L’esistenza e, a tratti, l’aggravamento di un contesto di crisi caratterizzano indubbiamente l’habitat dell’Europa latina nel suo insieme: su questo piano la Francia non costituisce certo un’eccezione. Oltre al recente deterioramento della situazione edilizia, la totalità delle scelte politiche operate in Francia da quindici anni a questa parte non conduce, nel 1974, a conclusioni diverse da quelle dei relatori del VI Piano al termine dei loro studi: « Proprio come le telecomunicazioni, per il problema della casa il nostro paese è il fanalino di coda delle società evolute. Il ritardo si manifesta tanto nelle condizioni di abitazione dei francesi quanto nel funzionamento del mercato; malgrado la sua ampiezza, lo sforzo fatto dalla collettività a favore dell’abitazione non propone soluzioni efficaci ai problemi». Non analizzeremo qui in dettaglio tale situazione di crisi, i cui parametri sono d’altronde ben noti. Per il momento non vi è nulla — forza politica, strategia o programma — che gestisca od esprima realmente uno stato di crisi denunciato da anni solo da alcuni giornalisti e sindacalisti. Duecentomila alloggi in più o in meno e l’esigenza di una proporzione inversa fra abitazioni economiche, H.L.M. (habitations à loyers moderés: abitazioni a medio affitto) ed abitazioni del mercato libero: è tutto qui, a prima vista, il divario fra i recenti programmi dell’opposizione e gli obiettivi governativi; molto, in un certo senso, eppure ben poco. Di fatto, dietro una produzione insieme regolare ed insufficiente che si avvicina oggi ai 500.000 alloggi l’anno, il fenomeno più notevole degli ultimi dieci anni è lo spostamento verso il settore privato di un rapporto di forza che, in questo campo, dalla liberazione in poi tendeva verso il settore pubblico, ed in particolare il ruolo avuto nella contrapposizione di questi due settori dall’introduzione di nuovi modelli di organizzazione dello spazio. Di modo che la componente architettonica dell’habitat diviene a partire dal 1966 l’elemento catalizzatore e la posta in gioco di un confronto di cui vorremmo qui tentar di descrivere i dati, fermo restando che la soluzione alla crisi degli alloggi non è in tutto ciò all’ordine del giorno.

Uno degli aspetti singolari della politica dell’abitazione condotta fra il 1947 e il 1965, di quella che è stata chiamata la « politica francese dei grands ensembles », è il silenzio assoluto che la circonda, in particolare da parte degli architetti. Uno spoglio delle tre maggiori riviste francesi di architettura fa in effetti apparire, per questo periodo di diciotto anni, meno di una decina di articoli su di un tipo di habitat di cui saranno stati prodotti in Francia più di quattro milioni di unità; tutto ciò senza il minimo dibattito: non ve ne furono.
Retrospettivamente questo fenomeno sembrerà senz’altro notevole: Mentre la creazione di alcune migliaia di alloggi operai sperimentali (senza dubbio meno di cinquemila) in Francia ed in Inghilterra ha riempito, nel XIX secolo, intere riviste; e mentre lo stesso fenomeno si è riprodotto all’inizio del secolo per l’architettura internazionale, la produzione di massa — per la prima volta — di abitazioni di Stato perfettamente funzionali e sistematicamente definite, sogno dei filantropi del secolo scorso e della prima generazione di architetti moderni, è avvenuta in un silenzio di piombo. Come se il solo disaccordo possibile su questo frammento dello spazio prodotto non avesse riguardato altro che la sua velocità ed il suo ritmo di apparizione. Alle 140.000 unità H.L.M. stentatamente concesse ai senza casa nel 1974, manca tempo e coraggio per opporre altre cose che non siano le tre o quattrocentomila unità necessarie. Più o meno è come non sapere dire di una cosa altro che… è un regalo che ci lascia freddi, ma non si può discutere.
Le risposte architettoniche date fra la liberazione ed il 1965 alla crisi francese non sono state certo più notevoli dei suoi parametri. La tipologia degli alloggi, la definizione e la suddivisione funzionale degli spazi, le regole d’impianto degli edifici sono stati a lungo quelli di un’architettura internazionale svigorita, più utilitaria che eroica, lievemente determinata nella sua evoluzione da uno sforzo d’industrializzazione d’altronde abbastanza ben condotto.
In Francia, l’ideologia dell’abitazione dominante dopo la guerra ha ereditato da Vichy il culto di un certo funzionamento familiare, dalla medicina igienista la speranza che l’organizzazione spaziale dell’abitazione determini positivamente lo stato ed il comportamento degli abitanti, ed infine dal Bauhaus un vago sentimento di modernità di cui il grande complesso di Sarcelles potrebbe essere l’inquietante riflesso.
