Lavori relativi al Duomo di Firenze

    «Presa in esame l’attuale situazione delle lesioni esistenti nella cupola del Brunelleschi e i relativi rilievi eseguiti dal 1975 al maggio 1976, constatato un incremento nelle vecchie lesioni anche rispetto al quadro di rilevazione eseguito nel 1940, si ritiene prudente, in attesa di ulteriori accertamenti sulle condizioni statiche, che venga allontanato il traffico pesante attorno al Duomo. In tal senso si rivolge unanime voto alle autorità competenti.»
    Con questo laconico e freddo comunicato della Soprintendenza ai Monumenti di Firenze, affidato il giorno 2 luglio 1976 all’Ansa, aveva inizio l’allarme per lo stato di salute della cupola di Santa Maria del Fiore, un allarme che ben presto invadeva le pagine di tutti i quotidiani nazionali e locali durante i mesi di luglio, agosto e settembre. Il fatto era evidentemente di quelli che destano sensazione, dato il valore del capolavoro brunelleschiano. La cupola dunque si stava spaccando? E perché proprio adesso, dopo ben 540 anni dalla sua costruzione? E quali erano le cause della catastrofe: il traffico, il clima, l’inquinamento, i lavori stradali e archeologici per anni svolti nella piazza, responsabilità pubbliche e private?

    Frescos de Giorgio Vasari y Federico Zuccari

    In verità bisogna subito dire che se la notizia ha fatto «scandalo» per qualche mese, lo stato reale delle cose era sì preoccupante, ma non improvviso, non nuovo, e in qualche misura non imprevedibile. Le lesioni della cupola infatti sembrano esistere addirittura fin dal ‘600, se è vero che già allora furono tentate operazioni di restauro di qualche importanza.
    L’anno scorso tuttavia ecco il vero fatto nuovo: la periodicità del fenomeno dell’allargamento/restringimento delle fessure cessava, non si aveva cioè il movimento di ritorno, ed anzi pare, dai rilievi eseguiti dal prof. Salvatore Di Pasquale (ordinario di Scienza delle costruzioni presso la facoltà di Architettura di Firenze), che la spaccatura tenda ad allargarsi in maniera sensibile e preoccupante.
    Il primo provvedimento immediato è stato quello di limitare il traffico pesante, in via precauzionale, nella centralissima piazza. Ma subito si sono manifestate perplessità e divergenze, anche accese, di opinione. La commissione ministeriale guidata dal prof. Guglielmo De Angelis d’Ossat e con essa il Soprintendente ai Monumenti per le province di Firenze,
    Arezzo e Pistoia, arch. Nello Bemporad, puntavano alla eliminazione immediata del transito di automezzi, mentre di parere contrario erano la direzione dell’azienda tranviaria municipale (Ataf) e le associazioni turistiche e dei commercianti. La posizione del Comune di Firenze poteva definirsi intermedia, come si può notare dalle dichiarazioni del sindaco e dell’assessore al traffico. L’eliminazione del traffico dalla piazza del Duomo infatti apre problemi notevolissimi sul piano della gestione sociale della città: da oltre trent’anni la piazza è il vero grande nodo direzionale di Firenze, inizio e conclusione di ogni visita guidata per turisti, e scalo obbligato del pendolarismo urbano (casa-lavoro, casa-servizi, casa-distribuzione). L’eliminazione del traffico pesante implica dunque una completa trasformazione di tutta la rete viaria, lo studio di diversi centri direzionali, un mutamento della stessa composizione delle attività economiche del centro in rapporto alle periferie.
    Il Comune, subito dopo l’allarme, ha provveduto allo spostamento delle fermate degli autobus delle linee urbane, e all’allontanamento della corsia di transito dal corpo di fabbrica, onde attenuare l’effetto dei «microsismi» dovuti alla frenata e all’accelerazione degli automezzi pesanti. Nel contempo l’assessorato al traffico si è impegnato a realizzare un piano di rinnovamento della rete viaria. Lo stesso Comune attende tuttavia risultati certi dai rilevamenti in corso e l’indicazione di rimedi per fermare la progressione delle lesioni, in attesa di procedere ad un progetto globale di salvaguardia dei beni monumentali che si accordi soprattutto con un nuovo assetto socio-economico della città.
    Nel frattempo istituti, aziende, enti e associazioni offrono aiuti e soluzioni: le Ferrovie dello Stato hanno messo a disposizione strumenti di rilevazione e tecnici, mentre nuove apparecchiature sono state offerte dalle Officine Galileo.

    Le cause
    L’unico dato accertabile con grande sicurezza è l’esistenza di lesioni gravi alla cupola di Santa Maria del Fiore. Quanto alle cause invece il dibattito è estremamente serrato. Vediamo dunque le ipotesi principali.
    Il traffico
    È indubbiamente assai intenso intorno al Duomo. Si calcola che vi passino al giorno circa 1.000 veicoli pubblici (le automobili private vi hanno accesso solo alla sera dopo le ore 20), senza contare i torpedoni turistici e i mezzi di trasporto merci. Le fermate e le partenze provocherebbero vibrazioni paragonabili a dei veri e propri microsismi che si trasmetterebbero al corpo di fabbrica della cupola aggravando le lesioni già esistenti. Tuttavia l’ipotesi del traffico trova delle obiezioni: nel 1935, tra il 18 e il 23 novembre, i principali quotidiani italiani pubblicarono le opinioni di alcuni esperti, fra cui il sismologo padre Alfani, direttore dell’antico Osservatorio Ximeniano, riguardo alla osservazione delle lesioni della cupola iniziate l’anno precedente. L’allarme fu esattamente pari a quello attuale, e la colpa del «preoccupante aggravamento del fenomeno» (furono le parole di allora) fu attribuita al tramvai. Il trasporto urbano su rotaia portava allora intorno al Duomo circa 300 veicoli al giorno.
    Si può pensare che le vibrazioni prodotte dalle carrozze su rotaia di allora fossero equivalenti a quelle attuali. Ma le stesse lesioni longitudinali non partono dal piano stradale, bensì dal tamburo su cui poggia la cupola.
    Fattori climatici
    È l’ipotesi principale dell’Alfani. Le discontinuità dipenderebbero essenzialmente dalle variazioni di temperatura dipendenti dal clima e dalla struttura del corpo architettonico. La cupola in effetti è sempre esposta ai raggi del sole, ed inoltre la struttura doppia (interno e rivestimento) trattiene in alcuni punti il calore, mentre in altri le bocche di aereazione provocano il raffreddamento con forti correnti d’aria.
    L’obiezione alla pura ipotesi climatica è che essa senz’altro esiste, ma provocava prima una periodicità di allargamenti/ restringimenti delle lesioni, mentre oggi la dilatazione sarebbe divenuta progressiva.
    Fattori geologici ambientali
    È l’ipotesi che più fa riflettere per le implicazioni che ne derivano. Sotto il centro di Firenze vi è una falda freatica che si sarebbe abbassata in modo assai sostanziale negli ultimi anni a causa dell’indiscriminato pompaggio di acqua per utilizzazione civile.
    Se il motivo delle crepe fosse l’abbassamento del terreno dovuto all’uso indiscriminato delle risorse naturali, tornerebbe drammaticamente di attualità il problema della mancanza assoluta di una legislazione e di un controllo riguardo al regime delle acque e delle falde sotterranee. Sempre di natura geologica è poi il problema della composizione del sottosuolo di Santa Maria del Fiore, composizione tuttora ignota e forse neppure ricostruibile a causa dell’eterogeneità dei depositi storicamente determinatisi nei tempi.

