Monthly Archives: Novembre 2013

Il nomade e la città in Yemen

Il contrasto tra due diversi tipi di vita, diversi rapporti con la natura e diversi modi di occupare ed usare lo spazio, viene espresso in maniera marcata ed attenta nelle due mostre allestite nell'ambito più generale del "World of Islam Festival". Esse esemplificano e riassumono le caratteristiche dei due modi di essere, nomade e urbano, ed...
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Voglia di comunicare

Disegnare come da bambini, per liberare la mente. Protagonista il tavolo Reale, design Carlo Mollino, del  1946 (Zanotta). Sedia in rovere sbiancato di Riccardo Blumer per Alias. Album, matite e paste  cretosi sono distribuiti da Taxiart. Riscoprire il piacere di scrivere, disegnare. Inventarsi spazi dove vergare una lettera, un invito. Lasciare messaggi in giro per tutta...
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Una galleria milanese

    Da più di dieci anni, la galleria milanese di Monica De Cardenas è un punto di riferimento importante per l’arte contemporanea di matrice neofigurativa. Alle pareti, fotografie in bianco e nero dell’artista inglese Craigie Horsfield. Sono stampe tradizionali, in copia unica di grande formato. La galleria De Cardenas è a Milano, in via Vigano, www.artnet.

    Una fattoria per accogliere gli amici

      La fattoria è stata ristrutturata in chiave moderna dall’architetto Erik Véne, che ha rispettato le strutture originarie e dato risalto alla luce con un massiccio uso del bianco. La biblioteca di legno chiaro ricavata nel granaio è sovrastata da una ruota di carro birmana.

      Due giornate intere lontani dalla città, dalla routine degli obblighi e degli orari che scandiscono ogni istante: la scena è la casa di una coppia di professionisti, una fattoria immersa nel verde ristrutturata per poter accogliere e lasciar rilassare gli amici in libertà, in un’atmosfera fatta di delizie campestri e di dettagli di ospitalità.

      Nei fine settimana la prima colazione è un momento magico da gustare con calma, nella cucina luminosa dove la tavola offre l’equilibrio delle spremute e croissant.

      I pensili a vetrina riprendono il motivo a quadretti delle finestre che anche qui, come da ogni stanza della casa, si affacciano sul verde circostante. Il tavolo ovale e le sedie d’epoca accolgono gli ospiti appena svegli. In questa pagina, da sinistra. Ancora candore di mobili e pareti nella zona dedicata agli ospiti. Nel bagno, sedia gustaviana e gesso primo Novecento di Victor Rousseau. In camera, un dipinto fine ‘800 e una poltroncina 1930.

      Mettete insieme tre amiche d’infanzia, riunitele sotto lo stesso tetto assieme ai loro mariti, senza programmi precisi e senza orari, e avrete la ricetta di una delle più autentiche e sicure gioie della vita. Questo fantastico mix si ripropone spesso a casa di una coppia belga, Brigitte Forgeur ed Eric Lippens, per il week-end, tempo ideale perché ospiti e padroni di casa godano appieno della reciproca compagnia, ma si lascino con la voglia di rivedersi ancora al più presto. Brigitte è una donna invidiabile: è riuscita a far quadrare il cerchio di una vita in moto perpetuo, di un solido matrimonio, di una casa bella e ben tenuta, della passione per l’ospitalità e degli spazi dedicati solo a sé.

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      Dall’orario ai gusti, la prima colazione è il pasto più personale che ci sia. Quindi, per una volta, è meglio copiare dagli alberghi, offrire agli ospiti un’ampia scelta e lasciarli fare. Munitevi di termos, bollitori, cestini e contenitori giusti. Perché tutto, dal caffè alle uova à la coque resti caldo, come preparato al momento.

      Liberi come a casa propria, gli ospiti passano dal soggiorno alla sala da pranzo alla cucina, arredata come le altre stanze con bei mobili d’epoca, come il cassettone in quercia. In primo piano la parete attrezzata con mobili inglesi Aga. Il brunch è stato preparato con anticipo e, per gli ultimi ritocchi, le amiche hanno aiutato la padrona di casa. Nella pagina accanto. Sofisticata è la tavola, un sontuoso fratino del 1700 con piano in ardesia. Antichi anche i calici e le bottiglie di cristallo. Candelieri d’argento XIX secolo, sedie danesi 1935 di Fritz Henningsen. Sui davanzali, un grande vaso giapponese del 1850 e una testa d’ariete in piombo, settecentesca.

