Illuminazione urbana

L’architettura da sempre è stata qualcosa di molto vicino al sapiente gioco lecorbusieriano dei volumi sotto il sole. Gioco di colori, di rilievi e di trasparenze, attraverso i quali, architetti e costruttori in ogni tempo hanno affidato alla luce del sole l’intelligenza e la magia del proprio universo formale.

Della città antica, quella che abbiamo ereditato come città di pietra e che si è formata in tempi più o meno remoti, antecedenti alla nostra era industriale, noi conosciamo praticamente nella forma originaria, quasi esclusivamente questo corpo visibile delle sue architetture, nel loro cangiare diurno al mutare delle ombre e della luce, lungo l’arco circolare del sole e attraverso l’ellittico trapassare delle stagioni. Volendo semplificare potremmo definire la città preindustriale come città fondamentalmente diurna.

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Una città cioè di spazi certi, ordinata perché conoscibile e disposta secondo una rete di orientamenti e significati a condizione che il sole la rischiari. In assenza di luce questa stessa città perde i propri connotati, la sua struttura regredisce a reticolo labirintico: il buio annulla la certezza dello spazio architettonico e urbano. Questa della «certezza» dello spazio urbano della città preindustriale, salvo poi verificarne sul piano storico le varianti e le eccezioni che le singole culture possono aver attuato, è un’altra considerazione piuttosto importante ai fini del discorso che segue. Certezza dello spazio urbano, inteso come costruzione materiale e come sviluppo architettonico tridimensionale che comporta di conseguenza un’immagine stabile.

La città contemporanea, industriale e postindustriale, per le trasformazioni tecnologiche, ideologiche, economiche e sociali che tutti conosciamo ha sviluppato un’idea di spazio totalmente diversa. In questo nuovo mondo del progresso tecnico e scientifico il mito della velocità, i nuovi materiali, l’idea di trasparenza, la comunicazione pubblicitaria, ecc., trovano espressione in un nuovo universo formale molteplice ed instabile. In effetti l’utopia delle avanguardie segue le trasformazioni che la realtà subisce in seguito alle innovazioni tecniche della nuova era. Dirà Paul Scheebart: — «L’uso di piantare alberi lungo le vie e le strade finirà per scomparire. Gli alberi, infatti, non sono alti abbastanza.

Saranno invece più adatte alle decorazioni dei bordi delle strade le colonne di luce provviste di ghirlande fulgide e splendenti di luci colorate che mutano in continuazione».

È chiarissima in questa frase la consapevolezza della potenzialità rivoluzionaria della luce artificiale, che non solo può assumere, perché materiale della costruzione dello spazio virtuale, tipologie (la colonna) e dimensioni precise, ma può anche, in virtù della sua tecnologia realizzare effetti dinamici e cromatici sorprendenti. L’immagine della città colta da Scheebart è quella futuristica, al suo tempo, oggi soltanto contemporanea, di una città notturna come trasformazione potenziale dell’immagine diurna, «anzi la notte potrà essere ancora più fulgida del giorno».

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L’ottimismo per le possibilità tecnologiche e per gli espedienti scenografici dell’uso di vetri colorati mobili, di fari, di giochi pirotecnici, permette di prefigurare «un’architettura sospesa nell’aria», una città della notte proiettata contro il cielo dove la città del giorno è solo di supporto. Al di là dei fatti emotivi e dei significati simbolici, che è possibile intravedere nella rituale accensione delle luci notturne, a noi interessa qui insistere sui caratteri e sulle reali capacità della luce artificiale di essere materiale costruttivo dello spazio contemporaneo. Ciò che infatti caratterizza maggiormente la luce è il fatto di essere per definizione qualcosa di visibile ma sostanzialmente immateriale e di poter inoltre assumere e mutare qualunque qualità cromatica e configurazione formale. Cosicché lo spazio costruito dalla luce artificiale non potrà non essere che uno spazio illusorio, virtuale ed effimero. Spazio cioè notturno, illusionistico, vicino a quello della scenografia teatrale e a quello trasfigurato delle feste pirotecniche popolari, ma che ammette il rigore geometrico delle astratte costruzioni della mente.