I pochi milioni di alloggi sociali prodotti prima del 1965 non costituiscono il risultato di ricerche su di un’abitazione ideale o minima, la loro unità non rimanda a nessuna perfezione ma semplicemente ad una normalità.
L’H.L.M. è un’abitazione media, adatta alla massa, definita una volta per tutte secondo misure empiriche suscettibili di modifiche e di adattamento.
Se per anni la produzione di questo tipo di abitazione non è sembrata problematica, bisogna per lo meno intender bene che il silenzio si è fatto sulla base di un accordo e di una scelta: quella di un tipo di habitat unico e stabile, a prescindere dagli abitanti. Per quanto tale programma non sia mai stato esplicitamente formulato, chiunque fino alla metà degli anni Sessanta si è riconosciuto in questo desiderio dell’« alloggio per il grande numero ».
Se in Francia l’habitat non è mai stato riconosciuto come un diritto e se nel periodo del dopoguerra non è stato fatto niente per ostacolare la riconversione del capitale privato nel settore immobiliare, nondimeno l’edilizia a basso costo è stata molto a lungo prevalente, in quanto rispondeva ad una clientela che soltanto le condizioni di un finanziamento pubblico dell’abitazione poteva soddisfare e in quanto permetteva di sperimentare su grandi serie certe tecniche di prefabbricazione pesante.
Fra il 1960 ed il 1965, il settore sociale in piena espansione, liberato dalle coercizioni della ricostruzione del dopoguerra ed un settore privato aggressivo, che stava scoprendo avidamente le gioie dei nuovi giochi della pietra e del suolo, sono sembrati per un lungo periodo complementari, ognuno di essi rispondendo in ambiti geograficamente e sociologicamente distinti ad una domanda specifica e molto vasta. Indubbiamente, fin dal 1966, il confronto di queste due forze era tuttavia già chiaro: l’insufficienza numerica degli alloggi sociali costruiti dalla guerra in poi, l’aumento del costo di produzione (e di conseguenza degli affitti) dovuti ad una politica sempre più sfavorevole dei crediti pubblici, hanno in effetti determinato, a partire dal 1965, un relativo «imborghesimento» sociologico delle H.L.M. Tutta una frangia d’impiegati e talvolta persino di dirigenti, respinta dai prezzi del mercato libero, si volgeva infatti verso gli alloggi sociali di cui essi divenivano d’altro canto gli elementi maggiormente in grado di pagare gli affitti.
Questo slittamento della popolazione delle H.L.M. verso una clientela allargata (in perfetta coerenza d’altronde con la loro definizione d’origine) risponde allo stesso tempo ad una debolezza strutturale dell’abitazione privata: merce rara il cui prezzo di quasi monopolio ha, fatalità del sistema, un rapporto sempre più lontano col valore d’uso dello spazio corrispondente. Se si eccettua l’acquisto, pure determinante in questo campo, di un luogo anche in funzione di un programma di attività, si constata che le differenze fra gli alloggi sociali e le nuove residenze private sono tanto più decisive in quanto sono state rese più sottili dalla quantificazione mercantile dello spazio.
Riprendendo dal settore pubblico la sua scarsa immaginazione, l’immobiliare privata ha dunque a lungo puntato su di un fragile gioco di differenze e contato su di una divisione amministrativa delle clientele, tutti elementi che gli assicuravano, in mancanza di una propria iniziativa, una rendita di sicurezza sufficiente. Nella situazione della fine degli anni Sessanta, si può dunque pensare che l’evoluzione congiunta dei prodotti nei due settori abbia determinato il mantenimento di una certa coesistenza e le possibilità di una contrapposizione creati dall’estensione di uno stesso tipo di abitazione all’intero mercato della costruzione.
Tutte queste operazioni, di cui si potrebbe continuar l’elenco e che non sono tutte destinate a far epoca, sono state concepite fra il 1964 ed il 1968 e s’indirizzavano — per lo meno in origine — alla clientela tradizionale degli alloggi sociali. All’inizio si tratta di operazioni di ispirazione spesso diversa, hanno rispecchiato anni fa l’eliminazione del tipo « domino » dell’edificio del dopoguerra ed un innegabile sforzo di architettura.
Sforzo teoricamente generalizzabile in quanto riuscito in condizioni banali ed in quanto così voleva la ricerca di un livellamento qualitativo all’interno dell’ambito pubblico; sforzo precisamente insopportabile al settore privato. Con uno sviluppo frontale di questi modelli, i tenui segni di differenza fra abitazioni di ogni settore non si sarebbero soltanto sviluppati, ma avrebbero funzionato a ritroso.