      La padrona di casa scrive d’arredamento e di decorazione e il suo lavoro di ricerca la porta in giro per il mondo per lunghi periodi, e comunque la obbliga ad andare a Parigi due o tre giorni a settimana. «Passo la giornata a veder gente», racconta, «e sono costretta, se così si può dire, a un’intensissima vita mondana! Quindi nei momenti liberi devo essere capace di staccare completamente la spina per ricaricarmi con i miei affetti. Per questo con Eric, che è antiquario di professione e stanziale per vocazione, abbiamo deciso di far base in campagna, qui vicino a Bruxelles, che è la nostra città d’origine e dove abbiamo tutti i nostri più cari amici». La casa, un’antica fattoria di mattoni rossi tipicamente nordica, che si sviluppa attorno a una corte quadrata, sembra il modello ideale per vivere tutti felici e contenti. L’antico granaio è diventato il regno del padrone di casa, studio e biblioteca per raccogliere oggetti d’arte e gli amati volumi; un altro corpo raduna le camere degli ospiti, e in mezzo c’è la casa vera e propria, cuore dell’arte del ricevere e quintessenza delle delizie campestri: un immenso camino nel quale bruciare tronchi lunghi un metro, divani dove sprofondarsi in interminabili conversazioni, la cucina, il tavolone da pranzo. A immagine dei padroni di casa, l’architetto Erik Véne ha realizzato un arredamento raffinato e prezioso, fatto di legni chiari d’ispirazione gustaviana, che esaltano gli spazi ampi e luminosi.

      La domenica corre via veloce tra una corsa in bici fino al vicino paese, una partita a tennis per meritarsi una colazione abbondante e una passeggiata con Pedra, la cagnolona di casa. Altri momenti di relax e infine, mentre Pedra fa la guardia alle valigie già pronte davanti alla porta d’ingresso, c’è tempo per scaldarsi davanti al fuoco, bere ancora un caffè e dirsi arrivederci, fino alla prossima volta.

      In questa casa la coppia ama farsi raggiungere dagli amici per passare giornate in tutto relax. Al mattino, dopo la colazione, via alle attività di cui la campagna, nonostante l’aspetto sonnacchioso, è sorprendentemente prodiga: jogging per chi si sente attivo, giardinaggio per chi è in fase contemplativa, una passeggiata in bicicletta o una partita a tennis se si vuole fare sport tutti insieme e tante tante chiacchiere. I pranzi sono sempre a buffet: ci si serve e poi ci si accomoda sulla tavola che Brigitte, nonostante il tono informale, apparecchia con la massima cura. Le amiche l’aiuteranno a sparecchiare e a rimettere in ordine. Uno schema collaudato e vincente che significa indipendenza e collaborazione.

      Piantano pomodori e zucchine, rosmarini e peperoncini come prima facevano con gerani e petunie. Oggi la passione per l’orto è arrivata persino sui balconi ed è l’ultima sfida per gli amanti del verde: un piacere psicologico oltre che gastronomico. E la tavola è più chic se imbandisce anche i gustosi frutti delle nostre fatiche.

      Un resort ad arte

        Ai piedi dello Sciliar, suggestivo altopiano dell’Alto Adige, il borgo di Fiè nasconde una torre fortificata del ‘200 un tempo adibita a palazzo di giustizia. Recentemente è stata trasformata in albergo, il Turm, con una peculiarità: il proprietario, collezionista di opere d’arte, le ha messe a disposizione dei pochi ospiti esponendole un po’ ovunque, dalle stanze ai corridoi, fino alla piscina del centro wellness.

        Nel corridoio della Torre del Gufo, nome originario dell’edificio, quadri di Bellini, Bertolini e Valia: sono quasi 700 le opere d’arte, tra dipinti a olio, acquerelli, litografie e sculture, in mostra in tutti gli spazi dell’hotel Turm.

        «L’abitare e il benessere», afferma Stefan Pramstrahler, proprietario dell’hotel Turm, «devono formare un’unica opera d’arte», e infatti già dall’ingresso la sensazione è di essere accolti in una casa dove l’elegante semplicità degli spazi è l’unica cornice possibile ai dipinti e alle sculture che quasi casualmente arredano i salotti insieme agli ampi divani che invitano al riposo, o le poche stanze, una diversa dall’altra, che nascondono capolavori di Klimt, Kokoschka, Dix, Klee, De Chirico, Picasso, Guttuso e Schifano. E anche nei confortevoli locali del centro benessere è costante la sensazione di muoversi in una galleria d’arte.

