L’evoluzione del concetto di abitazione 1870-1970

    Molti dei modelli comunemente accettati dell’architettura e dell’urbanistica moderna debbono la loro prima origine ai movimenti di riforma del codice edilizio e delle leggi sanitarie sorti nella seconda metà dell’Ottocento. Per questa ragione essi si presentarono alla ribalta come tentativi dapprima di dare una casa alla popolazione urbana e poi di frenarne l’aumento incessante, che alla metà del secolo aveva ormai raggiunto livelli critici.
    La prima reazione a questo fenomeno spontaneo di urbanesimo fu quella di alloggiare la massa di lavoratori rurali che emigravano in città, in appartamenti ristretti o in case a schiera disposte spalla a spalla, che comportavano in complesso condizioni di vita sub-umane.
    La seconda reazione fu quella di promulgare delle leggi contro gli aspetti più brutali di questo tipo di sistemazione e di postulare modelli alternativi per dare una casa alle masse urbanizzate, modelli che offrissero standard più elevati di spazio, accesso, luce, ventilazione, riscaldamento e impianti igienico-sanitari.
    La terza e ultima reazione, relativa all’elaborazione di un modello di base, fu quella di proporre il graduale allontanamento dalla città sia dei ricchi sia dei poveri, di sostenere cioè la necessità di una dispersione pianificata della loro congestione urbana, creando nuovi centri che, dal punto di vista della localizzazione e della densità residenziale, avessero un carattere manifestamente rurale.

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    Là dove la prima reazione aveva dato vita alle promiscuità degli slum industriali dell’Ottocento, la seconda portò alla fine alla Bye-Law Street in Inghilterra e agli edifici residenziali della Old and New Law negli Stati Uniti. Infine, nell’ultimo decennio del secolo, la terza reazione, così come venne formulata da Ebenezer Howard nel suo libro Tomorrow, A Peaceful Path to Real Reform of, indicava chiaramente la città giardino come panacea di tutti i mali economici e sociali.
    In ognuno dei tre casi i modelli edilizi formali che venivano proposti non erano neutrali né dal punto di vista della differenziazione fisica dello spazio pubblico né da quello del modello fisico che sarebbe necessariamente risultato dalla loro ripetizione.
    In un caso e nell’altro, specie dopo la svolta del secolo, non si previdero tutte le conseguenze umane dell’adozione di modelli, sia urbani sia suburbani, di «città aperta». Si partiva ingenuamente dal presupposto, sia pure a livelli diversi di raffinatezza, per cui si andava dal Nothing Gained by Overcrowding di Raymond Unwin del 1918 a La ville radieuse di Le Corbusier del 1930, che la gente non potesse mai e poi mai soffrire per una quantità eccessiva di quelle che erano considerate le gioie essenziali, vale a dire il sole, la luce, l’aria e lo spazio verde.
    In breve, salvo qualche eccezione, furono ampiamente ignorati gli svantaggi che poteva presentare l’idea di isolare il più possibile gli edifici l’uno dall’altro. Analogamente, pochi progettisti e pochi teorici dimostrarono di rendersi conto appieno del fatto che questi modelli non potevano assolutamente differenziare in maniera adeguata lo spazio aperto.
    Si pensava che un tappeto erboso in declivio fra edifici isolati fosse sufficiente a fare ammenda della perdita di qualsiasi tipo di recinzione e, nel caso delle costruzioni a parecchi piani, a compensare il rapporto per sua natura insoddisfacente col terreno.
    In modo analogo pochi (e meno di tutti, forse, i fautori della città giardino, come Unwin) riuscirono a prevedere lo spreco illimitato che si sarebbe avuto necessariamente in seguito alla proliferazione in massa di un modello corrotto di città giardino.
    Questi uomini mostrarono di non rendersi conto nella giusta misura della potenzialità di questo modello di degenerare nei complessi residenziali ribbon and track del Novecento.

