Sulla soluzione urbanistica
Analizzando la storia del quartiere del Tiergarten e la situazione privilegiata al margine di questo straordinario impianto verde, non esistevano indicazioni per un’edificazione perimetrale dell’isolato. Pertanto scelsi le dimensioni costruttive di una casa plurifamiliare, senza altri edifici intorno, come tipo edilizio più simile all’antica struttura della “villa”.
Dato che alcune delle case lungo la Thomas-Dehler-Strasse, già Stuelerstrasse, erano state costruite come case doppie, la nuova edificazione dovrebbe essere la più adatta possibile alla precedente scala di misure.
Le case sono raggruppate secondo uno schema in cui la parte centrale costituisce uno spiazzo che trova la propria conclusione spaziale verso l’odierna Stuelerstrasse – con il suo notevole sviluppo di traffico – per mezzo di una costruzione a torre.
Sul lato opposto, lungo la Drakestrasse, un analogo elemento di conclusione spaziale è costituito da quella che fu l’ambasciata di Norvegia e da un altro edificio simile, che ne rappresenta quasi un’immagine riflessa. In questo modo dovrebbe essere garantito ad ogni appartamento un rapporto ottimale con il verde pubblico e privato. La sola piccola modulazione del terreno da noi prevista è la realizzazione di un pendio di 1 m di altezza e 4 m di larghezza, tutto intorno agli edifici, affinché ad ogni appartamento al piano terreno venga destinata una propria area verde privata.

Dato che, per la tendenza a un drastico risparmio nell’edilizia, propria degli ultimi anni, tutte le aree di parcheggio devono essere in piano, dalla progettazione di questo pendio consegue un’utile zona protettiva fra le abitazioni e le zone di parcheggio.
Da anni mi batto, nei miei lavori di urbanistica, per una progettazione adeguata di garage sotterranei e in questo caso vedo con gioia le conseguenze di quelle misure d’imposizione al risparmio. Il fatto che, per esempio, nella Mommsenstrasse e nella Bleibtreustrasse tutte le automobili si trovino in strada su un terreno piano, indubbiamente non disturba alcun berlinese; al contrario, i veicoli sono una componente ovvia della vita pubblica stradale. Qui, noi piantiamo tra le auto alberi in una quantità tale da farsi che, col tempo, la lamiera verrà respinta in secondo piano dalla natura.
La qualità del verde deve ricordare più l’atmosfera cittadina della Charlottenburger Allee, che non un cosiddetto “giardino all’inglese” attrezzato con arredi-giocattolo da grande magazzino: questi ultimi sono già sufficientemente presenti nello stesso Tiergarten. La nostra area verde è contemporaneamente uno spazio ricreativo e una “promenade”, e la gestualità architettonica semicircolare del mio edificio a porta offre alle attività pubbliche un giusto sfondo scenografico. Se una festa deve aver luogo in questo “villaggio”, allora che sia qui. Con ciò, spero che sia il Senato, sia la circoscrizione si facciano carico di un’ulteriore attrezzatura infrastrutturale per questa zona residenziale così considerata in passato, affinché essa non diventi un ghetto abitativo.
Lo sviluppo economico degli ultimi due anni sta sortendo effetti devastanti sulla qualità dei modi abitativi. Le dimensioni previste dal potere pubblico per le abitazioni sono scese allo standard “felice” del dopoguerra.
Confrontata con la situazione di Vienna, si può dire che Berlino l’abbia raggiunta a ritroso. Questo sembra essere uno sviluppo fatale per l’edilizia residenziale sovvenzionata; sviluppo che si deve adattare all’ago dell’economia. Come architetto, sono conscio del ruolo di fiancheggiatore che ho ricoperto nello sviluppo negativo dell’edilizia residenziale, ma desidero offrire all’utente, un consolante indennizzo per la limitazione del suo spazio vitale con una fantasiosa offerta di piante diversificate.