        Hotel Romantik Turm, piazza della Chiesa 9, Fiè allo Sciliar (BZ) www.hotelturm.it

        Swatch Emotion

        Ottomila metri quadrati per esporre un orologio. Il progetto di questo allestimento è uno scenario, un percorso che il visitatore vive in maniera emozionale più che fisica, alla scoperta del clima e  dei dettagli di questo fenomeno inquietante. Un palcoscenico, dove la sequenza e il ritmo dei suoni e delle luci, l'intensità dei colori crea la...
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        Svezia, camera con sauna

        Struttura di legno e tetto di lamiera verniciata per questa dépendance sul mare di una casa di villeggiatura a venti minuti dal centro di Stoccolma. Costruito ex novo, ma sulla falsariga dei ripari per le barche tipici della costa svedese, il rifugio poggia su una piattaforma-pontile di legno a filo d'acqua, e ha alle spalle...
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        Riscoprire gli splendori del passato

          Veneziani accomunati dall’amore per il bello e per le tradizioni della loro città, Nicolò e Chiara Donà dalle Rose hanno dato vita a un atelier di creazioni tessili dipinte a mano secondo tecniche antiche, ispirate alle opere di arte bizantina e rinascimentale. Per far rivivere gli splendori del passato.

          Chiara Donà dalle Rose esamina uno dei tessuti dell’atelier Donatus, appena realizzati. I motivi decorativi sono dipinti a olio, con una miscela quasi alchemica ottenuta mescolando ossidi, pigmenti naturali e colle organiche.

          Le trame della Serenissima

          Una grande passione per l’arte, in particolare per i dipinti rinascimentali e bizantini. E, soprattutto, un grande amore per la storia della propria città, Venezia. E nata così, cinque anni fa, l’idea di Nicolò Dona dalle Rose, veneziano e proprietario di uno dei palazzi più antichi della città: riproporre, in chiave attuale, i decori dei raffinati tessuti in voga all’epoca d’oro della Serenissima, dipingendoli con pigmenti e pitture a olio sopra le stoffe. Come era in uso nei secoli passati. Una specie di omaggio alle proprie origini, se si considera che tra i viaggiatori che portavano a Venezia le preziose stoffe dall’Oriente e da Costantinopoli c’era nel 1090 un suo antenato, Johannes Donatus. Ed è proprio lui che oggi dà il nome all’azienda. Quei tessuti dunque affascinarono gli artisti dell’epoca, che li immortalarono nei loro dipinti. E proprio quelle tele hanno fornito lo spunto a Nicolò e a sua figlia Chiara per decorare, dipingendo e serigrafando a mano, tendaggi, tovaglie, cuscini e pannelli. Mentre il padre si occupa della ricerca storica e artistica dei motivi decorativi, scrutando ogni particolare interessante nei quadri, e scovando antichi tessuti nascosti in soffitte, sua figlia Chiara segue le varie fasi del lavoro, dalla realizzazione del tessuto fino alla stampa del decoro, scegliendo di volta in volta i pigmenti più adatti. «E’ importantissimo l’uso appropriato dei colori e delle miscele», dice Chiara. «Per esempio, lo zinco, che unito ai pigmenti dà un disegno molto materico non è adatto a decorare le tende di velo, mentre i colori più leggeri, sono perfetti. Tutto va calcolato in base alla pesantezza della stoffa. Importante è la solidità dei tessuti e dei nostri decori: resistono perfino in lavatrice a 40°». Il quartiere generale della Donatus è il palazzo avito di Venezia qui prendono vita sia i pannelli dipinti su commissione, sia le tappezzerie per rivestire interi saloni. I colori, scelti in base alla gamma cromatica in voga nel Cinquecento, sono realizzati nel laboratorio, con miscele quasi alchemiche di ossidi, pigmenti e colle organiche. Il risultato finale è una serie di tessuti dall’aspetto antico, che sembrano già con la patina del tempo. “Recentemente abbiamo messo a punto una tecnica per riportare anche sui rivestimenti murali i decori utilizzati sulle stoffe”, continua a raccontare Chiara. «Spesso, infatti, gli architetti ci chiedono di uniformare intere stanze, dalle tappezzerie alle pareti, riproducendo lo stesso motivo decorativo.