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    Complessi residenziali e modelli ‘anti-street’ della città dell’Ottocento: 1870-1938
    Prima del 1918, in certi centri urbani in rapida espansione, come New York, Parigi e Londra, le nozioni teoriche in materia di progettazione subirono alcune trasformazioni. A New York si ebbero dei costanti tentativi di elevare lo standard delle abitazioni economiche, seguendo il modello della casa di abitazione progettata da George Post e George Dresser nel 1879, mentre a Parigi Eugène Hénard cercava di rielaborare il boulevard standard di Haussmann nel proprio modello di strada con rientranze del 1903, che egli chiamò boulevard à redans.
    A Londra intanto Unwin e Parker ricorrevano a una terrazza a rientranze di questo genere nel loro Sobborgo Giardino di Hampstead del 1906 per creare effetti pittoreschi. Questa tradizione sarebbe stata ripresa da Le Corbusier, che, un decennio dopo, progettò, seguendo Unwin, un sistema di blocchi a rientranze composto dal libero accostamento di unità standard di cemento armato: la famosa Maison Domino del 1915. Tutte queste soluzioni a rientranze erano endemicamente anti-street, in quanto costituivano una consapevole rottura della continuità avvolgente della via tradizionale.
    A New York molti architetti avrebbero sviluppato ulteriormente il modello di casa d’abitazione di Post e Dresser, e citiamo in particolare Ernest Flagg, le cui case del 1896, costruite nell’ambito dell’lmproved Housing Council, dimostrarono le possibilità offerte da un profilo interno a rientranze per dare a ogni stanza del caseggiato la giusta quantità di luce e di aria. Il modello di Flagg del 1896 era destinato a dominare i complessi residenziali di New York per i successivi quarant’anni, culminando nei Dunbar Apartments di Paul Lawrence del 1926 3 da ultimo nelle Harlem River Homes del 1938.
    Entrambi questi progetti portarono all’estremo limite naturale le possibilità di creare spazio offerte dalle case a blocco con rientranze all’interno. A quest’epoca però si può già scorgere un’incipiente tendenza ad allontanarsi dal concetto di continuità della via, specie nei prototipi progettati per la Housing Authority di New York nel 1934.
    Sembrerebbe che l’implicito internazionalismo del New Deal avesse incominciato a dirottare l’attenzione degli architetti americani dalla via ai modelli di case a blocco con rientranze e a quelli di case a schiera del Razionalismo europeo, modelli che prevedevano la trasformazione totale della città in un parco continuo.

    L’evoluzione del modello di casa a blocco a disposizione chiusa marginale: 1895-1923
    Nell’Europa centrale, il complesso residenziale modello seguì un indirizzo completamente diverso, un indirizzo che sopra ogni altra cosa badava a mantenere intatta la via. Dalla legge per la riforma degli edifici d’abitazione di Berlino del 1897 al piano di H.P. Berlage per Amsterdam Sud del 1917, progettisti e teorici in Germania e in Olanda si muovono in direzione delle case a blocco a disposizione chiusa marginale, le quali consentono di mantenere la continuità plastica della via e di sfruttare al tempo stesso il cortile interno come spazio chiuso semi pubblico.
    Un tale modello di abitazione multipla era già stato presentato su piccola scala da Frank Lloyd Wright nei suoi appartamenti Francisco Terrace costruiti a Chicago nel 1895. E sarebbe stato realizzato su scala molto più vasta nella Amsterdam Sud di Berlage e negli edifici residenziali Tusschendyken di J.J.P. Oud costruiti a Rotterdam dopo il 1918.
    Alla metà degli anni ’20 le case a blocco a disposizione chiusa marginale dovevano godere in Europa un breve periodo di approvazione generale come modello edilizio standard per le abitazioni urbane a carattere economico. E in questa veste fecero sentire la loro presenza alla periferia di città tanto lontane l’una dall’altra quanto Berlino, Vienna e Helsinki.
    Questa così ampia diffusione parve però giungere in un momento in cui il modello stesso aveva già subito importanti modificazioni, specie nel caso degli edifici residenziali Spangen di Michiel Brinkman costruiti a Rotterdam nel 1921.
    L’importanza di quest’opera ancora relativamente sconosciuta risiede nel fatto che essa arricchiva lo spazio interno di una casa a blocco con cortile tipicamente berlaghiana mediante l’aggiunta di un ballatoio che dava accesso continuo, a livello del terzo piano, a tutta una schiera perimetrale di unità duplex.