    Aggravanti
    Ciascuna delle ipotesi può costituire una aggravante rispetto a ciascuna delle altre. Ma esistono altri fattori secondari che possono aver influito sull’aggravamento delle condizioni del capolavoro brunelleschiano.
    A) decadimento e invecchiamento dei materiali. Questo è dimostrato dalla scarsa salute di molti edifici fiorentini: si sta sbriciolando il mirabile tetto aggettante di palazzo Strozzi, ci sono cretti vistosi
    nella maggior parte degli edifici storici. Il decadimento va fatto risalire anche all’inquinamento dell’ambiente e al disinteresse statale per la tutela dei beni culturali.
    B) alluvione del novembre 1966. L’Arno invase allora con violenza la piazza del Duomo, ma soprattutto provocò sicuramente modificazioni nel regime sotterraneo delle acque.
    C) lavori archeologici e di pavimentazione. E’ difficile credere che questa possa essere una aggravante importante, dato che i lavori sono sempre stati di superficie. Quanto agli scavi di Santa Reparata (sotto il Duomo) e dei resti romani (fra Duomo e Battistero di San Giovanni), essi si sono effettuati a 35/40 metri di distanza dall’abside.
    D) terremoto del Friuli. Le scosse avvertite in Toscana sono state del 4°-5° grado della scala Mercalli, il che può avere influito su una situazione strutturale già abbastanza grave.

    È difficilissimo proporre una soluzione ottimale per il problema, e sarebbe oltretutto assai affrettato, data l’assenza di dati tecnici attendibili. La ricerca seria e condotta con criteri scientificamente moderni è dunque il solo rimedio attuale. Vediamo tuttavia in via ipotetica le questioni che una serie di provvedimenti fin d’ora immaginabili comporterebbe. L’ipotesi non è priva di interesse perché lo stato della cupola di Firenze, al di là dello specifico locale, è emblematico di situazioni generali delle città italiane più importanti.
    Eliminazione del traffico
    È l’espediente apparentemente più ovvio e più «facile» da realizzarsi anche senza mezzi finanziari. E invece è una soluzione che implica problemi enormi che riguardano l’assetto economico della città, proprio a partire dalle soluzioni date ai centri storici. Firenze anche in questo senso è emblematica: nel centro abita una parte minima di popolazione, ma vi sono quasi tutti i servizi burocratici regionali, provinciali e comunali, le sedi centrali di mutue, ambulatori, banche, biblioteche, università, i centri commerciali principali (supermercati, grandi magazzini, mercati generali, negozi specializzati) e dunque le sedi di lavoro per la parte maggiore della popolazione attiva, che è impiegata nel settore terziario. Inoltre, lo sviluppo turistico della città fa sì che il grosso commercio cittadino ruoti intorno al centro (si pensi che la piazza del Duomo è il parcheggio fisso dei torpedoni turistici, che iniziano da qui le visite guidate ai monumenti, sì, ma nel contempo ai negozi). Il centro dunque non può essere chiuso al servizio pubblico oltre che al traffico privato, e tanto meno lo può essere il cuore della città, che per cause storiche e imprevidenze delle amministrazioni precedenti coincide con il Duomo. Si può chiudere al traffico pesante a patto di creare una nuova politica dei trasporti (per esempio piccoli pullman dalla più rapida frequenza) dai costi però spropositati, oppure un nuovo assetto viario, il che implica una trasformazione di nodi direzionali, ovvero un mutamento radicale della vita produttiva e sociale della città, ovvero ancora un nuovo tipo di rapporti di produzione nell’intero territorio urbano.
    Consolidamento delle strutture
    È un discorso già tentato in qualche occasione (Duomo di Pienza, proposte per la Torre di Pisa) e che deve coincidere con il restauro conservativo dei monumenti. Tuttavia non sempre si tratta di una soluzione soddisfacente (il Duomo di Pienza continua ad abbassarsi). Nel caso particolare non si vede come sia possibile un intervento teso a rinforzare la statica della cupola, quando non si hanno a tutt’oggi validi elementi di spiegazione della tecnica costruttiva del Brunelleschi, né si dispone di rilevazioni esatte sullo stato dei terreni. Rifondare il corpo di fabbrica non solo può semplicemente aumentare il peso che grava sul suolo con possibili peggioramenti, ma significa addossarsi un’impresa lunghissima e dai costi pazzeschi, che comunque proprio per la lunghezza degli interventi che bloccherebbero la piazza inciderebbe sullo stesso nodo di problemi economico-sociali del punto precedente.
    Controllo dell’ambiente e ristrutturazione del sottosuolo
    Anche in questo caso si tratta di una operazione a lungo termine, che consiste nel ricostruire la situazione di equilibrio distrutta dall’assenza di regola e di pianificazione nel campo della geo-tecnosfera. Si tratterebbe in sostanza di acquisire razionalmente con un lungo lavoro scientifico tutti i dati che riguardano la composizione del sottosuolo, le necessità sociali e quelle economiche che hanno portato al supersfruttamento delle risorse geologiche e naturali attraverso meccanismi tecnologici che hanno mutato la struttura dell’ambiente. In questo modo si potrebbe intervenire con una regolamentazione del regime delle acque sotterranee, una razionalizzazione degli impianti esistenti e una direttiva per i nuovi modelli di sviluppo della città anche in rapporto alle problematiche sociali che già sono state indicate. Certamente anche in questo caso i costi non sarebbero indifferenti, e soprattutto non porterebbero a soluzioni immediatamente visibili. Quello che però è parimenti sicuro è che non sappiamo, per nessuna delle città storiche italiane, letteralmente su che terreni viviamo, e tutti i modelli di sviluppo finora sperimentati si basano sull’approssimazione, sul buon senso (quando c’è) e sempre sullo sfruttamento delle risorse collettive a fini di profitto privato.

    La Cupola del Brunelleschi: lesioni e interventi
    La costruzione
    La Cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze, iniziata da Filippo Brunelleschi nel 1421, fu praticamente chiusa nell’anno 1434. Il 30 agosto 1436 furono ultimate le rifiniture dell’impostare della lanterna, e il 23 aprile 1461 si pose l’ultima pietra, mentre si può considerare conclusa l’opera il 27 maggio 1472, quando si mise a posto la palla del Verrocchio, sormontata dalla croce.
    L’edificio misura circa m 41 di diametro e m 107 di altezza totale. Non è una calotta emisferica, perché a pianta ottagonale, e a sesto acuto. Si può considerare un «ottagono spicchiato», nervato da otto costoloni di notevole spessore (circa 4 metri) e da sedici costoloni minori, due per ogni spicchio (2 e 3). La volta maggiore, interna, è quindi armata da 24 costoloni, che sporgono dal suo estradosso, e convergono alla sommità, connessi da nervature che seguono l’andamento di ogni spicchio legate da una «serraglia», solidamente costruita. La copertura esterna, assai più leggera, è appoggiata sia ai costoloni che agli arconi e, nel vano tra le due, sono immesse scale e ballatoi, per accedere fino alla sommità. L’intera costruzione è in mattoni accuratamente scelti, sia per quanto riguarda le dimensioni, sia per la cottura, disposti con l’accorgimento brunelleschiano della «spina di pesce». Sul tamburo di imposta è posata una catena di macigno, con i vari elementi inchiavardati. All’esterno, gli otto angoli sono ricoperti da costolature marmoree. Conclude il monumento la lanterna ottagona, stellare, in marmo, iniziata nel 1445 dal Brunelleschi e da lui portata solo alla base dei pilastri su cui poggiano i contrafforti, con la scrupolosa tecnica muraria che gli era congeniale.
