About: Mauro Tonelli

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Una personalità del design

    Negli Anni ’70 ha introdotto il design nei grandi magazzini, negli 80 ha riscoperto creatori di stile dimenticati, nei 90 ha ideato l’immagine di alberghi per il “nomadismo contemporaneo”. Ora Andrée Putman firma una sua collezione di mobili. Le sedie fanno parte della linea “Croqueuse de diamant”, in faggio tinto patinato. Il rivestimento è in finto crine, una fibra sintetica prodotta da Michael Maharam, New York.

    Il rapporto tra terreno e fondazioni

      Ogni edificio può essere considerato come un organismo, una struttura, vale a dire un complesso di rapporti fra le varie parti che lo compongono, fra loro, all’interno dell’edificio stesso, e con l’ambiente in cui questo si inserisce.

      Il progettista costruisce la logica di questo sistema di rapporti e, lungo tutto l’iter della progettazione, ne controlla e risolve i punti nodali. Parallelamente alla costruzione di tale sistema, che caratterizza l’organismo architettonico, il progettista sviluppa una serie di scelte d’ordine grafico finalizzate a un’adeguata comunicazione e rappresentazione del progetto.

      Marcel Breuer, architetto moderno

        “Nessun materiale ha più potenzialità del cemento”, sosteneva Marcel Breuer. E la vertiginosa parabola della chiesa di St. Francis de Sales nel Michigan ne è la prova. Di origine ungherese, considerato in Usa tra i grandi architetti moderni, Breuer (1902-1981) in Europa è conosciuto quasi esclusivamente come designer. Un’analisi completa della sua opera è proposta per la prima volta dalla mostra Marcel Breuer-Design and Architecture in corso al Vitra Design Museum di Weil am Rhein (Germania, www.design-museum.de, fino al 25 aprile).

        Il nomade e la città in Yemen

        Il contrasto tra due diversi tipi di vita, diversi rapporti con la natura e diversi modi di occupare ed usare lo spazio, viene espresso in maniera marcata ed attenta nelle due mostre allestite nell'ambito più generale del "World of Islam Festival". Esse esemplificano e riassumono le caratteristiche dei due modi di essere, nomade e urbano, ed...
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        Voglia di comunicare

        Disegnare come da bambini, per liberare la mente. Protagonista il tavolo Reale, design Carlo Mollino, del  1946 (Zanotta). Sedia in rovere sbiancato di Riccardo Blumer per Alias. Album, matite e paste  cretosi sono distribuiti da Taxiart. Riscoprire il piacere di scrivere, disegnare. Inventarsi spazi dove vergare una lettera, un invito. Lasciare messaggi in giro per tutta...
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        Una galleria milanese

          Da più di dieci anni, la galleria milanese di Monica De Cardenas è un punto di riferimento importante per l’arte contemporanea di matrice neofigurativa. Alle pareti, fotografie in bianco e nero dell’artista inglese Craigie Horsfield. Sono stampe tradizionali, in copia unica di grande formato. La galleria De Cardenas è a Milano, in via Vigano, www.artnet.

          Una fattoria per accogliere gli amici

            La fattoria è stata ristrutturata in chiave moderna dall’architetto Erik Véne, che ha rispettato le strutture originarie e dato risalto alla luce con un massiccio uso del bianco. La biblioteca di legno chiaro ricavata nel granaio è sovrastata da una ruota di carro birmana.

            Due giornate intere lontani dalla città, dalla routine degli obblighi e degli orari che scandiscono ogni istante: la scena è la casa di una coppia di professionisti, una fattoria immersa nel verde ristrutturata per poter accogliere e lasciar rilassare gli amici in libertà, in un’atmosfera fatta di delizie campestri e di dettagli di ospitalità.

            Nei fine settimana la prima colazione è un momento magico da gustare con calma, nella cucina luminosa dove la tavola offre l’equilibrio delle spremute e croissant.

            I pensili a vetrina riprendono il motivo a quadretti delle finestre che anche qui, come da ogni stanza della casa, si affacciano sul verde circostante. Il tavolo ovale e le sedie d’epoca accolgono gli ospiti appena svegli. In questa pagina, da sinistra. Ancora candore di mobili e pareti nella zona dedicata agli ospiti. Nel bagno, sedia gustaviana e gesso primo Novecento di Victor Rousseau. In camera, un dipinto fine ‘800 e una poltroncina 1930.