    La larghezza di questo ballatoio era tale, in linea ipotetica, da poter fungere da strada succedanea, in quanto il suo spazio era sufficiente non solo per l’accesso e i servizi, ma anche per il gioco dei bambini e la conversazione davanti alla porta di casa. Brinkman (come gli Smithson dopo di lui negli anni ’50) passò sopra comodamente al fatto che una strada del genere ha inevitabilmente un solo lato ed è racchiusa solo in parte, e che in ogni caso è estremamente improbabile che la sua larghezza sia tale da bastare a tutti gli usi a cui teoricamente è destinata.
    Nonostante questo, l’importanza degli Spangen risiedeva nel fatto che essi introducevano un dispositivo completamente nuovo per dare accesso ad abitazioni in serie, vale a dire la piattaforma, il cui recente influsso seminale si estende dai Golden Lane Housing di Alison e Peter Smithson progettati nel 1952 alla Riverbend Housing Harlem di Davis Brodie, disegnata nel 1964.
    Il loro influsso specifico latente, tuttavia, risiedeva, e anzi risiede tuttora, nella loro capacità di suggerire una scala più densa e differenziata per le case basse, una scala che, pur preservando la continuità della via, è capace di individuare le unità separate e di permetterne una più immediata connessione col terreno.

    L’influenza di Le Corbusier: 1922-1956
    Sia la casa a blocco con rientranze di Hénard, sia il modello a disposizione marginale con cortile di Berlage dovevano trovare la loro brillante pur se relativamente irrealizzabile sintesi nella città ipotetica di Le Corbusier del 1922 per tre milioni di abitanti. Nella Ville Contemporaine di Le Corbusier ogni casa a blocco con cortile racchiudeva un grande spazio verde comune, mentre le costruzioni a rientranze avanzavano e recedevano in mezzo a una fuga continua di parchi.
    In entrambi i casi le unità residenziali comprendevano delle unità duplex a due piani a forma di L, ognuna delle quali racchiudeva una propria terrazza giardino. Queste unità erano servite da larghe piattaforme di accesso alte dai cinque agli undici piani. Sotto molti aspetti questa città, progettata su scala regionale, costituiva un punto d’arrivo nell’evoluzione di questi modelli residenziali europei.
    Da quel momento la tendenza generale avrebbe seguito la linea ultra razionalista del Movimento Moderno, una linea che doveva estendersi dalle case Krupp costruite a Essen nel decennio 1870-1880 al modello di case a schiera aperta e di media altezza Zeilenbau della Repubblica di Weimar.
    Pur rimanendo sempre un po’ al di fuori di questa particolare progressione, Le Corbusier portò tuttavia l’unità residenziale alla sua formulazione logica di struttura verticale a sé stante, autonoma e autosufficente. Nei confronti della strada racchiusa Le Corbusier mostrò la stessa ambivalenza degli altri urbanisti delle città giardino. Sulla scia di Hénard e Unwin egli poteva accettare la facciata continua soltanto se c’erano delle rientranze a romperne l’uniformità. Fra i suoi obiettivi più grandiosi non figurava certo all’ultimo posto la « rustificazione> della Parigi di Haussmann mediante l’introduzione di nuovi prototipi operanti su scala enormemente più vasta.
    Di questi prototipi di Ville Radieuse, doveva essere la torre residenziale a molti piani, più che l’unità di abitazione a sé stante, a esercitare l’influsso maggiore sul modello spaziale di New York.
    Sviluppata verso la fine degli anni ’30 in Svezia e in Olanda come tipo di abitazione economica a elevata densità residenziale, la torre diventò la norma accettata della Housing Authority di New York dal 1934 fino agli inizi degli anni ’60. Nel frattempo tanto l’unità verticale quanto la torre avrebbero avuto una parte reciprocamente disgiunta nella formazione del cosiddetto complesso residenziale misto, quella mescolanza di case alte e basse che dominò l’urbanistica inglese negli anni dell’immediato dopoguerra.