    Dopo la scomparsa del maestro (il 15 aprile 1446), il suo devoto discepolo Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi fu incaricato di proseguire i lavori, poi continuati da Antonio Manetti e altri, che seguirono, fino al 1472. L’intradosso della cupola interna, ritenuto troppo semplice se lasciato a intonaco bianco, venne dipinto a fresco da Giorgio Vasari (1561) e proseguito, nella parte bassa, da Federico Zuccheri.
    Tormentata esistenza
    Questa grande mole, preminente nel modesto agglomerato urbano della Firenze del tempo, costituiva un ottimo scaricatore per le nubi procellose e quando aveva appena una ventina di anni di vita, alle tre di notte del 5 aprile 1492, cadde un fulmine nella lanterna e ne rovinò più di un terzo. Nelle cronache del tempo di Tribaldo de’ Rossi si legge infatti: «chadé in su la chiesa moltissime priete, isfondò la volta de la chiesa in cinque luoghi, fra le due parti de le nostre Done: e marmi chome bote grosisime chome barili si ficharono in choro, e fra le due porte una gran brigata di pezi: rovinò una parte del tetto, che lo sfondarono dete priete, e da la porta va a la Nunziata, ne la via ne chadé più di venti pezi di marmo chome boti e barili grosi fichoronsi in terra due braccia a drento… molte persone ne portava a chasa per serbarli per richordanza».
    La lanterna fu riparata. Dopo questo seguirono altri fulmini: aprile 1494, 9 agosto 1495, giugno 1498, 4 novembre 1511, 1536, 1592: «molte saette ancora in un giorno solo causarono nel palazzo già de’ Signori ed in sulla cupola del Duomo; e di tal sorta vi caddero, l’una dopo l’altra in fino a sette si dettano a vicenda, una in questo ed una in quest’altro luogo», e ancora il 22 dicembre 1542, il 5 novembre 1570 «cadde parimente un fulmine nella lanterna con gran danno», l’11 ottobre 1577 «gettò in terra un nicchio grande di marmo», il 3 novembre 1578 «cascarono due fulmini nella cupola di Santa Maria del Fiore, con gran rovinio di marmi», il 28 agosto 1586, il 27 gennaio 1600 «cadde nelle cinqu’ore di notte, con grandissimo strepito e danno: venne a terra la palla e la croce con infiniti marmi». Si occupò personalmente del restauro il granduca Ferdinando I, e dette ordine che i gravi danni fossero subito riparati. Fece rifare la palla, un po’ più grande, l’anno dopo. Altri fulmini seguirono il 23 agosto 1699 e il 13 giugno 1776.
    Nel 1822 si pensò di cingere la cupola con «pali elettrici», che vi ebbero sede solo nel 1859. A poco valsero perché altre scariche avvennero il 16 agosto 1879 (danneggiando la terrazza di Baccio d’Agnolo e un costolone dalla parte di piazza delle Pallottole), e ancora il 19 giugno 1885. L’impianto di parafulmini fu successivamente migliorato e da quella data non si hanno segnalazioni di scariche distruttive.
    Oltre alla folgore hanno turbato l’equilibrio della Cupola diversi movimenti tellurici: una scossa molto lieve fu avvertita «la notte precedente il 22 settembre 1695», che non fece danni sensibili, mentre quella del 18 maggio 1895 fu assai forte, così come quella del 1912. Le frane della lanterna con l’improvvisa diminuzione di peso, le sollecitazioni dinamiche dovute alle scariche elettriche ed ai terremoti non hanno certo giovato alla statica di questa mole grandiosa, principalmente durante gli anni di assestamento delle murature, e tutto fa pensare che abbiano contribuito a causare dissesti.
    Le crepe
    Dell’esistenza di crepe preoccupanti si parla solo nel secolo XVI, il 28 aprile 1561, quando i componenti dell’Opera inviarono una relazione al duca Cosimo de’ Medici in cui denunciavano: «come più anni fa, per le saette o altri accidenti di lunghezza di tempo, nacqueno alcune crepature nella pergamena della Cupola; le quali dipoi furono riserrate con lo stucco et nientedimeno l’acque et le saette l’hanno di maniera consumato, che le fessure hoggi sono di maniera riaperte et apparente, che per esse, piovendo, l’acqua cade sopra alcune armadure di legname». Suggeriscono di richiudere le crepe, ma ritengono che lo stucco sia debole ed invece vorrebbero usare il piombo «per essere cosa durabile et sicura». Non sono indicate nella relazione né la posizione delle crepe, né le dimensioni di esse e non si sono trovati documenti che parlino dei rimedi attuati. In fondo allo scritto riportato dal Guasti, c’è una postilla: «essendo così, sarà meglio il piombo: e quando ne vada quantità, avisene perché S.E. n’ha assai. Firmato Lelio T. p/a Maj 61».
    Dopo tale data si trova un accenno, molto vago, alle lesioni per intervento di Gherardo Silvani, architetto dell’Opera. In una relazione del 18 settembre 1639 (quasi un secolo dalla prima) dopo «una visita fatta nella chiesa e sopra alle volte e Cupola, con il Signor Sergrifi et altri de l’opera di Santa Maria del Fiore», il Silvani propone fra gli altri lavori «rivedere i peli di detta Cupola, che sono di consideratione, perché trapassa l’aria e vento, e vi può dominare le acque, e fare del male inrimediabile: e ora si può rilegare detti peli con catene da uno sodo a l’altro, come o’ fatto alla rilegatura della catena di castagnio. Tutta la fabbrica per di fuora rivederla e stuccarla, e similmente la Cupola, e fare gran diligentia intorno a’ costoloni di marmo che no vi entri l’acque, perché drento si fradica tutte le pietre, come si vede che è seguito: et è bene tutte le pietre di drento, dove sono infradicate levare via tutto il fradico e riscarperlarllo, perché insuppa l’aque e ne fa infradicare di più» Si può arguire che le lesioni, oltre che sugli spicchi fossero anche in prossimità dei costoloni, e vi fossero da tempo, dati i danni procurati dalle infiltrazioni.
    Nell’anno 1667, sempre sotto la soprintendenza di Gherardo Silvani, si sollecita con preoccupazione di riparare le catene di quercia della Cupola, ora di scarso interesse per la stabilità. Invece, nel 1671, Gherardo Silvani, ormai già anziano, fece una visita con il figlio Pier Francesco architetto, muratori e scalpellini e segnalò lo stato di uno degli occhi «quali è sopra la tribuna di Sant’Antonio» sotto il ballatoio di Baccio D’Agnolo, che minacciava di rovinare e dice: «si è trovato per la parte di fuora la pietra forte per di sopra, per lunghezza di braccia 2, esser calata anticamente et essere stata ristucchata et riserrata con biette di ferro, si vede che continua a fare nuova mossa». Anche questa denuncia di lesioni vecchie, all’occhio, e di scorrimenti di conci, già ristuccate e rinverzate con ferro, non è molto precisa e non dà nessuna indicazione per individuare la posizione delle crepe.
    Ma le preoccupazioni crescevano e il 6 dicembre 1695 il provveditore dell’Opera, Giovan Battista Nelli, fece al Granduca la proposta di cerchiare la Cupola. Egli asserisce che: «i due maggiori screpoli» sono nelle facce ove sono situati gli organi e così, per la prima volta se ne ha una individuazione sicura: in direzione del lato nord-est (che d’ora in poi indicheremo col nome di «lato della sagrestia de’ preti») e sud-est («lato della sagrestia dei canonici»). Nelli parla della esistenza di biette di bronzo nella rottura di un legone di macigno «che serve per architrave a una delle porticelle delli sproni del primo andito interno più basso». E’ importante l’osservazione seguente: «ora sulla faccia esterna che corrisponde alla sacrestia de’ preti apparisce uno de’ due screpoli sopraddetti, il quale dentro alla detta catena di macigno mostra una rottura (che verisimilmente seguì dopo finita la cupola) la quale è larga un soldo di braccio, e la proseguisce all’ingiù per tutto il tamburo quasi che a piombo, tanto dentro che fuori di detta faccia, e quasi nel suo mezo, con andar però sempre strignendo, finché svanisce nell’interno, poco sotto il primo ballatoio più prossimo a terra: e simil diminuzione d’apertura si vede da detta cornice in su dentro e fuori, nell’una e nell’altra volta, fino all’occhio della lanterna. L’effetto che fa questo screpolo da questa parte, lo fa appunto anco l’altro nel mezo della faccia della Sacrestia de’ Canonici, con passare similmente fuor dall’esterno all’interno».