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          I decori sul bordo della tovaglia in puro lino sono stati stampati a mano: s’ispirano ai gioielli dell’imperatrice Theodora. II particolare processo di stampa a mano, con pigmenti naturali e diversi passaggi, ha l’effetto e la lucentezza della pittura a olio, lasciando anche una patina di finta antichità. I colori, scelti tra la gamma cromatica in uso nell’epoca bizantina e rinascimentale, sono identici a quelli dei quadri ai quali s’ispirano.

          Noi riproduciamo, ad esempio, uno stemma o un monogramma sui diversi materiali, un concetto estetico che era già in voga all’epoca delle ville palladiane». Come base di queste “trame veneziane” vengono utilizzati perlopiù dei veli in puro lino o dei “sergé”, tessuti metà lino e metà cotone, in voga nei primi del Novecento, adoperati anche dal mitico Fortuny. «Ma usiamo anche i velluti, le sete, i broccati, perfino la plastica e i filati di nylon: tutto è possibile», puntualizza Chiara. «Del resto, uno dei pregi della produzione artigianale sta proprio nel poter essere realizzata su misura, nei minimi dettagli». Chiara Donà dalle Rose è moglie dell’artista francese Eric Bathory che collabora alla realizzazione delle nuove collezioni. Eric, che nei prossimi mesi esporrà le sue opere in una galleria d’arte contemporanea di Londra, ha recentemente studiato il modo di trasporre alcuni decori miniati, quali antichi tatuaggi su pergamena e miniature di codici, ingrandendoli e proiettandoli sulle pareti così da ottenere delle tenue sfumature dei colori di base, ripresi puntualmente col pennello. «Un effetto molto suggestivo, che abbiamo sperimentato nei saloni di un castello in Belgio e di uno chalet in Svizzera.

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          Sono dettagli tratti dal cappello di un prelato veneziano, raffiguranti un’aquila imperiale: ingranditi opportunamente, sono diventati il motivo decorativo di queste tele.

          La collezione Donatus è divisa in due linee: i tessuti dipinti integralmente a mano, nel laboratorio artigianale di Palazzo Dona, e quelli realizzati in stamperia. «Con il metodo manuale dipingiamo pannelli di dimensioni limitate, mentre con il lavoro di stamperia realizziamo anche mille metri di tessuto, a costi ovviamente inferiori. Anche in stamperia, però, seguiamo personalmente tutte le fasi del ciclo, preparando i colori e impostando ogni stampa», puntualizza Chiara Donà dalle Rose. La Donatus collabora anche con un gruppo di giovani artisti che sperimentano sulla tela la loro arte, coordinati da Eric Bathory. “Questa linea si chiama Artery-arte al metro, perché si può ordinare un dipinto su stoffa nelle misure volute”.

          Rifugio in montagna

            Ha il tetto a punta del tipico chalet di montagna il rifugio che gli architetti Heidi e Peter Wanger hanno progettato e costrutto per le loro vacanze ai 2.000 metri di altezza sulle Alpi svizzere del Valais.

            È, invece, un concentrato di innovazione e di modernità, progettato a partire da un modulo triangolare. La zona pranzo-living, in continuità visiva con il deck esterno che si protende nel paesaggio, è concepito come un pozzetto scavato sotto il livello del pavimento. Chiuso, diventa una porzione di parquet che nasconde un ripostiglio.

            Le poltroncine di tessuto pieghevoli sono un classico del design, le “Hardoy” di Artek.

            L’architetto svizzero Peter Wenger si rilassa sulla terrazza del suo chalet Trigon, che affaccia sulla valle del Rodano.

            La facciata principale della casa, con la grande vetrata e la terrazza triangolare sospesa nel vuoto, il fronte posteriore, anch’esso vetrato.

            Trigon poggia su quattro pilastri di legno inclinati come cavalletti.

            Il piccolo forziere di tranquillità, immerso nel paesaggio idilliaco delle Alpi svizzere, ricorda la geometria sfaccettata di una pietra preziosa, o l’architettura perfetta della stella di neve.

            “L’idea era di armonizzare il più possibile la casa con il profilo del bosco, e soprattutto con la forma appuntita dell’abete”, spiegano Heidi e Peter Wenger, entrambi architetti con studio a Briga, centro svizzero dell’Alto Vallese, e proprietari della casa-rifugio.