            Mettete insieme tre amiche d’infanzia, riunitele sotto lo stesso tetto assieme ai loro mariti, senza programmi precisi e senza orari, e avrete la ricetta di una delle più autentiche e sicure gioie della vita. Questo fantastico mix si ripropone spesso a casa di una coppia belga, Brigitte Forgeur ed Eric Lippens, per il week-end, tempo ideale perché ospiti e padroni di casa godano appieno della reciproca compagnia, ma si lascino con la voglia di rivedersi ancora al più presto. Brigitte è una donna invidiabile: è riuscita a far quadrare il cerchio di una vita in moto perpetuo, di un solido matrimonio, di una casa bella e ben tenuta, della passione per l’ospitalità e degli spazi dedicati solo a sé.

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            Dall’orario ai gusti, la prima colazione è il pasto più personale che ci sia. Quindi, per una volta, è meglio copiare dagli alberghi, offrire agli ospiti un’ampia scelta e lasciarli fare. Munitevi di termos, bollitori, cestini e contenitori giusti. Perché tutto, dal caffè alle uova à la coque resti caldo, come preparato al momento.

            Liberi come a casa propria, gli ospiti passano dal soggiorno alla sala da pranzo alla cucina, arredata come le altre stanze con bei mobili d’epoca, come il cassettone in quercia. In primo piano la parete attrezzata con mobili inglesi Aga. Il brunch è stato preparato con anticipo e, per gli ultimi ritocchi, le amiche hanno aiutato la padrona di casa. Nella pagina accanto. Sofisticata è la tavola, un sontuoso fratino del 1700 con piano in ardesia. Antichi anche i calici e le bottiglie di cristallo. Candelieri d’argento XIX secolo, sedie danesi 1935 di Fritz Henningsen. Sui davanzali, un grande vaso giapponese del 1850 e una testa d’ariete in piombo, settecentesca.

            La padrona di casa scrive d’arredamento e di decorazione e il suo lavoro di ricerca la porta in giro per il mondo per lunghi periodi, e comunque la obbliga ad andare a Parigi due o tre giorni a settimana. «Passo la giornata a veder gente», racconta, «e sono costretta, se così si può dire, a un’intensissima vita mondana! Quindi nei momenti liberi devo essere capace di staccare completamente la spina per ricaricarmi con i miei affetti. Per questo con Eric, che è antiquario di professione e stanziale per vocazione, abbiamo deciso di far base in campagna, qui vicino a Bruxelles, che è la nostra città d’origine e dove abbiamo tutti i nostri più cari amici». La casa, un’antica fattoria di mattoni rossi tipicamente nordica, che si sviluppa attorno a una corte quadrata, sembra il modello ideale per vivere tutti felici e contenti. L’antico granaio è diventato il regno del padrone di casa, studio e biblioteca per raccogliere oggetti d’arte e gli amati volumi; un altro corpo raduna le camere degli ospiti, e in mezzo c’è la casa vera e propria, cuore dell’arte del ricevere e quintessenza delle delizie campestri: un immenso camino nel quale bruciare tronchi lunghi un metro, divani dove sprofondarsi in interminabili conversazioni, la cucina, il tavolone da pranzo. A immagine dei padroni di casa, l’architetto Erik Véne ha realizzato un arredamento raffinato e prezioso, fatto di legni chiari d’ispirazione gustaviana, che esaltano gli spazi ampi e luminosi.

            La domenica corre via veloce tra una corsa in bici fino al vicino paese, una partita a tennis per meritarsi una colazione abbondante e una passeggiata con Pedra, la cagnolona di casa. Altri momenti di relax e infine, mentre Pedra fa la guardia alle valigie già pronte davanti alla porta d’ingresso, c’è tempo per scaldarsi davanti al fuoco, bere ancora un caffè e dirsi arrivederci, fino alla prossima volta.

            In questa casa la coppia ama farsi raggiungere dagli amici per passare giornate in tutto relax. Al mattino, dopo la colazione, via alle attività di cui la campagna, nonostante l’aspetto sonnacchioso, è sorprendentemente prodiga: jogging per chi si sente attivo, giardinaggio per chi è in fase contemplativa, una passeggiata in bicicletta o una partita a tennis se si vuole fare sport tutti insieme e tante tante chiacchiere. I pranzi sono sempre a buffet: ci si serve e poi ci si accomoda sulla tavola che Brigitte, nonostante il tono informale, apparecchia con la massima cura. Le amiche l’aiuteranno a sparecchiare e a rimettere in ordine. Uno schema collaudato e vincente che significa indipendenza e collaborazione.