    Queste crepe sono state accuratamente misurate e controllate nel 1936 dallo scrivente e dal geom. Giulio Padelli. Il Nelli, in questa ponderata relazione, riferisce di grosse spranghe di ferro messe in passato nella catena di macigno «forse per chiarirsi se il male proseguiva». Analizza ancora la parte del ballatoio di Baccio d’Agnolo (lato sud-est dell’ottagono), iniziato nel 1512, e riferisce di «allargamento di screpoli» e di rottura di marmi, ma commenta per la cornice del Brunelleschi, compresa nel ballatoio: «osservai in questa cornice che la rottura del marmo è circa un soldo di braccio benché nel restauro statogli fatto già con calcina, non apparisca se non di circa un quattrino di braccio e che ne’ marmi di Baccio, chè vi posano sopra, ella è larga solamente il detto quattrino: contrassegno anche questo, che dopo fattosi da Baccio d’Agnolo, il ballatoio, lo screpolo si è allargato di più il detto quattrino nella cornice del Brunellesco, quanto appunto apparisce nei marmi di Baccio. E che tale dilatazione di screpolo proseguisca tuttavia, s’argomenta dall’aver io osservato nel mattonato, che fu fatto fin dal mese di novembre dell’anno passato, su la parte scoperta di detto ballatoio, e che veniva a coprire lo screpolo, scomponimento notabile delle mezzane, appunto sopra il filo del medesimo screpolo». Seguita riferendosi alla relazione del 1671 e alle prove fatte per notare gli allargamenti con biette di bronzo e tasselli di marmo. «Il 2 Aprile 1695 trovai il terzo tassello (sopra il terzo ballatoio dalla parte della sacrestia dei canonici, poco sotto la pittura, e nella parte più larga dello screpolo), dal quale erasi staccata dalla sua testa verso levante una scheggia larga per ogni verso circa un soldo di braccio».
    Le prime osservazioni del 1694 avvennero proprio nel mese di aprile, quando si doveva avere un primo aumento stagionale di temperatura, con conseguente dilatazione dei materiali, e la scheggia, saltata il 2 aprile, farebbe pensare non ad un allargamento della lesione, bensì ad una diminuzione di apertura, perché, in caso contrario, sarebbe difficilmente saltata una scheggia laterale, ma si sarebbe spaccato il tassello e il Nelli lo avrebbe notato. Nelle osservazioni fatte il 22 dicembre, quando la temperatura diminuiva e la muratura subiva una contrazione, si parla di rottura di tasselli, ciò che indiscutibilmente significa un progressivo allargamento delle fessure. Il Nelli non aveva pensato alla dilatazione termica dell’edificio e non aveva perciò confrontato, con tale criterio, le osservazioni fatte in primavera con quelle autunnali. Senza tener conto della dilatazione, si è indotti a valutare erroneamente la causa di una diminuzione di larghezza delle crepe nella stagione calda e quindi un moto negativo rispetto all’inverno.
    Il Nelli riferisce anche di osservazioni fatte dopo il terremoto del 22 settembre 1695. Controllò i tasselli e trovò che quello da lui posto, probabilmente nella parte esterna della sacrestia dei preti, si era rotto. Propose di cerchiare la Cupola con catene di ferro ma la cosa non ebbe seguito e fu reputata addirittura dannosa, nel 1720. Tale opinione venne confermata da Leonardo Ximenes nel 1757.
    Altra relazione importante è quella del 13 giugno 1696 redatta a cura di Carlo Fontana, architetto invitato dal Granduca Cosimo III ad esprimere il proprio parere, dato che non aveva sottoscritto la relazione del Nelli (come avevano fatto Vincenzo Viviani, Guerrino Guerrini, Gio. Battista Foggini e Filippo Sengher), approvata invece dal Granduca stesso. Il Fontana fa importanti osservazioni e afferma che le due maggiori crepature «principiano dal nascimento superiore della Cupola e camminano tanto interiormente quanto esteriormente passatone sin sotto l’occhio del Lanternino, ma però sempre in degradazione minore verso il medesimo». A proposito della rottura dei tasselli dice: «si videro i loro relassamenti e scagliamenti nelle teste cagionati per dilatazione del corpo della Cupola, e non per cessione di piede, a causa, che parte di essi tasselli si scagliarono per il traverso dove lavorava la coda, rimanendo però intatti senza rottura in altezza, il che sarebbe seguito quando fosse ceduto il piede de’ i piloni, e i muri del tamburo, come anco molti altri dei medesimi tasselli, doppo lo spazio di un mese circa cadettero dal loro loco, dove fumo a viva forza sigillati quali poi furono riprovati nella loro incassatura di prima, e fu trovata la medesima più lunga qualche minuto di quello era stata prima sigillatamente lavorata, avendo in quel spazio di tempo l’edifizio in dilatazione riaperto quel poco». Sostiene sempre la tesi della dilatazione e raccomanda di non tormentare i muri lesionati. Inoltre al punto dodici dice: «si conclude dunque aver trovato tutta la fabbrica delle due Cupole sciolta e senza verun rincontro di costoloni esteriori nel suo Tamburo, come anche il medesimo senza risega dovuta e di debole basamento per le ragioni addotte di sopra, e senza veruna Catena di Ferro, e con un peso eccessivo della Lanterna superiore tutta composta di marmi massicci, il peso de’ quali, ritrovando la Cupola povera di piede e di contrasto de’ contraforti e di Catene nei dovuti lochi, fa che per tutte le suddette cause franga e si dilati in crepature nelli due lati più deboli e disposti al rilassamento di sé stessi tirando unanimemente per consenso tanto l’interiore quanto l’esteriore». E’ contrario alle catene che impedirebbero la dilatazione e osserva che le crepe non si sono verificate dove la Cupola «ha qualche rincontro, cioè, come dalli Lati delle tre Tribune e nave Longa aver patito poco o niente, ma bensì dalli due Lati sciolti dell’Ottagono, sopra li due piloni nominati di sopra».
    Da allora non ci sono stati altri interventi, né per restauri, né per studi, fino al 1935 quando, su richiesta del prof. Rodolfo Sabatini, deputato dell’Opera, fu sollecitata una indagine. Fu allora formata una commissione presieduta dal prof. Sabatini e di cui facevano parte: il prof. Giovanni Poggi soprintendente ai Monumenti per la Toscana, l’ing. Alessandro Giuntoli, direttore dell’edilizia al Comune di Firenze, l’ing. Pier Luigi Nervi e l’arch. Brunetto Chiaramonti. Fu ritenuto opportuno aggregare il M.R. prof. Padre Guido Alfani che «per la sua fama e competenza in materia» fu considerato la persona più idonea per applicare strumenti di controllo. A lui fu dato come aiuto il sottoscritto, coadiuvato dal geom. Giulio Padelli. Furono istallati apparecchi flessimetri «brevetto Sacchi» e livelle progettate dal Padre Alfani. In seguito, sollecitato sempre da quest’ultimo, progettai degli estensigrafi che furono applicati insieme a termografi. Vennero eseguiti scrupolosi rilievi col tacheometro, dopo aver stabilito una base attendibile e validi punti di riferimento nell’intradosso della Cupola. Si poterono così tracciare una serie di centine: al centro degli spicchi e in corrispondenza degli angoli dell’ottagono; si controllò il diametro, l’altezza della Cupola e ciascun lato dell’ottagono stesso. L’andamento delle crepe fu disegnato, dopo il rilievo con sicuro riferimento alle figure degli affreschi per l’intradosso, ai ballatoi, agli occhi, ai pilastri, per la parte inferiore. Gli originali dei disegni si persero per le vicende dell’alluvione del 1966 ma esistono delle copie ben conservate. Furono riprese 176 fotografie (6) per tutte le principali manifestazioni dei dissesti, ma anche di queste furono perduti i negativi.