            “Così ci siamo trovati a fare i conti con una delle forme più difficili da gestire nella costruzione, il triangolo equilatero”.

            Trigon, i padroni di casa hanno anche dato un nome a questo inusuale chalet, assomiglia a una tenda ma non appoggia a terra perché è sospeso su quattro simil-cavalletti di legno, come di legno sono tutte le sue parti, dalla struttura al rivestimento del tetto, fino agli arredi.

            L’interno è un unico spazio a doppia altezza, inondato dalla luce diffusa dal grande occhio triangolare (che guarda sulla valle del Rodano), ed è in qualche modo il punto d’incontro fra la tradizione alpina del tetto scosceso e la cultura navale in cui lo spazio è sfruttato al millimetro e attrezzato con mobili compatti e su misura.

            La terrazza, concepita come una prua triangolare a sbalzo sul bosco di abeti, dà accesso all’open-space che un semplice soppalco suddivide in zona giorno (piano inferiore) e zona notte (piano superiore).

            “Se avessimo utilizzato i mobili tradizionali, Trigon oggi sarebbe come una qualunque mansarda”, dicono i Wenger. “Abbiamo preferito lasciare il più possibile intatto lo spazio interno, evitando suddivisioni e riducendo al minimo l’impatto visivo degli arredi”.

            Così al posto di un classico bancone-cucina, che avrebbe diviso in due la zona giorno, i due architetti hanno disegnato una semisfera che sembra sospesa in mezzo allo spazio, in cui sono ricavati cottura, lavaggio, e una quantità di vani per contenere stoviglie e quant’altro.

            Fissato a una colonna perno (che contiene anche il tubo dell’acqua), il bancone ruota sul suo asse e può quindi essere orientato a piacere.

            Altra idea è quella della zona pranzo-conversazione ricavata sotto il livello del pavimento, richiudibile quando non serve.

            Ciliegina sulla torta: qualche pezzo di design (come gli sgabelli di Alvar Aalto e le poltroncine di tessuto “Hardoy”) e una stufa danese.

            La zona living dello chalet Trigon, con il blocco-cucina a semisfera progettato dai padroni di casa, una scultura funzionale che non interrompe visivamente l’unità dello spazio.

            Sul soppalco si intravede la zona notte, due semplici letti e poco più.

            L’architetto: un visionario e/o un manovale?

              Il discorso che segue è un esempio di mentalità di architetti ed espressione della loro posizione rispetto ai compiti che una metropoli come New York pose un tempo e pone ancora oggi. Il ruolo dell’architetto si decide già con la sua scelta di dedicarsi ad un problema o di negarlo. La storia di New York, lo sviluppo del suo skyline, ne sono un esempio indicativo: l’architetto sceglie si i suoi compiti, ma non è lui che li assegna, e spesso diviene uno strumento di altri, quando la sua fantasia diventa realtà.

              ESTEROFILIA

                Reduci da decenni di confusa esterofilia, gli architetti italiani, soprattutto quelli delle ultime generazioni, stanno da tempo definendo un quadro di esperienze e di problematiche di notevole interesse, anche per la loro critica autonomia.
                Nonostante la serie nota e numerosa delle «difficoltà» che si frappongono, oggi forse più di ieri, ad un rapporto quotidiano e fecondo tra i momenti del progetto e le fasi della produzione materiale dei manufatti edilizi, non v’è comunque chi non veda quanto e come, con una distribuzione regionale ormai diffusa e sempre meno polarizzata dalle tradizionali aree forti del mercato, le nuove architetture italiane vadano affermando con sempre maggiore chiarezza e decisione un loro ruolo all’interno del dibattito e delle cultura non solo europei,
                Si tratta di esperienze frammentate e diffuse, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Sardegna, dalle zone omologate e deprimenti degli hinterland metropolitani padani alle dimensioni disperanti e altrimenti depresse delle mega-conurbazioni meridionali, fino alla patologia storica e ricorrente dei «mali» della «città capitale».

