto un miglio in Illinois: una “città-cielo” da 528 piani per 130mila abitanti. Ben lungi dall’essere esaurito, l’argomento merita ancora più attenzione oggi, quando il focus principale si sposta dalla pura aspirazione alla crescita sociale e/o alla ricerca estetica, dettata anche da esigenze di riqualificazione dello spazio urbano, al tema rovente della sicurezza. Sotto questo aspetto, la dicotomia tra edificio in altezza (il grattacielo) e sviluppo orizzontale della città (megalopoli) presenta una duplice debolezza: l’aggressione alle Twin Towers di New York ha messo in evidenza la vulnerabilità dell’edificio in altezza di fronte ad attacchi che mirano a colpire l’aspetto simbolico di una struttura urbana, mentre la città diffusa metropolitana è difficilmente difendibile per i molteplici punti deboli che questa presenta (l’esempio degli attentati di Madrid e Londra, condotti entrambi colpendo le infrastrutture pubbliche di trasporto lo dimostra appieno). L’idea di condensare la complessità dell’ambiente urbano in un solo edificio torna, quindi, all’ordine del giorno. All’ultima edizione della Biennale di architettura di Venezia, il curatore Kurt W. Forster ha individuato gli iperprogetti quale tappa di transito di una evoluzione tipologica, sociale, culturale ed economica della produzione architettonica, in linea con le esigenze della collettività; prospettiva sempre meno futuribile e, al contrario, contemporanea e temporalmente vicina. Realizzati in corrispondenza di fulcri nodali delle metropoli contemporanee, gli iperprogetti sono il trionfo dell’artificio sulla realtà, l’icona della trasmigrazione di riti e utilizzi dello spazio collettivo urbano in un volume circoscritto, autoreferenziale nei confronti della città stessa. Ne è esempio tra gli altri il piano urbanistico dell’area della stazione Arnhem Centraal ad Arnhem, in Olanda, di UN Studio-Van Berkel & Bos, progettata nel 1996 e pronta entro il 2007: vi troveranno sede circa 80 mila m2 di uffici, 11 mila m2 a uso commerciale, 150 unità abitative, il nuovo atrio della stazione ferroviaria e una quarta banchina a questa annessa, un sottopasso, una galleria per le auto, 5mila posti per le biciclette e 1.000 per le automobili. Un posto a sé merita l’emblematica proposta di Paolo Soleri, architetto torinese classe 1919, allievo di Wright a Taliesin, che dimostra di avere assimilato la lezione del grande maestro dell’architettura organica. Promotore e demiurgo dell’Arcologia, estrema sublimazione della fusione tra Architettura ed Ecologia, mette a punto nel 1996 il progetto dell’Hyper Building, o Arcology Major. Collocato in piena area desertica tra Los Angeles e Las Vegas, il complesso condensa una città in un unico edificio a sviluppo verticale alto mille metri, in controtendenza rispetto al tradizionale sviluppo orizzontale delle megalopoli. Il risultato è, parafrasando Le Corbusier, un “object à reaction poetique” che evoca simbologie arcaiche e sintesi tra funzionalità estrema e alta tecnologia. Su una superficie di 1 km2 in un’area non antropizzata, abiteranno e svolgeranno la propria attività 100 mila abitanti. La città verticale si eleva dal suolo progressivamente a partire da un diametro di 250 m e per 8 piani principali, con residenze, aree verdi, centri culturali ed educativi, poli sanitari e ricettivi; nel basamento (900 m di diametro) si trovano spazi e strutture di servizio, infrastrutture per la circolazione, uffici, centri commerciali, parchi, strutture sanitarie, impianti, spazi e centri per la cultura. Circa a metà della torre, il Park Terra Greenhouse riproduce un ambiente naturale rigoglioso. La circolazione interna è congegnata a partire da una rete di punti focali di attrazione che stimolano lo spostamento delle persone all’interno dell’edificio realizzando – in vitro – la vitalità urbana. La sicurezza è assicurata da un complesso sistema di rampe di evacuazione, scale e un eliporto sulla copertura della torre. E’ questa la città del futuro?

Comments are closed.