Una casa trasparente

    Ekaba e Alan Davies nel salone circondato dai vetri della loro casa nel quartiere residenziale di Victoria Island a Lagos. Nigeria. Inglese, laureato In architet­tura a Leicester e master in “town planning” a Liverpool, dopo aver lavorato nella succursale nigeriana dello studio James Cubitt & Partners di Londra, Davies dall’inizio degli Anni 90 dirige lo studio James Cubitt Architects, che è completamente indipen­dente dall’omonimo stu­dio di Londra. Nell’ex capi­tale nigeriana ha incontra­to Ekaba, architetto, lau­reata alla Tulane Univer­sity di New Orleans e rien­trata in patria dopo cinque anni di pratica a Boston.

    L’or­ganizzazione dello spazio di tutta la casa (nella foto, una panoramica del salo­ne) prevede una moltepli­cità funzionale: non solo la divisione tra l’esterno e l’interno è invisibile, ma non vi è alcuna interruzio­ne tra lo spazio living e lo spazio di lavoro. I mobili sono prodotti artigianal­mente a Ibadan, grande città a nord di Lagos. Tra gli ultimi progetti di Davies, il Palazzo dell’ONU ad Abuja, la nuova capita­le nigeriana, e uffici per le multinazionali del petrolio.

    Una vetrata che sostituisce il muro esterno sul lato verso il giardino. Per una casa trasparente? No, non per que­sto. “Perché è assolutamente invisibile”, dice Alan Davies, l’architetto inglese che vive a Lagos, Nigeria, conla moglie Ekaba, anche lei architetto che per questo pro­getto ha curato la direzione dei lavori. Il vetro non è usa­to, come spesso avviene, per inquadrare un paesaggio stupendo o l’oceano infinito, ma perché consente di al­terare la percezione dello spazio, delle distanze e dei confini. “Per me era di enorme importanza rendere chia­ramente leggibile, nelle forme, nelle strutture e nelle luci, il dialogo incessante tra natura e architettura, tra interno ed esterno”, dice Davies. “Volevo che l’esterno invades­se lo spazio interno e che l’unico limite visibile per chi entra nella casa dall’ingresso principale fosse il muro co­perto dai rampicanti che cinge il giardino, delimita l’area della proprietà e crea l’illusione di uno spazio indiviso e condiviso fra dentro e fuori”. Stare in casa immaginando di essere all’aperto, ma sempre protetti dal muro che esclude lo spazio pubblico, circoscrive il giardino segre­to isolando i luoghi della vita familiare dagli sguardi, dal­la congestione e dal rumore di una città come Lagos (ex capitale della Nigeria, primo porto del Paese dove vivo­no circa tredici milioni e mezzo di abitanti). È questa dunque l’esigenza che ha guidato l’architetto Davies mentre disegnava la casa della famiglia Davies. E anco­ra, per sottolineare la continuità fra interno ed esterno, un taglio tra il soffitto e le pareti consente alle travi di le­gno di disegnare sulle pareti fasci di luce instabili e mo­bili. Così, la casa assume un aspetto fluido e mutevole nell’alternanza di luci e ombre cui corrisponde la flessibi­lità di usi e di funzioni nell’organizzazione dello spazio comune. Adottando forse inconsciamente il concetto, ti­picamente africano, del cortile centrale come spazio co­mune per la famiglia allargata (che comprende, oltre al nucleo ristretto, anche i parenti e i parenti dei parenti, gli amici e i collaboratori), l’architetto ha progettato l’am­biente centrale come uno spazio collettivo, indiviso e in­differenziato nei significati, elastico nelle attribuzioni: luo­go di riunione e di svago, centro di tutte le attività familia­ri e snodo di un intricato intreccio di percorsi. Davies ha voluto un’architettura assolu­tamente moderna per la sua casa di Lagos, città che, co­me New York o Hong Kong, partecipa allo stesso sistema globale che dà forma all’ar­chitettura contemporanea. Ma anche se la casa non ha espliciti riferimenti nella forma e nello stile alle tradizioni afri­cane, la concezione dello spazio evoca memorie e trac­ce del passato non sempre facili da decifrare.

    Le vetrate e le superfici specchiate dei mobili e del pavimento in lastre di gra­nito creano un effetto di “vuoto/pieno” e di non se­parazione tra le zone del grande unico ambiente (sala, pranzo, zona studio). In primo piano, la “work station” (in legno di akala e con un piano di granito im­portato dall’Italia) di Alan ed Ekaba Davies. “Anche per il lavoro”, dice Davies, “non ho voluto creare un ambiente che mi tenesse lontano dagli avvenimenti familiari”. La zona lavoro è collocata vicino all’ingres­so principale e si trasfor­ma, di volta in volta, in zona giochi per i bambini o in bar per gli amici.

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