Robert Venturi negli anni ’60 riscoprì il potenziale innovativo del linguaggio pubblicitario soprattutto nella sua enfatizzazione notturna, come fattore caratterizzante di una qualità urbana americana particolarmente ambigua e complessa. Interpretando la lezione di Las Vegas «simbolo nello spazio, ancora prima di forma nello spazio», Venturi indica una soluzione al problema della rifondazione dell’immagine urbana contemporanea, basata sull’interpolazione di materiali permanenti, (quelli della città di pietra), con altri effimeri, di ambiguo riferimento artistico e storico, ma di consapevole design moderno. Sempre in America, esattamente a Los Angeles, già da tre anni è stato aperto il primo Muséum of Neon Art. La sua fondatrice Lili Larick definisce queste insegne come «le nuove icone culturali, i nuovi ruderi della nostra era». Ancora affidata a lavorazione di tipo artigianale, attraverso la sua duttile e sottile configurazione segnica e la sua installazione variamente relazionata con l’architettura di supporto, la struttura al neon esprime il proprio potenziale creativo enfatizzando alcuni elementi costruttivi o ricostruendo immaginari ordini architettonici.

A questo proposito vale la pena di ricordare le magiche sculture di James Turrell, le strutture monumentali di Stephen Antonakos o le fantasie grafiche di Eric Zimmerman. Più in generale per ciò che riguarda l’uso architettonico dell’illuminazione artificiale, nella costruzione dello spazio urbano notturno, presentiamo una prima ricognizione, non ancora sistematica delle tendenze attuali fra i progettisti Statunitensi.

Manhattan forse perché simboleggia e riassume la società contemporanea, forse perché è il centro indiscusso delle attività artistiche, è molto spesso il soggetto di stimolanti rinterpretazioni fantastiche della città. Queste pur senza incidere sulla struttura urbana o sulla sua forma fisica, riescono però a modificarne e alterarne la percezione. Sono visioni critico-interpretative della città che ricreano un mondo di immagini suggestive dove la realtà urbana, i suoi riferimenti spaziali, la qualità, i rapporti dimensionali, le connotazioni funzionali, vengono stravolti e trasferiti sul piano dell’evocazione scenografica o della pura teatralità urbana.

Tra i numerosi esempi troviamo Proposal for Man hattan Skyline – World trade center di Allan Wexler, e Night-light di James Pellettier per i quali gli elementi più significanti o i simboli più noti del paesaggio, vengono selezionati per essere giustapposti, decontestualizzandoli, ad altre iconografie urbane, o astratte figurazioni geometriche che invitano ad una lettura bidimensionale della città. Questo tipo di intervento che tende ad organizzare gli elementi della città in una serie di orchestrazioni formali, richiede all’architetto una complessa progettazione di vere e proprie partiture per le diverse componenti architettoniche.

Ciò che si può desumere da questa prima ricognizione del tema è il fatto che l’uso architettonico dell’illuminazione artificiale prefigurato dalle avanguardie e sfruttato senza risparmio dal linguaggio commerciale della città capitalista, da almeno cinquantanni sta sempre più frequentemente entrando nella pratica progettuale dello spazio urbano, almeno all’interno delle culture tecnologicamente più avanzate. A questo proposito, anche a seguito della disponibilità di nuove tecnologie della fonte luminosa (ad esempio il laser), possono già essere intraviste le prime configurazioni tipiche della costruzione dello spazio attraverso l’uso dell’illuminazione

artificiale. In altri termini il fenomeno al quale stiamo assistendo vede il passaggio dell’utilizzazione dell’illuminazione artificiale, dalla progettazione di spazi «eccezionali», occasionali o comunque a carattere temporaneo (fiere, esposizioni, ecc.), alla progettazione dello spazio permanente della città notturna.

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