    Elio Gabbuggiani Sindaco di Firenze
    Un impegno per la salvaguardia del patrimonio artistico
    La Cupola di Santa Maria del Fiore soffre indubbiamente dei malanni dell’età: più di cinque secoli sono trascorsi da quando, nel 1434, furono portati a termine i lavori dell’opera brunelleschiana, che evidenzia anche un mirabile ed originale esempio di tecnica costruttiva. I «mali» di questo, come di tanti altri complessi artistici e monumentali, si sono aggravati attraverso i secoli, ma principalmente nella nostra epoca: guerre, alluvioni, agenti atmosferici, traffico sono indubitabilmente le concause di tale declino.
    Appena la Commissione ministeriale, nominata nell’ottobre del ’75, in seguito alla caduta di alcuni calcinacci, dall’allora Ministro Spadolini, ha avanzato la richiesta urgente di intervenire sul traffico che converge ancora sul centro storico, l’Amministrazione comunale ha dichiarato la piena disponibilità ad intervenire con tempestività e rigore. Alle misure che immediatamente sono state adottate (come lo spostamento delle fermate dei mezzi pubblici ad altra zona, l’abbassamento del limite di velocità per gli autoveicoli) altre verranno presto ad aggiungersi: la estensione, ad esempio, della «zona blu» (si deve considerare che il complesso del Duomo è incluso in quella esistente) con pedonalizzazione anche notturna sia di piazza del Duomo che di piazza della Signoria, la riorganizzazione del traffico su tutta l’area urbana in modo da alleggerire il carico che ha sempre insistito sul centro, creando linee e percorsi tangenziali, ed altri provvedimenti.
    L’allarme, drammatico quasi, lanciato per la Cupola non ci ha trovato impreparati nell’adozione di provvedimenti di largo respiro. Nel contempo, tuttavia, riteniamo necessario e urgente portare avanti una rigorosa campagna di rilevamenti che individui con esattezza le cause dell’aggravamento della situazione (già nel 1935 Padre Alfani aveva lanciato un primo allarme, mentre le ultime rilevazioni risalgono al ’39-’40: e da allora il problema è stato ignorato), che ha prodotto le lesioni, sfregiando anche gli affreschi dello Zuccheri e del Vasari. Pensiamo infatti che qualsiasi intervento per essere efficace debba essere fondato sulla esatta conoscenza della situazione.
    Per questi motivi riteniamo utile anche che esperti nominati dalla Amministrazione comunale siano chiamati a far parte della Commissione ministeriale di indagine. Il nostro impegno tuttavia non vuole limitarsi alla «cura» della Cupola, ma è quello di affrontare in modo organico il problema più generale della difesa e della valorizzazione del patrimonio artistico fiorentino e nazionale. Le iniziative per le celebrazioni brunelleschiane, che si terranno nel corso di quest’anno, potranno avere un solido retroterra se sapremo affrontare, ai-vari livelli, il problema del rapporto del patrimonio monumentale con i diversi aspetti della realtà che ci circonda e che intendiamo trasformare.
    Mauro Sbordoni Assessore alla viabilità ed ai trasporti nel Comune di Firenze
    Monumenti, città e traffico
    Il grido di allarme per le sorti della Cupola del Brunelleschi pone gravi problemi agli amministratori di Firenze. Intervenire drasticamente sul traffico esistente in piazza del Duomo, così come le circostanze richiedono, significa cambiare radicalmente l’intero sistema di trasporti pubblici cittadino e, di conseguenza, apportare profonde modifiche anche nella circolazione dei mezzi privati. Occorre insomma considerare il 1976 come «anno zero» da cui ripartire per elaborare un piano del traffico e dei trasporti che abbia come punto di riferimento fondamentale la necessità di non nuocere a quel complesso, a quell’ambiente che comunemente viene chiamato «centro storico». Grave errore però sarebbe muoversi verso l’ipotesi di un centro isolato dal suo contesto, da percorrersi come un museo, in punta di piedi, lasciando magari il resto della città a subire il flusso, meglio sarebbe dire l’assalto, incontrollato di migliaia di autoveicoli di ogni tipo.
    Il grido di allarme per la Cupola in realtà è solo il sintomo più acuto di una crisi (e questo non è fatto solo di Firenze) sempre più profonda del rapporto esistente fra la città e l’automobile. Alla radice di questa crisi non vi è solo lo sviluppo del tutto spontaneo della motorizzazione avutosi nel nostro Paese, ma, e in maniera più profonda, il modo in cui sono cresciute le nostre città: accentuata terziarizzazione e spopolamento dei centri storici, assunzione dei caratteri del «dormitorio» da parte di periferie cresciute a macchia d’olio (rispondendo unicamente alle
    Opinioni e documenti
    leggi della speculazione sulle aree fabbricabili) espulsione di significative attività produttive dai confini urbani. Il risultato di tutto ciò è una città caotica e convulsa in cui le diverse zone hanno assunto funzioni e compiti contrastanti con la loro tradizione, il contesto fisico in cui erano collocate, i gusti e i ritmi di vita dei cittadini intesi come abitanti e come produttori.
    All’interno di queste città uno dei problemi maggiori diviene proprio, e ciò in aperto contrasto con le stesse esigenze di una città operosa, quello di muoversi, di spostarsi da un posto all’altro. I costi di questa situazione, come ognuno ben sa, sono gravissimi. E non si tratta solo di costi in termini ambientali, sociali, psichici, ma anche di spese propriamente dette: infatti, mentre l’auto diviene sempre più un balzello oneroso e inevitabile per ogni famiglia, le aziende di trasporto municipalizzate finiscono con l’essere voce di gran lunga la più incidente nei deficit comunali, e ciò, purtroppo, senza mai raggiungere condizioni di efficienza. La volontà di salvaguardare il patrimonio artistico fiorentino dagli assalti del traffico, se vorrà raggiungere risultati significativi e accettabilmente durevoli, dovrà allora superare il livello degli interventi limitati e di semplice razionalizzazione per affrontare il complesso dei problemi suddetti ed intervenire politicamente nei meccanismi che li hanno determinati.

    Com’era bello girare a piedi
    Come si è arrivati alla situazione di «emergenza» odierna a proposito dello stato di salute della Cupola del Duomo di Firenze, e come è nato il famoso comunicato di luglio da parte della Commissione ministeriale?