    L’evoluzione del modello a schiera aperta: 1923-1933
    Il mutamento radicale registrato in Germania alla metà degli anni ’20 nella progettazione degli edifici residenziali a blocco è semplificato nel migliore dei modi dall’opera di Otto Haesler.
    Fra le sue Siedlung Italienischer Garten del 1923 e Siedlung Georgsgarten del 1924, il modello globale si trasforma totalmente, passando da un ordinamento a blocco che dà direttamente sulla strada a quello che era già l’approccio Zeìlenbau, vale a dire schiere aperte di lunghezza identica, con l’estremità rivolta verso la strada e sistemate a una distanza standard l’una dall’altra.
    A questo punto non rimaneva che aumentare l’altezza della tipica casa a blocco a tre piani senza ascensore di Haesler mediante l’uso accorto di ascensori. Proprio di questo si sarebbe occupato Gropius nel suo articolo scritto per la pubblicazione del CIAM, Rationelle Bebauungsweisen, uscita nel 1930, là dove diceva: «In un appartamento di una casa alta dieci-dodici piani, anche chi sta a pianterreno può vedere il cielo. Invece di aprirsi su strisce d’erba larghe solo 20 metri, le finestre si affacciano su aree panoramiche alberate che sono larghe 100 metri e contribuiscono a purificare l’aria oltre a fare da campo di giochi per i bambini ».
    Questa unità verticale razionalista, giustificata ampiamente sulla base del potenziale di liberazione dello spazio della tecnica americana (Gropius illustra il suo testo con le Sunlight Towers proposte da Kocher e Ziegler) era destinata, insieme con la torre residenziale, a diventare il modello fondamentale di abitazione ad alta densità residenziale dell’era post-1945.
    Fino a quel momento, almeno in Europa, le case a schiera di tre-quattro piani senza ascensore avevano continuato a predominare come tipo comunemente accettato e dovevano servire come tali nell’esemplare Siedlung Neubuhl del CIAM realizzata negli immediati dintorni di Zurigo nel 1932. Ancora una volta il trionfo di un solo modello, vale a dire le schiere parallele di case a blocco o di unità verticali a sé stanti, sembra aver portato quasi subito alla sua controtesi, al progetto cioè delle abitazioni a tappeto con cortile come soluzione globale del problema delle abitazioni a densità relativamente elevata.
    Prima Adolf Loos nelle sue case Heuberg del 1923 e poi, verso la fine degli anni ’20, Hugo Haring, Ludwig Hilberseimer e infine Mies van der Rohe, progettarono varie versioni della casa con cortile, come nuova unità di insediamento, mentre nel 1933 l’architetto olandese Leppla progettò una casa di due piani in grado di sviluppare una densità residenziale dell’ordine di 350 persone per acro. Anche se non si può parlare di vera e propria casa con cortile, è degno di nota il fatto che qualche anno dopo Frank Lloyd Wright proponesse negli Stati Uniti la propria Suntop Home, costruita a Ardmore, in Pennsylvania, come nuova unità per insediamenti urbani a elevata densità.

    L’evoluzione delle case basse: 1948-1966
    I primi movimenti in questa direzione dovevano registrarsi subito dopo la guerra, proprio nel momento in cui la torre isolata o unità verticale e le case a schiera aperta venivano accettate universalmente come componenti standard per la progettazione di aree residenziali.
    Abbastanza paradossalmente, doveva essere Le Corbusier a fare un po’ l’andatura in questo ritorno a un paradigma di case basse anche se non avrebbe mai costruito delle abitazioni in questa forma particolare. Il suo primo tentativo in fatto di carpet housing (ove si eccettui il suo quartiere universitario del 1923) si ebbe nel 1948 con il progetto per La Sainte Baume.
    Questo progetto, la cui struttura urbana e spaziale derivava direttamente dalle case a mega- ron del Mediterraneo con la volta a botte riportate in auge dallo stesso Le Corbusier, serviva manifestamente da indispensabile punto di partenza per lo schema di case basse più fecondo del secondo dopoguerra vale a dire la Siedlung Halen completata negli immediati dintorni di Berna agli inizi degli anni ’60.