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                All’interno di tale quadro di riferimento è poi interessante notare il ruolo delle istituzioni, delle università, delle strutture professionali, degli enti pubblici e delle grandi concentrazioni private che singolarmente o variamente aggregati, tutti concorrono alla dinamica del mercato edilizio, alla gestione delle grandi come delle piccole occasioni professionali, alla definizione, nel bene e nel male, dei diversi livelli di gestione, cioè, anche e soprattutto, di progettazione del patrimonio edilizio, al suo arricchimento, alle diverse forme di salvaguardia o di recupero dell’esistente.
                Tutte spinte, queste, spesso divaricate, se non talvolta addirittura contrapposte e che, in più di un caso, si annullano reciprocamente dando luogo ad inerzie assurde come ad azzeramenti incongrui.
                Di tutto ciò dovrebbe rendere conto la fin troppo diffusa pubblicistica che si occupa dei problemi connessi alla città e alla sua architettura, ma che francamente, e specialmente in questi ultimi anni ci pare diffusamente soffrire di una troppo riduttiva forma di obbedienza alle mode, alle maniere, alle convenienze di piccoli gruppi, alle connivenze meno eleganti, siano esse di ordine puramente culturale, economico, politico, accademico o semplicemente editoriale.
                D’altro canto, non si assiste con facilità a momenti di autentico «dibattito», ché anzi, il termine stesso sembra relegato ormai nel polveroso e obsoleto armamentario dei fin troppo «dialettici» anni Sessanta.
                Così il panorama che anche questo anno abbiamo raccolto, inteso a documentare nella maniera più piana la consistenza reale dell’architettura italiana di oggi, ci pare rappresentare in maniera piuttosto esemplare una situazione di notevole impegno che vede in più di un caso affacciarsi sulla scena professionale gruppi di giovani architetti attenti ad una dimensione della prassi sempre qualificata e, d’altro canto, via via più distante dagli astratti massimalismi dei loro coetanei di qualche anno addietro.
                L’arroganza e l’approssimazione di una pratica professionale tautologica ed inerte affermatasi attraverso decenni di funzionale e succube organicità alle regole ed alle dimensioni acritiche del mercato, sembra progressivamente temperarsi alla luce di una presa di coscienza dei temi dell’architettura da parte di una nuova generazione di architetti e di progettisti cui non sono estranee le dimensioni della sperimentazione, della ricerca della critica e, soprattutto, dell’ironia.
                Non sono soltanto gli echi sciocchi di esauste tentazioni post-moderne a caratterizzare anche figurativamente l’immagine dell’architettura più recente e allo stesso tempo più matura e problematica.
                Di quegli echi e di quelle tanto spesso banali manifestazioni di ottusa aderenza ai canoni facili di una «moda» consumatasi prima ancora di diventare «stile» restano qua e là tracce confuse che testimoniano la prossimità di una battaglia cruenta e sacrosanta contro l’altrettanto riduttiva ed insensata aderenza ai canoni di un internazionalismo svuotato, ormai da decenni, dei suoi elementi di progressività e di sperimentalismo anche linguistico, ma testimoniano anche del fatto che la polemica non ha saputo progredire oltre i limiti di una querelle stagionale.
                Da queste macerie e dalle ceneri ancora incombuste di un dibattito che di recente non si è quasi mai sollevato dai fanghi della faida giornalistica tra personaggi «eccellenti» della cultura nostrana (vedi il caso delle vacue e astiose, roboanti o sotterranee polemiche tra Bruno Zevi ed Aldo Rossi, tra Paolo Portoghesi e Manfredo Tafuri, tra Giancarlo de Carlo e Carlo Aymonino, tra Vittorio Gregotti e Franco Purini,solo per citare alcuni emblematici «campioni» di un establishement culturale tanto consolidato, quanto mummificato nei suoi ruoli e nelle sue «parti»), sembra faticosamente rinascere una nuova generazione di architetti il cui profilo, giorno per giorno, e non senza difficoltà si va stagliando sul panorama della produzione nazionale.
                Si tratta, per lo più di «giovani» (talvolta però, poco meno che cinquantenni) che, insofferenti di un costume ormai viziato dai mali endemici del mercato e dell’accademia vanno organizzando la propria esperienza professionale, le proprie scelte culturali, la propria attività didattica, al di fuori degli angusti schemi cui li hanno fin qui abituati le rissose e spesso patetiche degenerazioni dei loro colleghi più anziani. Insofferenza e rifiuto per i meccanismi di una prassi e di una consuetudine con il potere che ormai non fa più distinzione, vuoi nel mercato professionale vuoi in quello culturale, vuoi nell’accaparramento di un incarico pubblico, vuoi nell’occupazione abusiva di spazi universitari, tra competenza e opportunismo, tra capacità tecnica ed imbecillità manierista, tra consistenza e trasparenza culturale, tra moralità scientifica e brigantaggio istituzionale.