    Bisogna subito dire che la Cupola, per quanto antica e di struttura assai ardita (è costruita in assenza di controspinte), non sta male, ma soffre degli acciacchi della vecchiaia. La ricostituzione della Commissione non dipende quindi da una «emergenza», ma da una situazione banale: ci sono state recentemente delle proteste da parte dei turisti per il fatto che cadevano dall’alto dei pezzetti di materiale. La Commissione, poi, è in realtà incaricata di fare il punto sulle alterazioni subite dagli affreschi all’interno della Cupola, per restaurare i quali si dovrebbero costruire dei ponti all’altezza del secondo ballatoio, poggianti sulle buche pontaie del Brunelleschi. Con lo stesso sistema, però, è possibile studiare lo stato delle spaccature della massa muraria, mettendo in opera le opportune apparecchiature. Quanto alle lesioni, si deve ritenere ancora valida, come maggiore delle concause che hanno prodotto le
    fessure, la differenza di temperature che si registra nella Cupola stessa. In fondo si tratta di giunti di dilatazione formatisi nel ‘600, e che già allora furono rinsaldati (la dimostrazione è data dai pietroni che sono sistemati lungo i cretti, e che risalgono senza dubbio a quell’epoca). Fu proprio Pier Luigi Nervi, nel 1940, che osservando l’inutilità di quell’antico intervento, ipotizzò che si potesse giungere ad una crisi grave: anzi, sono proprio i pietroni che, muovendosi, provocano la caduta di piccole dosi di materiale inerte che impedisce alle spaccature di tornare alla posizione iniziale dopo il movimento di allargamento dovuto al calore.
    Bisogna sottolineare che Nervi metteva sull’avviso di una possibile situazione grave. Il nostro compito è dunque quello di sapere, attraverso la messa in opera di apparecchiature idonee, se gli allargamenti ritornano indietro o se progrediscono nel tempo. E’ certo però che una progressione, dal ‘600, c’è stata, perché le spaccature sono oggi più larghe degli stessi pietroni che allora dovevano essere stati posti ad incastro, e combaciare. Ultimamente siamo poi usciti con il famoso comunicato, perché sembrava che dal 1940 le lesioni fossero aumentate, almeno nei limiti del percepibile, perché i rilievi non erano esattamente dimensionati.
    La stampa, tuttavia, è intervenuta in modo massiccio e allarmistico sull’argomento, provocando anche un dibattito sulle cause dei dissesti, che ha dimostrato una non unanimità di pareri.
    La Commissione aveva il dovere di dare immediata notizia dei sospetti e chiedere l’immediata eliminazione delle possibili concause del danneggiamento. Una di esse era il traffico. Quanto alle altre ipotesi, esaminando il complesso della cattedrale, non pare che sia legittima l’opinione che all’origine vi siano movimenti di fondazione dovuti all’abbassamento della falda. In tal caso si dovrebbero notare spaccature dal basso, mentre quelle da noi rilevate arrivano solo all’occhio della Cupola. Tuttavia è chiaro che dei movimenti fondali ci sono fin dal ‘600, e dunque non si può ignorare del tutto l’ipotesi. Andando per intuizione, tuttavia, sembra che si debba piuttosto parlare di una spannatura dovuta alla gravezza della lanterna nella parte del terzo medio della Cupola.
    Sulla base di quale principio avete chiesto l’allontanamento del traffico dalla piazza?
    L’allontanamento del traffico sarebbe auspicabile anche in via assoluta, e non solo per la situazione della Cupola. Si pensi alla presenza dei turisti e degli amatori di cose d’arte, che devono correre il rischio di essere travolti dagli autobus. Penso che nelle nostre città medievali e rinascimentali sia assurdo far viaggiare macchine e mezzi pesanti, che non erano pensabili al tempo della loro costruzione. C’è dunque
    anche un senso di rispetto per il nostro passato (in fondo ricordo quanto fosse bello vedere le persone circolare più civilmente nel famoso periodo della crisi della benzina). Comunque nel caso presente, fermare il traffico ci è parsa una richiesta precauzionale minima. Tanto più che l’ipotesi era quella di chiedere la limitazione totale ai viali di circonvallazione, e l’istituzione di servizi pubblici con piccoli veicoli, in modo da eliminare un danneggiamento serio. Le vibrazioni prodotte dagli autobus infatti costituiscono dei piccoli sismi, come ben sa chiunque abiti nel centro storico. Padre Alfani negli anni ’30 li valutava intorno al 4°/5° grado della scala Mercalli, ma forse li sottovalutava. Per curiosità personale, infatti, basta appoggiare una mano sui marmi del Duomo per sentire delle vibrazioni davvero notevoli.
    La Commissione comunque si trova nella necessità di operare con prudenza. La Cupola certo non crolla dall’oggi al domani, ma costituisce un elemento di preoccupazione.

    La «Grande Struttura» della Cupola di Santa Maria del Fiore
    Galileo, nel Saggiatore, diceva: «parmi di avere per lunga esperienza osservato tale essere la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno intenda, e ne fa, tantopiù risolutamente voglia discorrerne: e che all’incontro la moltitudine delle cose conosciute, ed intese, renda più lento, ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità». Questa saggia osservazione si addice anche oggi al molto discorrere che si fa del grande malato, «il Cupolone», ovvero della sua malattia: le lesioni che tutti possiamo vedere alzando gli occhi sulla grande opera del Brunelleschi. Però non si tratta di novità se fu detto già «da Gherardo Silvani il vecchio, Architetto, che invigilava alla conservazione di quella fabbrica, e dal muratore parimente della medesima (passati ciascheduno di loro all’altra vita in età decrepita) avere essi sempre vedute quelle stesse crepature; pertanto bisogna concludere, che siano antichissime». Così affermava in Due discorsi sopra la cupola di S. Maria del Fiore, Alessandro Cecchini, architetto della fine del ‘600.
    Sono quindi quattro secoli, per lo meno, che si parla di queste crepature antichissime. Molto se ne parla perché poco o nulla sappiamo della realtà costruttiva della Cupola di Santa Maria del Fiore; di come è fatta e di come fu realizzata. Di come fece il Brunelleschi a «voltar» la Cupola senza uso di centine «in quel modo, che sarà consigliato per quei maestri,
    che l’avranno a murare, perché la pratica insegna quello, che si ha da eseguire». Di come mai la Cupola abbia una inutile cerchiatura di travi in legno, dette «catene» dal Vasari, ma non abbia quelle cerchiature in ferro che il Buonarroti dispose in ben tre ordini nel voltare la cupola di San Pietro, cupola che è non meno ricca di lesioni di quella di Santa Maria del Fiore, nonostante la cerchiatura in ferro. Dobbiamo aggiungere che, col sopravvenire dell’era delle grandi strutture in acciaio ed in cemento armato, delle quali anche molto si discorre, si è persa cognizione dell’arte del murare.