    Il decennio conclusosi con la Siedlung Halen doveva assistere all’evolversi della cosiddetta sensibilità Brutalista, la quale avrebbe respinto in blocco non solo l’approccio frammentato, tipo Città Giardino dell’ultima ora, delle prime New Towns inglesi, ma anche l’altrettanto sterile modello Zeilenbau così come esso veniva interpretato nei primi progetti intensivi inglesi di un certo rilievo attuati dopo la guerra.
    Questa nuova sensibilità, stimolata dalla sociologia locale e da una rivalutazione polemica delle virtù della racchiusa Bye-Law Street dell’Ottocento, cercava, nelle parole di Peter e Alison Smithson, di stabilire dei modelli di associazione e di identità che conducessero «allo sviluppo di sistemi di complessi edilizi concatenati, tali da corrispondere più da vicino alla rete dei rapporti sociali, così come essi si configurano in questo momento».
    A questo fine le loro abitazioni di Golden Lane, che si rifacevano in parte ai progetti à redent dell’anteguerra e in parte agli Spangen, postulavano una piattaforma elevata come succedaneo della Bye-Law Street, concetto, questo, che ignorava comodamente il carattere fenomenologico fondamentale di una strada tradizionale a due lati.
    Ciò nonostante, questa sensibilità rivendicò la propria rilevanza in un’era di complessi residenziali misti, con la loro facile accettazione di uno spazio aperto discontinuo e maldifferenziato e con la diversa attrattiva che ne derivava ai blocchi di altezza notevolmente diversa.
    Come disse un osservatore: «Se i caseggiati popolari imponevano l’integrazione, le case miste imponevano la segregazione». Se mancarono l’obiettivo di progettare in conformità ai rapporti sociali così come questi esistevano di fatto, non c’è dubbio che le proposte degli Smithson di case « aperte » e « chiùse» unitamente al progetto village infili di James Stirling della metà degli anni ’50 costituirono davvero una strategia completamente nuova per le abitazioni.
    Alla fine degli anni ’50 gli inglesi, sotto l’influsso di Le Corbusier, erano già orientati, come linea politica generale, verso l’adozione di case basse. Ci volle del tempo però perché questo modello venisse accettato su vasta scala. Per tutto il decennio seguente l’idea non incontrò che resistenze da parte delle autorità pubbliche britanniche, prima a Londra, dove la proposta di Martin/Hodgkinson di edifici a quattro piani a gradoni venne respinta in blocco in quanto troppo «avanzata» per l’inquilino medio, e poi in occasione di un concorso estremamente autorevole quale la Portsdown Housing Competition del 1966, allorché il corpo giudicante disapprovò caratteristicamente quello che veniva definito il «trattamento a tappeto» delle abitazioni.
    A quel punto, però, le resistenze avevano già incominciato ad allentarsi, poiché le possibilità pratiche dell’idea erano già state adeguatamente dimostrate, prima nel progetto di Michael Neylan di edifìci residenziali con cortile a Bishopsfield, ideato nel 1960, e poi con la Siedlung Halen realizzato nei dintorni di Berna su progetto di Atelier 5 nel 1962.
    Da allora i complessi residenziali composti da case basse ad alta densità di costruzione dominano la politica edilizia inglese con risultati tutto sommato soddisfacenti, mentre in Svizzera la cosiddetta « carpet housing » è diventata la tecnica standard per costruire su pendii scoscesi considerati fino a quel momento inedificabili. Perfino in America questo modello ha incominciato a essere accettato da qualche parte, e indichiamo qui in particolar modo le recenti abitazioni basse UDC (Urban Development Corporation) progettate da Werner Seligmann per Ithaca, nello Stato di New York.
    Sarebbe troppo pretendere che le case basse ad alta densità di costruzione abbiano incominciato a sanare la frattura antagonistica che si era prodotta nell’ultimo quarto dell’Ottocento fra città e campagna, ma si può almeno riconoscerne infine la pertinenza mediatrice in una era in cui le distinzioni per lungo tempo onorate fra urbano e rurale vanno rapidamente scomparendo.

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