            Piantano pomodori e zucchine, rosmarini e peperoncini come prima facevano con gerani e petunie. Oggi la passione per l’orto è arrivata persino sui balconi ed è l’ultima sfida per gli amanti del verde: un piacere psicologico oltre che gastronomico. E la tavola è più chic se imbandisce anche i gustosi frutti delle nostre fatiche.

            Un resort ad arte

              Ai piedi dello Sciliar, suggestivo altopiano dell’Alto Adige, il borgo di Fiè nasconde una torre fortificata del ‘200 un tempo adibita a palazzo di giustizia. Recentemente è stata trasformata in albergo, il Turm, con una peculiarità: il proprietario, collezionista di opere d’arte, le ha messe a disposizione dei pochi ospiti esponendole un po’ ovunque, dalle stanze ai corridoi, fino alla piscina del centro wellness.

              Nel corridoio della Torre del Gufo, nome originario dell’edificio, quadri di Bellini, Bertolini e Valia: sono quasi 700 le opere d’arte, tra dipinti a olio, acquerelli, litografie e sculture, in mostra in tutti gli spazi dell’hotel Turm.

              «L’abitare e il benessere», afferma Stefan Pramstrahler, proprietario dell’hotel Turm, «devono formare un’unica opera d’arte», e infatti già dall’ingresso la sensazione è di essere accolti in una casa dove l’elegante semplicità degli spazi è l’unica cornice possibile ai dipinti e alle sculture che quasi casualmente arredano i salotti insieme agli ampi divani che invitano al riposo, o le poche stanze, una diversa dall’altra, che nascondono capolavori di Klimt, Kokoschka, Dix, Klee, De Chirico, Picasso, Guttuso e Schifano. E anche nei confortevoli locali del centro benessere è costante la sensazione di muoversi in una galleria d’arte.

              Hotel Romantik Turm, piazza della Chiesa 9, Fiè allo Sciliar (BZ) www.hotelturm.it

              Swatch Emotion

              Ottomila metri quadrati per esporre un orologio. Il progetto di questo allestimento è uno scenario, un percorso che il visitatore vive in maniera emozionale più che fisica, alla scoperta del clima e  dei dettagli di questo fenomeno inquietante. Un palcoscenico, dove la sequenza e il ritmo dei suoni e delle luci, l'intensità dei colori crea la...
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              Svezia, camera con sauna

              Struttura di legno e tetto di lamiera verniciata per questa dépendance sul mare di una casa di villeggiatura a venti minuti dal centro di Stoccolma. Costruito ex novo, ma sulla falsariga dei ripari per le barche tipici della costa svedese, il rifugio poggia su una piattaforma-pontile di legno a filo d'acqua, e ha alle spalle...
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              Riscoprire gli splendori del passato

                Veneziani accomunati dall’amore per il bello e per le tradizioni della loro città, Nicolò e Chiara Donà dalle Rose hanno dato vita a un atelier di creazioni tessili dipinte a mano secondo tecniche antiche, ispirate alle opere di arte bizantina e rinascimentale. Per far rivivere gli splendori del passato.

                Chiara Donà dalle Rose esamina uno dei tessuti dell’atelier Donatus, appena realizzati. I motivi decorativi sono dipinti a olio, con una miscela quasi alchemica ottenuta mescolando ossidi, pigmenti naturali e colle organiche.