Una delle idee fondamentali per la creazione di queste varianti, è stata fin dal principio la mia proposta di trattare i corpi edilizi per quanto riguarda la pianta e l’architettura in modo autonomo, coinvolgendo nel lavoro diversi progettisti.
La Internationale Bauausstellung colse l’occasione per incaricare alcuni fra i migliori architetti stranieri. Gli incarichi vennero affidati ai due primi premiati Rob Krier e Francy Valentiny/Hubert Hermann, gli architetti berlinesi Brenner & Tonon e H.J.Nielebock, Aldo Rossi, Giorgio Grassi e Hans Hollein.
La pianta quadrata dei singoli edifici è stata inizialmente concepita come “tiro a quattro” e prevedeva intorno a un vano scale di grandi dimensioni, lo sviluppo di quattro abitazioni angolari che potessero godere di tutti i vantaggi dell’orientamento su due lati.
Nel caso di appartamenti più piccoli, si doveva riempire lo stesso volume con cinque appartamenti per piano, cercando al tempo stesso di evitare gli ampliamenti “ad atrio” del vano scale, secondo le nuove norme dei vigili del fuoco. Nonostante tutte queste limitazioni, nei singoli progetti è stato fatto ogni possibile sforzo per dare espressione alla qualità della distribuzione interna, e dell’articolazione architettonica nella struttura esterna.

Nel programma della Internationale Bauausstellung nacque un progetto di vera e propria fusione del gusto europeo. Come autore dell’impianto globale, mi permetto di offrire agli storici e ai critici dell’architettura alcuni ausili per l’interpretazione: per quanto mi riguarda, non posso rinnegare la mia impronta francone (della zona della Mosella), frammista a un romanticismo delle Ardenne e dello Eifel, e nemmeno le radici culturali che mi legano a Vienna, mia patria d’elezione. Spero che risulti evidente anche la mia simpatia per il neoclassicismo berlinese.
I miei giovani amici Francy Valentiny e Hubert Hermann, entrambi formatisi al corso di “architettura del legno” della Scuola Superiore di Arti Applicate di Vienna, e che subito dopo il diploma si distinsero con il secondo premio al concorso, hanno dimostrato con stupenda spensieratezza il loro talento nell’armonizzare ciò che avevano appena imparato con ciò che veniva loro richiesto.
H.J. Nielebock non ebbe alcuna difficoltà ad adattarsi con armonia alla proposta. Il giovane collega Brenner non stupì invece per la sua interpretazione neofunzionalistica, severa e autentica, del compito proposto. Il suo lavoro riaffronta la tradizione degli anni venti tanto che si potrebbe riconoscere una parentela spirituale con Terragni.
Gli ospiti stranieri, che non hanno preso parte al concorso, hanno portato nell’impianto una severità lombarda nelle persone di Aldo Rossi e Giorgio Grassi. Contrariamente ai nordeuropei e in linea con la loro tradizione essi considerano anche la necessità di proteggere dal sole.
Con grande rammarico abbiamo saputo dell’uscita di Mario Botta da questo team. In un colloquio milanese con il committente, egli si rese conto che le sue concezioni riguardo la qualità delle abitazioni e la realizzazione degli edifici non erano attuabili.
Le modalità della costruzione a buon mercato, usuali nell’edilizia sociale, costituivano per il rinomato architetto ticinese una condizione insopportabile. Ma anche per Schinkel la discussione riguardo l’intonaco o il muro in mattoni vista, lo “stucco lustro” o il marmo, era stata un’esperienza dolorosa.
La massima sorpresa riguarda però Hans Hollein, che aveva preso il posto di Mario Botta. Progettista di ambiziose architetture per musei, gallerie e negozi, il viennese Hollein non ha visto nessun motivo di impedimento nel rapporto con le estese premesse di questa impresa costruttiva.
Sono convinto che il nostro progetto offrirà ai residenti un vasto raggio di possibilità, e al pubblico dell’IBA, materia di discussione per un po’ di tempo.

