Riflessioni sulla casa singola

    Nel corso del XX secolo l’abitazione unifamiliare è stata la principale aspirazione abitativa della mia classe sociale. Le convenzioni del garage, dello spazio sul davanti, del soggiorno, della cucina, della sala da pranzo, del corridoio, del bagno, della camera da letto principale, di quelle secondarie, dello spazio retrostante la casa, sono diventate il locus della famiglia moderna. E importante che la casa manchi di alcune delle sue componenti più ancora che essa sia completa, perché questo alimenta il desiderio di una esistenza migliore.
    La pianta della casa è considerata alla stregua di un dato di natura – come fatto inequivocabile sul quale si reggono l’architettura e la famiglia. Questa distinta economia delle relazioni spaziali, ha avuto inizio sul finire del XVIII secolo, per dispiegarsi ampiamente in quest’ultimo secolo.

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    La narrazione familiare, con la sua interminabile serie di nascite e di morti, resta tatuata entro la mitica trama di questa pianta. Le dinamiche affettive, la paura, la tristezza, la felicità, sono vissute come se la famiglia fosse ancora nel paradiso terrestre. Il mio lavoro costituisce un assalto programmato a questa natura mitica, non solamente per cambiarla, ma per rappresentare le piccole tattiche dell’abitare.

    Villa Prima Facie: la pianta annullata
    La prima abitazione rappresenta un “eroico” tentativo di salvataggio dell’architettura dall’egemonia della narrazione familiare e dalla pianta. Il cliente non voleva parte alcuna della famiglia, nessun ricordo, nessuna memoria. Voleva un disegno completamente nuovo.

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    Oggi, l’organizzazione dello spazio domestico poggia interamente sulla pianta, quale matrice generativa. In tale processo, il materiale costruito – la sostanza stessa dell’architettura – assume un ruolo secondario, subordinato agli astratti principi della pianta. Le pareti sono diventate semplici definizioni spaziali e la casa si è trasformata in un involucro di comportamenti. Così la pianta è stata annullata. Sotto giace il fondamento dell’architettura – il pavimento.
    Sul pavimento una serie di sei pareti è stata eretta: un muro morbido, uno asciutto, uno bollente; un muro duro, uno bagnato, ed un altro morbido. La pianta annullata, il pavimento, le pareti, sono ancore dell’esistenza – durante un terremoto si va a sbattere contro le pareti morbide; nel corso del temporale, con i suoi tuoni, ci si appoggia al muro asciutto; se hai freddo ti siedi presso il muro caldo; d’estate puoi rinfrescarti vicino al muro umido.
    Il muro duro serve a dividere in caso di conflitti domestici. Ma tutte le pareti sono contenute entro una serra: e poi, al termine della serie di pareti, proprio all’interno della serra, si trova la camera da letto. E’ un ottavo delle dimensioni delle abitazioni suburbane, perché il dormire è l’unico fatto che il cliente ha in comune con la famiglia. Questa serie di pareti, il pavimento virgineo e l’essenziale rifugio, riportano l’architettura indietro alle sue fondamenta – alle fondazioni dell’architettura.

    L’abitazione della non famiglia: la pianta perturbata
    La narrazione familiare, con i suoi mini-discorsi e i comportamenti integrati (nutrire i bambini, fare il sonnellino, andare in bagno, consumare i pasti, dormire, ricevere e così via) logora la casa con il suo implacabile disinteresse per l’architettura. La fisicità dell’abitazione è solo il veicolo per la narrazione. La scelta distruttiva intende da un lato bloccare la narrazione, per sfasciarla e rivelarne la dinamica interna, dall’altro sviluppare la fisicità liberandola dalle funzioni istituzionalizzate. Lo scontro si svolge fra la famiglia e l’architettura.
    Simbolicamente, le due abitazioni in vetro, simmetriche, sono per la famiglia: costituiscono diaframmi trasparenti, contenitori, ripieni delle nostre operette quotidiane. La zolla giallo-leone fra loro simboleggia l’architettura: lo scontro fra le due case, dà luogo a integrazioni, crescite, produzioni. Il tutto dovuto al potere familiare, auto-affettività e etero-affettività, qui trasformate in produzione d’architettura, rotazioni e slittamenti. In aggiunta, una serie di trappole sono state piazzate nella nuova dimora – il corrimano ormai libero, la porta inutile, la fresca finestra, le scale che non conducono in nessun luogo, ed altri minori sovvertimenti. Ne risulta una casa piena di fratture, passaggi ciechi, dislocazioni, cancellazioni, conflitti. Ma la pianta della abitazione unifamiliare è incisa sul pavimento d’ingresso della dimora di vetro.
    Se la casa per la non famiglia dovesse essere costruita, dovrebbe poi essere abitata dalla sua famiglia, e le rozze superfici dovrebbero essere collegate e sistemate. Questi interventi costituirebbero, allora, la tecnologia familiare.

    La casa/amore: la pianta ombra
    Questa casa risulta da una singolare attività – un’unica emozione – quella dell’attesa. Ma è sorta per un particolare tipo di attesa, l’attesa dell’amante. Questa condizione mentale è descritta da Roland Barthes: “Ansia e tumulto messi in moto dall’attesa per quell’amante che è il soggetto del rinvio (appuntamenti, lettere, telefonate, richiami)”.
    Non c’è posto nella pianta della casa tradizionale per questa attività quasi clandestina. In realtà, l’intero discorso dell’amante “è in totale balia dei circostanti linguaggi: ignorato, disprezzato, deriso… una volta che il discorso sia trascinato dal suo stesso esistere nelle acque stagnanti dell’irreale'”. Non resta altro che tentare di creare un luogo della sua “affermazione”. Per lo più, gli spazi dell’abitazione unifamiliare sono totalmente esposti, trasparenti, progettati per la vita di ogni giorno. I frammenti del discorso amoroso devono quindi celarsi fra le pieghe e le ombre della
    pianta. Ma il posto ideale, per l’attesa, è all’esterno della casa, nella profondità dell’ombra, in una effettiva condizione di irrealtà. Il luogo dell’attesa è quindi concepito come l’ombra stessa, come spessa sedimentazione proiettata dal doppio della casa, nel quarto cortile all’interno di un quartiere “popolare” di Parigi.
    La realizzazione dell’ombra si adegua ai principi della trasformazione dei sogni enunciati da Freud: condensazione, rimozione, sovra-determinazione. La realtà della sua casa è stata trasformata, ricorrendo ai tre meccanismi, nella casa sogno- impalcatura dell’attesa.
    Non diversamente dalla dimensione inconscia, la bianco-nero- verde casa ombra si erge come un’altra realtà contrapposta alla convenzionale dimora unifamiliare. Quest’altra realtà è l’architettura, qui diventata puro sogno e disegno, ma tutt’ora contrapposto elemento alle convenzioni della pianta e allo stesso amante.

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