                Le trame della Serenissima

                Una grande passione per l’arte, in particolare per i dipinti rinascimentali e bizantini. E, soprattutto, un grande amore per la storia della propria città, Venezia. E nata così, cinque anni fa, l’idea di Nicolò Dona dalle Rose, veneziano e proprietario di uno dei palazzi più antichi della città: riproporre, in chiave attuale, i decori dei raffinati tessuti in voga all’epoca d’oro della Serenissima, dipingendoli con pigmenti e pitture a olio sopra le stoffe. Come era in uso nei secoli passati. Una specie di omaggio alle proprie origini, se si considera che tra i viaggiatori che portavano a Venezia le preziose stoffe dall’Oriente e da Costantinopoli c’era nel 1090 un suo antenato, Johannes Donatus. Ed è proprio lui che oggi dà il nome all’azienda. Quei tessuti dunque affascinarono gli artisti dell’epoca, che li immortalarono nei loro dipinti. E proprio quelle tele hanno fornito lo spunto a Nicolò e a sua figlia Chiara per decorare, dipingendo e serigrafando a mano, tendaggi, tovaglie, cuscini e pannelli. Mentre il padre si occupa della ricerca storica e artistica dei motivi decorativi, scrutando ogni particolare interessante nei quadri, e scovando antichi tessuti nascosti in soffitte, sua figlia Chiara segue le varie fasi del lavoro, dalla realizzazione del tessuto fino alla stampa del decoro, scegliendo di volta in volta i pigmenti più adatti. «E’ importantissimo l’uso appropriato dei colori e delle miscele», dice Chiara. «Per esempio, lo zinco, che unito ai pigmenti dà un disegno molto materico non è adatto a decorare le tende di velo, mentre i colori più leggeri, sono perfetti. Tutto va calcolato in base alla pesantezza della stoffa. Importante è la solidità dei tessuti e dei nostri decori: resistono perfino in lavatrice a 40°». Il quartiere generale della Donatus è il palazzo avito di Venezia qui prendono vita sia i pannelli dipinti su commissione, sia le tappezzerie per rivestire interi saloni. I colori, scelti in base alla gamma cromatica in voga nel Cinquecento, sono realizzati nel laboratorio, con miscele quasi alchemiche di ossidi, pigmenti e colle organiche. Il risultato finale è una serie di tessuti dall’aspetto antico, che sembrano già con la patina del tempo. “Recentemente abbiamo messo a punto una tecnica per riportare anche sui rivestimenti murali i decori utilizzati sulle stoffe”, continua a raccontare Chiara. «Spesso, infatti, gli architetti ci chiedono di uniformare intere stanze, dalle tappezzerie alle pareti, riproducendo lo stesso motivo decorativo.

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                I decori sul bordo della tovaglia in puro lino sono stati stampati a mano: s’ispirano ai gioielli dell’imperatrice Theodora. II particolare processo di stampa a mano, con pigmenti naturali e diversi passaggi, ha l’effetto e la lucentezza della pittura a olio, lasciando anche una patina di finta antichità. I colori, scelti tra la gamma cromatica in uso nell’epoca bizantina e rinascimentale, sono identici a quelli dei quadri ai quali s’ispirano.

                Noi riproduciamo, ad esempio, uno stemma o un monogramma sui diversi materiali, un concetto estetico che era già in voga all’epoca delle ville palladiane». Come base di queste “trame veneziane” vengono utilizzati perlopiù dei veli in puro lino o dei “sergé”, tessuti metà lino e metà cotone, in voga nei primi del Novecento, adoperati anche dal mitico Fortuny. «Ma usiamo anche i velluti, le sete, i broccati, perfino la plastica e i filati di nylon: tutto è possibile», puntualizza Chiara. «Del resto, uno dei pregi della produzione artigianale sta proprio nel poter essere realizzata su misura, nei minimi dettagli». Chiara Donà dalle Rose è moglie dell’artista francese Eric Bathory che collabora alla realizzazione delle nuove collezioni. Eric, che nei prossimi mesi esporrà le sue opere in una galleria d’arte contemporanea di Londra, ha recentemente studiato il modo di trasporre alcuni decori miniati, quali antichi tatuaggi su pergamena e miniature di codici, ingrandendoli e proiettandoli sulle pareti così da ottenere delle tenue sfumature dei colori di base, ripresi puntualmente col pennello. «Un effetto molto suggestivo, che abbiamo sperimentato nei saloni di un castello in Belgio e di uno chalet in Svizzera.

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                Sono dettagli tratti dal cappello di un prelato veneziano, raffiguranti un’aquila imperiale: ingranditi opportunamente, sono diventati il motivo decorativo di queste tele.

