Architettura e città

Non vi è dubbio che la tematica urbana abbia costituito negli ultimi anni per la cultura architettonica un quadro di studi particolarmente privilegiati, cui ha corrisposto, almeno sul piano dei metodi e delle teorie la formazione di una serie di ipotesi di notevole interesse disciplinare.
Tuttavia è necessario riconoscere che la responsabilità di molti insuccessi non sta solo nelle contraddizioni, preclusioni, limitazioni poste al nostro lavoro dall’esterno; non è unicamente attribuibile alle opposizioni che le varie forme della società capitalistica inducono alle proposte dei «buoni» architetti (i quali, per altro, di essa fanno fatalmente e sicuramente parte): gli insuccessi derivano anche da una serie di insufficienze di fondazione e di immaginazione insite nella impostazione del tema da parte della stessa cultura disciplinare.
La prima di queste insufficienze si annida, a nostro avviso, nel concetto stesso di città: esso, così come è stato inteso dalla cultura architettonica italiana più recente, per città intende, più o meno coerentemente, la città europea ed ancora più accentuatamente il centro storico della città europea, caricato di tutti i valori simbolici della nostra cultura, o eretto a simbolo di opposizione all’altro modello urbano egemone e dilagato nel mondo intero: quello della città vista come effetto urbano (anziché come luogo urbano), come attributo dello spazio puramente economico.
Ma anche accettando che le teorie europeiste non possano spiegare bene tutta una serie di grandi fenomeni urbani contemporanei, accettando cioè questa loro parzialità come sintomo di una saggia e cosciente limitazione del campo di applicazione, rimane però sempre il fatto che tali teorie spiegano poco, e tanto meno danno delle idee e dei suggerimenti progettuali se non sul piano del rispecchiamento dell’antico e dell’utopia, anche nei confronti della formazione e dello sviluppo della amplissima, preminente area della periferia urbana che contraddistingue oggi le stesse città europee.
Questa è la prima insufficienza da tenere presente.
La seconda insufficienza è insita nella oscillazione dei vari approcci disciplinari al problema della città tra aspirazione alla purezza ed alla separazione o, al contrario, all’annegamento dell’architettura nel suo contesto socio- economico urbano.
Da un lato è la tematica anti-ideologica attraverso gli strumenti del town landscape e del town design, una pratica dell’aggiustamento che volontariamente si oppone alla visione complessiva, al grande disegno.
Dall’altra parte le teorie della negazione della città, da quella neo-mumfordiana (erede della tradizione della garden city, di Broadacre City di F.L. Wright) alla teoria della città che si esprime nell’enunciato: «La città non esiste più eccetto come un fantasma culturale per i turisti. Le città erano legate una volta alla realtà della produzione e delle intercomunicazioni. Ora non più…».
Di queste ultime, le une hanno goduto di una nuova fortuna ideologico-politica (si veda la tesi “città capitalistica e territorio socialista”) e si sono appoggiate con successo talvolta alle teorie antiurbane delle nuove comunità nel nome di una integrità antispecialistica del fare; le altre, pur segnalando un fenomeno di grande importanza, sembrano dedurre da esso in modo piuttosto affrettato e meccanico un’identità tra realtà urbana e realtà comunicativa, ipotizzando una separazione tra produzione e gestione tutta ancora da stabilire, ed hanno sortito gli opposti risultati di una cultura neopop e neocibernetica.
Più vicina e pressante appare la metodologia del planning come programma a tutti i livelli (realizzazione dei processi progettuali, modellistica, metaprogettualità ecc.), che è la tematica della produzione e dello sviluppo; ma nel contesto economico-sociale in cui ci muoviamo la realizzazione dei concetti di produttività, sviluppo e consumo sono intesi tout-court come sviluppo civile.
Una tematica che si pone o come tematica puramente ideologico-politica, o sembra riguardare le questioni dell’architettura come un più o meno grazioso, ma del tutto secondario, modo di impacchettare decisioni già prese altrove.
Più modesti quantitativamente ma architettonicamente più rilevanti appaiono i risultati dell’altro gruppo di studi, quelli della purezza e della separazione e, per quanto riguarda l’Italia (proprio anche in accordo alla concreta prevalenza della tematica dei centri storici), decisamente orientati allo sviluppo della «teoria» dell’analisi urbana. Ci sembra tuttavia che molte limitazioni si possano anche in questo caso segnalare (i contesti di applicazione limitati alle formazioni storiche del tessuto urbano, la difficoltà in generale ad uscire dai sistemi imitativi una volta individuati i parametri analitici, la figura urbana emergente che necessita un contesto compatto dentro cui ritagliarsi, le difficoltà a proporre a . grande scala un nuovo disegno urbano senza ricorrere solo alla monumentalità, l’esclusione programmatica di uno dei grandi contenuti della città moderna: il tema della processualità come tempo e come mobilità) debbono far ripensare a molti aspetti di questa teoria.
E’ possibile anche che la nuova città consista in gran parte in una nuova gestione e significazione del patrimonio fisico esistente in tutta la sua mostruosità senza figura: è anche possibile che gli elementi ed i principi della nuova città esistano davanti a noi e siano per noi irriconoscibili nello sconvolto rapporto tra le parti e nella nostra incapacità di immaginare una diversa gerarchia tra di esse.
Certo, il materiale offerto dalle periferie urbane è tanto immenso ed esteso, tanto preminente e disastroso che non si può pensare la nuova città senza di esso, né a favore di un modello totalmente alternativo.
Non voglio pensare alla nuova città come una grande periferia, ma di questa, e proprio di questa, è necessario fare la nuova città.