    Non resta che studiare ciò che dell’esperienza degli antichi costruttori di grandi opere in muratura ci è stato tramandato, cercando di capire, alla luce delle conoscenze attuali, quale sia la «vita» delle murature. E’ indiscutibile che la muratura, come materiale costituente una struttura, ha una sua sensibilità, un suo comportamento, che rappresenta quella «vita» che noi non conosciamo. Le lesioni antichissime della Cupola fanno parte di questa vita e l’osservazione della loro dislocazione, del loro formarsi e del loro respiro può essere la più utile ricognizione, sicuramente per accrescere la nostra conoscenza e, forse, per trarne qualche cauta conclusione sui fenomeni fessurativi. In questa opera ci è di sicuro aiuto lo sviluppo scientifico e tecnologico nel campo della rilevazione di tali fenomeni, dato che oggi possiamo disporre di apparecchiature che, senza intervento di operatori, misurano e registrano le misure in tempi prefissati. Si tratta di metodologie assai diverse da quelle adottate in altri tempi quando si disponevano, a cavallo delle crepature della cupola, biette di bronzo che regolarmente cadevano a terra con grande allarme degli studiosi e degli operai del Duomo, ovvero quando si tassellavano le fessure con «biette di bardiglio fatte a coda di rondine». Di tali biette, disposte in gran numero alla fine del ‘600, si dice che una sola se ne rompesse la sera del 22 settembre 1697, per una piccola scossa di terremoto; e di tali biette siamo curiosi di sapere se alcuna ancora ve ne sia, ed in quali condizioni. Soprattutto queste risposte conoscitive dobbiamo aspettarci dall’esame delle crepature della Cupola a differenza di quanto accadeva nei secoli passati quando, come scriveva verso la metà del ‘700 il figlio di Giovan Batista Nelli, Provveditore dell’Opera, «alcuni Architetti, più dediti al guadagno, e al proprio interesse, che al pubblico vantaggio progettavano al Principe di fare ripari di eccessiva spesa per risarcire la Cupola, secondo parer loro minacciante rovina». Nella nostra ignoranza, non possiamo che mantenere, proteggere e soprattutto osservare, per apprendere, la grande
    opera del Brunelleschi. •

    Ma c’è anche la geologia
    Il geologo, di fronte a lesioni che si manifestano nelle strutture di un manufatto, ne osserva la tipologia e l’andamento onde interpretarle in rapporto con le caratteristiche del sottosuolo. Mentre sono note le profonde spaccature aperte nella Cupola, forse i più ignorano che corrispondentemente ad esse, ma più in basso, se ne presentano altre fino alla chiave di volta della cappella in fondo al transetto sinistro di Santa Maria del Fiore; in qualche punto si hanno tracce di antichi restauri che testimoniano di un fenomeno non certo originatosi ai giorni d’oggi ma antico. All’esterno, di fronte a via dei Servi, la pavimentazione in lastre di arenaria mostra evidenti irregolarità che però potrebbero essere attribuite a cause diverse.
    Mancando altri elementi (tra l’altro la Commissione ministeriale appositamente insediata non ha ancora resa nota alcuna notizia), un’ipotesi che si presenta spontanea è quella di un cedimento del terreno di fondazione come suggerirebbe l’andamento delle lesioni più basse. Infatti le notevoli sollecitazioni indotte dall’edificio nel suolo trovano in esso, probabilmente, una situazione di non omogeneità. E’ noto che il piano originario dell’antica Santa Reparata e del tempio dedicato a Marte (oggi Battistero) era di qualche metro più basso di quello attuale; che nei pressi dovevano trovarsi i corsi d’acqua esterni alle mura bizantine (uno aveva la direzione di via del Proconsolo) e che in seguito dovevano essere deviati e riempiti per facilitare l’uso edilizio, tecnica questa usata in gran parte dell’area urbana fiorentina.
    Tale eterogeneità nel sottosuolo certamente provoca un irregolare deflusso delle acque di infiltrazione lungo vie preferenziali, rendendo diversa la reazione meccanica delle varie parti del piano di fondazione. Questo è ricavato nell’orizzonte superficiale prevalentemente limoso- argilloso molto fine che costituisce il tetto della deposizione fluviale di colmata della piana di Firenze avvenuta in epoca protostorica; al di sotto un cospicuo livello di ghiaie e sabbie, sede di una falda in leggera pressione, del cui abbassamento si hanno le prove nei pozzi del vicino Opificio delle Pietre Dure. Particolare rilevanza, per i suoi effetti sul comportamento meccanico dei limi, riveste l’oscillazione della falda che già ha provocato dissesti legati alla variazione della pressione interstiziale in altre antiche strutture, come quelle del già citato Opificio delle Pietre Dure su cui è stato da noi condotto uno studio geognostico.
    Affacciandosi dalla sala del Consiglio regionale toscano, si può agevolmente osservare una grossa lesione che interessa il cornicione dell’antistante palazzo Medici- Riccardi; ciò significa che il fenomeno sopra descritto non è localizzato al solo Duomo ma si manifesta in un raggio di 3-400 metri, in corrispondenza di una fascia interessata dalla paleoidrografia della piana fiorentina che ha subito notevoli modifiche nel suo reticolo.
    Alla ovvia opportunità di verificare quest’ipotesi si accompagna un’altra constatazione: se risultasse la necessità di consolidare le fondazioni della fabbrica del Duomo, non si dovrà ritenere sufficiente, nell’attesa, il solo controllo del traffico veicolare, i cui effetti sono tutti da provare, quando scosse sismiche come quelle recenti provenienti dal Friuli hanno avuta intensità di gran lunga superiore. A tale proposito sarebbe interessante controllare se esiste corrispondenza tra periodi di particolare attività sismica ed insorgenza o aggravamento delle lesioni.

    Relazioni sui primi risultati ottenuti coll’impianto dei Flessimetri registratori sulla Cupola del Duomo
    Fino dai primi momenti in cui furono messi in azione i Flessimetri, i registratori e le Livelle sulla nostra Cupola, si sono verificati e notati dei fatti che si impongono alla vostra attenzione, egregi colleghi, per la loro importanza.
    Sebbene la maggior parte di essi non abbiano accennato a movimenti degni e meritevoli di allarme, ve ne sono purtroppo alcuni che hanno rivelato dei movimenti che non dubito punto di chiamare gravissimi. Alludo in modo speciale alle registrazioni dei flessimetri collocati presso le crepe che cointeressano i grandi occhi sopra le due sagrestie e in modo particolarissimo ai tre flessimetri contrassegnati rispettivamente coi numeri 9, 10 e 16 e che si trovano presso la crepa sulla sagrestia detta «delle Messe».
    Le registrazioni di tali apparecchi accennano ad un continuo aumento e con valori che fanno seriamente pensare.
    Nelle tavole che ho l’onore di presentarvi e che riassumono lo spoglio di tutti i flessimetri, potrete meglio convincervi e confrontare: ma intanto, per dare una prima idea dell’importanza numerica di tali movimenti, basterà che accenni come negli ultimi due mesi di agosto e settembre le tracce hanno segnato nel flessimetro n. 9 uno spostamento grezzo di millimetri 10,9 il quale ridotto del rapporto d’ingrandimento strumentale, proprio quel flessimetro, porta ad un valore reale di millimetri 0,556.
    E sarà bene accenni che sia per la forma del tracciato come anche per la sua importanza, mi era sorto il dubbio che potesse trattarsi di qualche difetto meccanico dello strumento ma il fatto che nell’intervallo di tempo fra il 12 ed il 20 settembre si ebbe anche nel flessimetro n. 16 suo corrispondente un tracciato identico per forma e quasi identico per valore, mi persuase che quanto era stato registrato era purtroppo un vero e importante aumento della crepa e non si doveva ascrivere ad altra ragione.
    Certo, il tempo trascorso dalla entrata in funzione degli apparecchi registratori è ancora troppo breve per autorizzarci a trarne delle conseguenze certe e sicure, ma a me sembra che poiché abbiamo anche molti altri apparecchi che funzionano contemporaneamente e che nel contempo o non si sono mossi affatto
    o si sono mossi pochissimo, mi sembra, ripeto, che ciò fornisca un serio argomento per dubitare che in avvenire i risultati non potranno cambiare troppo.
    Prima di concludere, debbo ancora far notare che alcuni flessimetri hanno chiaramente dimostrato che la crepa a loro spettante subisce le variazioni di temperatura con lievissimi aumenti e diminuzioni di ampiezza ma tornando sempre al valore base. Sicché per questi, almeno per ora non mi pare vi sia ragione di preoccupazione. Tuttavia sarà nostro compito sorvegliarli con attenzione.
    Per quanto riguarda le livelle posso dire che esse hanno confermato pienamente quanto avevo già messo in evidenza nel 1929 coi miei inclinografi, cioè che la Cupola nel suo insieme accenna a lievi inclinazioni e deflessioni giornaliere in corrispondenza alle variazioni della temperatura, ma tali variazioni le credo del tutto innocue perché appariscono regolarissime e di valori quanto mai ridotti, non superando
    i 2 o 3 decimi di secondo d’arco….