                La collezione Donatus è divisa in due linee: i tessuti dipinti integralmente a mano, nel laboratorio artigianale di Palazzo Dona, e quelli realizzati in stamperia. «Con il metodo manuale dipingiamo pannelli di dimensioni limitate, mentre con il lavoro di stamperia realizziamo anche mille metri di tessuto, a costi ovviamente inferiori. Anche in stamperia, però, seguiamo personalmente tutte le fasi del ciclo, preparando i colori e impostando ogni stampa», puntualizza Chiara Donà dalle Rose. La Donatus collabora anche con un gruppo di giovani artisti che sperimentano sulla tela la loro arte, coordinati da Eric Bathory. “Questa linea si chiama Artery-arte al metro, perché si può ordinare un dipinto su stoffa nelle misure volute”.

                Rifugio in montagna

                  Ha il tetto a punta del tipico chalet di montagna il rifugio che gli architetti Heidi e Peter Wanger hanno progettato e costrutto per le loro vacanze ai 2.000 metri di altezza sulle Alpi svizzere del Valais.

                  È, invece, un concentrato di innovazione e di modernità, progettato a partire da un modulo triangolare. La zona pranzo-living, in continuità visiva con il deck esterno che si protende nel paesaggio, è concepito come un pozzetto scavato sotto il livello del pavimento. Chiuso, diventa una porzione di parquet che nasconde un ripostiglio.

                  Le poltroncine di tessuto pieghevoli sono un classico del design, le “Hardoy” di Artek.

                  L’architetto svizzero Peter Wenger si rilassa sulla terrazza del suo chalet Trigon, che affaccia sulla valle del Rodano.

                  La facciata principale della casa, con la grande vetrata e la terrazza triangolare sospesa nel vuoto, il fronte posteriore, anch’esso vetrato.

                  Trigon poggia su quattro pilastri di legno inclinati come cavalletti.

                  Il piccolo forziere di tranquillità, immerso nel paesaggio idilliaco delle Alpi svizzere, ricorda la geometria sfaccettata di una pietra preziosa, o l’architettura perfetta della stella di neve.

                  “L’idea era di armonizzare il più possibile la casa con il profilo del bosco, e soprattutto con la forma appuntita dell’abete”, spiegano Heidi e Peter Wenger, entrambi architetti con studio a Briga, centro svizzero dell’Alto Vallese, e proprietari della casa-rifugio.

                  “Così ci siamo trovati a fare i conti con una delle forme più difficili da gestire nella costruzione, il triangolo equilatero”.

                  Trigon, i padroni di casa hanno anche dato un nome a questo inusuale chalet, assomiglia a una tenda ma non appoggia a terra perché è sospeso su quattro simil-cavalletti di legno, come di legno sono tutte le sue parti, dalla struttura al rivestimento del tetto, fino agli arredi.

                  L’interno è un unico spazio a doppia altezza, inondato dalla luce diffusa dal grande occhio triangolare (che guarda sulla valle del Rodano), ed è in qualche modo il punto d’incontro fra la tradizione alpina del tetto scosceso e la cultura navale in cui lo spazio è sfruttato al millimetro e attrezzato con mobili compatti e su misura.

                  La terrazza, concepita come una prua triangolare a sbalzo sul bosco di abeti, dà accesso all’open-space che un semplice soppalco suddivide in zona giorno (piano inferiore) e zona notte (piano superiore).

                  “Se avessimo utilizzato i mobili tradizionali, Trigon oggi sarebbe come una qualunque mansarda”, dicono i Wenger. “Abbiamo preferito lasciare il più possibile intatto lo spazio interno, evitando suddivisioni e riducendo al minimo l’impatto visivo degli arredi”.

                  Così al posto di un classico bancone-cucina, che avrebbe diviso in due la zona giorno, i due architetti hanno disegnato una semisfera che sembra sospesa in mezzo allo spazio, in cui sono ricavati cottura, lavaggio, e una quantità di vani per contenere stoviglie e quant’altro.

                  Fissato a una colonna perno (che contiene anche il tubo dell’acqua), il bancone ruota sul suo asse e può quindi essere orientato a piacere.

                  Altra idea è quella della zona pranzo-conversazione ricavata sotto il livello del pavimento, richiudibile quando non serve.

                  Ciliegina sulla torta: qualche pezzo di design (come gli sgabelli di Alvar Aalto e le poltroncine di tessuto “Hardoy”) e una stufa danese.

                  La zona living dello chalet Trigon, con il blocco-cucina a semisfera progettato dai padroni di casa, una scultura funzionale che non interrompe visivamente l’unità dello spazio.

                  Sul soppalco si intravede la zona notte, due semplici letti e poco più.

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