Per fare questo bisogna ricorrere a materiali tanto vasti e importanti da essere in grado di proporsi allo stesso livello di resistenza e di capacità fondativa, di articolare e rendere non artificiosamente diverso il linguaggio urbano nel suo insieme.
Questi materiali, non sufficientemente sviluppati sino ad oggi, riguardano secondo me soprattutto ciò che è connesso alle nozioni di ambiente e di principio insediativo. nozione di ambiente e tanto vasta da apparire generica: pur tuttavia da tante provenienze e dimensioni, da così lungo tempo la si impiega, che la banalità stessa della sua insistita utilizzazione è la promessa di una idea confusa ma necessaria, ricoperta da un frettoloso appiattimento ma persistente entro la tradizione della contemporaneità.
Ciò che è certo è che questa nozione non è riducibile solo alla azione meccanica di intervento sulla grande dimensione, o alla globalità del suo controllo: la strategia dell’ambiente non consiste nella sua disegnabilità infinita come programma e come progetto, e una strategia del discontinuo e del circuito, di un trattamento del materiale, disciplinare, fondando sulla diversificazione. Il lavoro non solo degli architetti ma di molti artisti contemporanei sembra sempre più segnato dall’interesse permanente per la relazione con lo spazio specifico come luogo determinato. Molte opere contemporanee richiedono un intorno spaziale o sono fatte apposta per un luogo, o comunque sembrano volersi impadronire di un vasto campo, definirlo, come a difendere una territorialità minacciata, ma anche disporsi quale elemento di relazione (elemento centrale e rivelatore più che ordinatore, certamente) di un sistema di significati.
A volte addirittura il rimando è tanto ampio da pretendere spazi cosmici, amplissimi. Pur tuttavia la caratteristica fondamentale sembra essere, piuttosto, la costruzione di una relazione che l’introduzione dell’opera istituisce, la sperimentazione degli spostamenti introdotti, in qualche modo la scoperta della necessità, per l’essere dell’opera, di riconoscere ed insieme stravolgere un contesto.
Da questa generalissima definizione si dipartono due direzioni di esperienze che attraversano tutta la tradizione della contemporaneità: da un lato coloro che si propongono di affrontare «en plein air» in scala al vero il problema, misurandosi con le modificazioni applicate alla grande dimensione territoriale nei due sensi sopra indicati: l’organizzazione globale o la creazione del circuito; ciò sia nella direzione del progetto che in quella dell’operazione concettuale, nella esplorazione comunicativa o simbolica, in quella della mimesi scientifica o ecologica. Dall’altro lato si schierano le operazioni condotte «in laboratorio» frapponendo un diaframma ideale o reale tra il campo del lavoro e la totalità del mondo fisico: la scatola.
La nozione di «principio insediativo» riguarda invece in modo preciso l’architettura, anzi è, si può dire, il fondamento stesso della sua specificità poiché il primo atto dell’architettura non è di mettere pietra su pietra ma pietra sul suolo: è il modo di essere architettonico dell’idea di ambiente: il modo di distinguere il «World Game» dell’architettura.
Insieme il modo pratico e simbolico di prender contatto con il suolo (con la terra madre) e di costruirvi sopra. In maniera più generale e il simbolo fisico del modo con il quale una collettività si rappresenta la natura ed il lavoro che la rende storia.
Tutto ciò che è ricavabile dalla specificità del sito non ha di questi tempi nella cultura architettonica una grande fortuna: ciò sia in forza alla tradizione «ambientistica» degli anni cinquanta, guardata oggi con molto disprezzo, sia per rapporto al principio economico-tecnico, strutturalmente indifferente al luogo, sia in omaggio ad un modello puramente teorico-stilistico di architettura ed ai principi dell’autonomia disciplinare non bene intesi.
Noi siamo convinti al contrario che gli stessi principi dell’analisi urbana debbano diventare elementi di specificità e che la qualità del sito, dell’area, della condizione fisica dell’intervento, in una parola le differenze, siano materiali principali da utilizzare per la fondazione di nuove unità e gerarchie.
Da questi principi mi sono mosso, insieme con i miei collaboratori in questi ultimi anni, cercando di affrontare i concreti problemi di linguaggio e di metodo che ne derivano: se la scelta è essenzialmente caduta su temi a grande scala, ciò è perché essa porta in primo piano le connessioni con la morfologia territoriale come linguaggio del sito: così come la grande scala architettonica rende particolarmente evidente che la dimensione del tempo rappresenta un materiale particolarmente importante nei processi di progettazione architettonica. Il tempo ripropone un circuito tra programma e realtà architettonica dove ogni illusione di deduzione ordinata, di gerarchia tra grande e piccola scala, deve definitivamente venire abbandonata: qui le decisioni di piano sono direttamente decisioni anche d’immagine della architettura; qui il tema del rapporto tra stabilità morfologica dell’architettura e flessibilità funzionale riprende giusta proporzione per rapporto alla stabilità e storicità dei valori del sito geografico e della sua immagine collettiva.
Per questo un materiale importante per il mio lavoro è la geografia; geografia non è la stessa cosa di natura: è una nozione per me insieme più terrestre e più astratta, allude alla forma del luogo, alle cose nel loro stare insieme in relazione ma anche a quello che sta sotto, che sopporta stabilmente ad una natura storicamente trasformata, ad una natura pensata, divenuta con la frequentazione una memoria comune.
Bisogna innanzitutto stabilire una regola: essa ha a che fare essenzialmente con la tradizione dello stile e del mestiere: ma ciò che dà verità e concretezza architettonica alla regola è il suo scontro con il sito: solo dalla esperienza del sito nascono le eccezioni che aprono e formano l’architettura.