    […] Debbo ora presentare qualche resultato delle mie recenti misure eseguite all’esterno del Duomo e precisamente quasi di faccia allo sbocco di via dei Servi, dove i tranvai convergono da varie parti e dove il traffico è più intenso.
    Per tali misure adoprai il Trepidometro e il Vibrografo. Ambedue tali apparecchi fornirono elementi che mi sembrano molto importanti e preziosi, ma debbo anche aggiungere subito, mi sembra che abbiano fornito elementi assai più gravi di quelli che io stesso mi sarei aspettato. Aggiungerò ancora che data la complessità del problema mi accorsi solo durante le esperienze che si manifestavano dei fenomeni impreveduti ed ai quali posi mente soltanto mentre studiavo le zone delle registrazioni.
    Credo perciò che per questa ragione non sarebbe inopportuno che potessi ripetere qualche misura, molto più che per l’incomodo in cui necessariamente dovevo condurre le esperienze, alcuni fenomeni mi risultavano incerti e alterati. Comunque, anche dai resultati che ho potuto osservare e studiare finora parzialmente, mi è stato dimostrato che per i disturbi provocati dal tranvai si verificano delle inclinazioni vistose nel suolo, prodotte dal peso delle carrozze. Delle vibrazioni ondulatorie, ma soprattutto delle vibrazioni sussultorie con valori dinamici che per ora mi astengo da esporre non avendo potuto essere sicuro, ma che se fossero assicurati da ulteriori calcoli collimerebbero con scosse di terremoto fra il 4° e 5° grado della Scala Mercalli. Perciò terremoti che si classificano come forti.
    E che ciò sia del resto verosimile, me lo prova l’esperienza che ognuno di noi può ripetere in qualunque momento voglia, appoggiando la mano sulla ringhiera che cinge il Duomo, nel punto da me ora indicato, e ponendo attenzione alla vibrazione del suolo specialmente al momento nel quale passano i carrozzoni più pesanti quando si trovano allo scambio. Gli apparecchi mi hanno fornito in tale circostanza dei tracciati di grande nitidezza e che per la loro forma e per i loro caratteri parlano chiaro.
    Sono dolente di non aver potuto per tante circostanze studiare a fondo e analizzare tali tracciati, ma da quanto ho potuto intravedere, si va ad accelerazioni molto gravi, che raggiungono e talora sorpassano, come ho detto, il grado 5° della Scala Mercalli. Ora ognuno sa che i terremoti non hanno mai accomodato i fabbricati. E si pensi che il traffico dei tranvai ascende a oltre 300 passaggi al giorno!

    Scienza o arte del costruire?
    […] Un esempio, tra i più evidenti, della vita interna degli edifici, anche se di monumentale struttura muraria, ho potuto constatare facendo parte di una commissione di studio delle condizioni statiche della Cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Il capolavoro del Brunelleschi, vera meraviglia di intuito e di saggezza costruttiva, ha incominciato a lesionarsi circa un secolo dopo la sua ultimazione: le lesioni sono andate via via aumentando fino a raggiungere l’attuale preoccupante entità.
    Il modo con cui tali lesioni si sono verificate, a così notevole distanza di tempo dal completamento dell’opera, esclude un fatto statico, inteso nel senso comune della parola.
    Infatti non potendosi constatare nemmeno oggi alcuna degradazione nelle malte, e non essendo pensabile una degradazione momentanea, in seguito recessa, è evidente che le murate non hanno potuto che aumentare di capacità resistente dal giorno della loro esecuzione in poi.
    Una deficienza statica avrebbe dunque dovuto manifestarsi a costruzione appena ultimata, quando la resistenza meccanica delle murature, specialmente a trazione, era evidentemente assai minore del valore raggiunto dopo qualche decennio.
    Né, per un complesso di considerazioni dedotte dall’andamento delle lesioni, dall’esame dei pilastroni di sostegno e di tutto il fabbricato, ritengo si debba pensare a cedimento di fondazioni, a parte il fatto che, data la natura del sottosuolo, troppo lungo tempo sarebbe passato tra l’ultimazione e l’apparire delle fessurazioni.
    E’ evidente, quindi, che non si può spiegare la presenza di così imponenti e, quel che è peggio, progressive lesioni, se non attribuendole ad un fatto interno, dovuto ad una specie di vitalità dei muri e delle pietre, in qualche modo analoga alla vitalità delle piante e degli animali.
    Immaginando che il movente primo di essa fosse da ricercarsi nelle variazioni termiche giornaliere e stagionali, fu disposta una serie di estensimetri registratori costruiti sotto la guida e i suggerimenti del rev.mo Padre Alfani, in modo da poter registrare anche le minime variazioni delle lesioni e confrontarle con le curve termiche date da appositi termometri registratori.
    I risultati raggiùnti in osservazioni durate circa un anno — che purtroppo si dovettero interrompere proprio al momento migliore per cause indipendenti dalla commissione di studio — furono quanto mai interessanti e probatori.
    Le lesioni si aprivano e chiudevano seguendo esattamente la variazione termometrica.
    Non si potè, causa la deprecata interruzione delle ricerche, constatare se, alla chiusura del ciclo annuale o meglio ancora di un certo numero di anni, si sarebbe o meno ristabilita la situazione iniziale, o se, come più probabile, le fessure, pur avendo un regolare movimento di va e vieni, non tendessero metodicamente ad allargarsi.
    Ad ogni modo è evidente che la tendenza all’allargamento progressivo deve essere stata notevolissima nei primi tempi, in quanto che granelli di malta e frammenti di pietre distaccatisi nella fase di allargamento — uniti alla polvere portata dal vento — venivano a costituire innumerevoli piccoli cunei che, introdotti tra le facce del cretto, ne impedivano la completa chiusura nella fase di restringimento.
    Si spiega anche, in tale modo, il fatto che i cretti, iniziatisi superficialmente dove più violenta era l’azione termica, siano andati via via propagandosi nella massa muraria fino a raggiungere la faccia interna, passando dal grado di capillarità a quello di piena visibilità constatata improvvisamente, come fatto nuovo, a notevole distanza di tempo dopo la fine della costruzione.
    L’intervento dell’uomo che diverse volte, come risulta dalle relazioni conservate dall’Opera di Santa Maria del Fiore, richiuse accuratamente le lesioni con ristuccature e imbiettature, non fece che aggravare il fenomeno impedendo quella libertà di movimento che la massa muraria, con la insuperabile saggezza delle cose, cercava spontaneamente di acquistare.
    Si vede quindi che la Cupola di Santa Maria del Fiore, malgrado la sua perfetta stabilità statica, aveva in sé, fino dall’origine, una deficienza organica, dovuta principalmente alla inefficiente protezione termica della cupola portante interna, che, molto probabilmente, ne verrà a limitare la durata a meno di un millennio. E’ evidente infatti che qualora non si riesca a trovare un efficace rimedio al progressivo allargamento dei cretti, e questo proceda anche con frazioni di millimetro ogni anno, in un periodo di altri due o trecento anni la deformazione avrà raggiunto tali valori da rendere precaria la stabilità statica vera e propria.
    Orbene per ridurre l’inconveniente, e renderlo, forse, praticamente nullo, sarebbe bastato isolare termicamente tutta la struttura con opportune protezioni, e chiudere, con doppie vetrate, i finestroni aperti nella cupola esterna. E questo, qualora si voglia salvaguardare l’opera, sarà, a mio parere, uno dei principali provvedimenti da prendere tuttora, provvedimento di cui, mediante metodiche osservazioni sul movimento dei cretti, si potrà constatare e misurare la reale efficacia.

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