                Non è, come ognuno ben sa, una situazione facile, né di chiara definizione quella che vede con sempre maggiore frequenza, anzi con ricorrente sistematicità il destino di un concorso, sia esso destinato alla realizzazione di un edificio pubblico, sia esso destinato alla selezione per una cattedra universitaria, rispondere ai medesimi meccanismi della lottizzazione partitica e dell’appartenenza tipicamente mafiosa ad una «cosca» anziché ad un’altra, senza il minimo rispetto delle regole del gioco, senza nessuna attenzione per la qualità di un progetto come di un curriculum, nella più disinvolta ed arrogante esibizione di un potere capace solo di riprodursi in forme purulente e degenerative: basterebbe leggere le «cronache» di questi anni e di questi mesi per rendersene conto con abbondanza di esempi, di nomi e di poco edificanti particolari.
                Se l’architettura di oggi, quale fenomeno vitale della società contemporanea, non può evidentemente sottrarsi al clima generale nel quale ciascuno di noi vive e lavora è, d’altro canto, evidente che quanti abbiano a cuore il futuro della disciplina non possano sottrarsi al difficile quotidiano confronto con i contenuti specifici di un «mestiere» il quale sta progressivamente mutando le proprie tradizionali caratteristiche, pur affondando radici e riferimenti nella storia di un passato non solo recente.
                E così, anche solo sfogliando le pagine che seguono, ciascuno potrà leggere, talvolta esibita, talvolta in sottotono, ma pur sempre evidente, la volontà dei diversi progettisti di trovare un dialogo con la tradizione della vicenda edilizia del passato.
                Diverse saranno le scelte stilistiche, diversi gli strumenti sintattici e figurativi, ma le ragioni di fondo di un rapporto perseguito con costanza restano e trovano modo di arricchirsi, giorno per giorno, di esempi e di formule.
                Passati gli anni delle certezze e degli schieramenti troppo schematici, assistiamo al proliferare, in modi variegati e difformi, di una cultura della tolleranza che non significa disimpegno qualunquista dalle ragioni, anche morali, di un mestiere sempre difficile e via via più approssimativo nelle sue manifestazioni più scadenti, ma che altrimenti spinge un numero sempre più alto di architetti a fare i conti con la storia e con la tradizione in forme critiche e coscienti.
                Non è infatti importante ridurre oggi l’arco delle possibili scelte a questo o a quel momento della storia dell’architettura del passato.
                Si possono prendere a pretesto in modo del tutto indifferente gli anni del Novecento o del Barocco, delle Avanguardie storiche, di questo o di quel «Regime», oppure gli esempi tratti dal linguaggio di questo o quel «Maestro» senza scandalizzare nessuno; siamo ormai abbastanza maturi per non irrigidirci di fronte ad una scelta, magari non immediatamente condivisa, ma operata con coerenza e senza arbitrio.
                Saremo, comunque, sempre di fronte ad una serie di architetture «contemporanee» che attingono in forme diverse ai modi della loro «modernità», che hanno scelto la strada di una comunicazione simbolica delle loro intenzionalità espressive attraverso il ventaglio aperto degli infiniti «modi» possibili senza nascondersi dietro le false certezze di uno stile univoco e gratificante.
                Questo «nuovo eclettismo» al fondo ci piace, ci interessa, ci affascina addirittura con i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue domande, nel talvolta labirintico e paradossale percorso dei suoi «significati», mai immediati, mai ridotti allo scheletro di una vuota ideologia o di un gesto gratuito.
                Che l’architettura italiana abbia finalmente smesso i panni ed i comportamenti infantili e petulanti delle attardate «avanguardie» e delle tautologiche «tendenze»?
                Se così fosse realmente, non resta che rallegrarcene.

                La città del futuro

                Lo sviluppo della città e le sue trasformazioni, anche radicali e più spesso utopistiche, in rapporto al mutare delle condizioni sociali, culturali, economiche e politiche rappresenta, da sempre, il leit motiv della ricerca in campo urbanistico e architettonico. Tra le più ardite in questa direzione, l'idea di condensare una città intera o parte di essa...
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