All’attrazione già grande di abitazioni identiche, ma di costo ineguale, si aggiungeva a partire da questo momento il rischio di una concorrenza qualitativa assoluta, donde, fra il 1966 ed il 1970, un confronto privato-pubblico attorno a questa nuova posta in gioco ed il tentativo riuscito del settore bancario di non permettere l’estensione di queste esperienze all’interno del settore sociale di produzione.
La commissione è stata colpita dalla concorrenza che qua e là si manifesta fra il settore H.L.M. ed il settore privato. Come si è visto in precedenza i due settori normalmente sono complementari e non concorrenti. Il carattere eccezionale degli aiuti accordati dallo Stato al settore H.L.M. comporta la necessità assoluta che questo aiuto vada proprio a coloro a cui è destinato .
« Sottoscriviamo pienamente alla necessità dell’accentuazione del carattere sociale dell’aiuto dello Stato, ma è certo che la nostra azione avrà piena efficacia soltanto se la nostra clientela naturale non viene distolta dallo sforzo ai fini dell’abitazione. »
Dal 1970 i sopravvenuti fenomeni di diminuzione degli aiuti pubblici al settore dell’abitazione, del loro trasferimento verso il privato, della stessa diminuzione del numero degli alloggi sociali, hanno posto termine ad un confronto che si è d’altronde concluso discretamente: con il recupero da parte del mercato privato di una diversità nascente che è nella sua natura di accettare e di far funzionare, e col rifiuto al settore pubblico di un salto qualitativo determinante).
Questo tentativo di miglioramento interno al mercato pubblico della costruzione ha dunque subito fra il 1968 ed il 1970 una battuta d’arresto. Si può pensare che il fatto di rimettere in questione l’immagine povera dell’H.L.M. avrà avuto un certo peso in questo fenomeno.
Molto sensibile sul piano della destinazione dei crediti, il disimpegno dello Stato non è tuttavia totale. Schematicamente, il suo intervento si potrebbe attualmente ricondurre a tre linee essenziali:
— mantenimento di un settore sociale ristretto secondo obiettivi più selettivi (a questo proposito non è impossibile l’apparizione di abitazioni del tipo « mobile home» per i lavoratori immigrati).
— Estensione dei premi e dei prestiti dello Stato a settori para-pubblici o privati detti «intermedi». L’obiettivo essendo in questo caso di recuperare una parte dell’ex clientela H.L.M. , mentre alcuni anni or sono esisteva il rischio inverso di un massiccio assorbimento dei ceti medi da parte del dominio pubblico.
— Politica di incentivo alle grandi imprese ed ai raggruppamenti di imprese nella prospettiva di una produzione industriale di massa; e ciò per il tramite di un Piano di costruzione (creato nel 1971) che agisce come incentivo ed accomandante di ricerche. In particolare viene messa in atto una politica mirante a far apparire nuovi modelli al termine di vari concorsi d’idee, mentre le imprese ed i gruppi industriali si scaricano, a monte, della loro selezione e del loro sviluppo.
Indubbiamente, fin dal 1947, il tipo architettonico dell’alloggio sociale quale è stato costruito dappertutto in Europa era già morto e tutto quel che conservava dei sogni di Gropius e di Taut era un certo egualitarismo qualitativo, il sogno di una forma di habitat universalmente valida e monotona. Con esso scompare un’eccezione un po’ mostruosa del mercato capitalista mentre riappare la regola: tutta una gamma di modelli più o meno simili gli uni agli altri (talvolta persino uguali a quelli di cui nel 1968 il settore H.L.M. aveva voluto appropriarsi) sui quali potrà indirizzarsi, secondo una logica della distinzione sociale sconosciuta dall’inizio del secolo in poi, la scelta di abitanti-consumatori. È certo troppo presto per sapere come si sia operato questo rivolgimento nelle rappresentazioni architettoniche dell’habitat contemporaneo. In ogni caso, esistono attualmente possibilità di cambiamento che forse presto scompariranno di nuovo…, non si sa.
La critica dello spazio abitato che, davanti ad uno schema d’alloggio indiscusso si era sempre limitata ad un dibattito di cifre, contestando solo il volume della produzione, le condizioni e l’ammontare del credito, trova fin d’ora nuovo respiro di fronte all’appropriazione da parte dell’immobiliare bancario di una provvista di ossigeno che il settore pubblico si era esso stesso dato. Mancanza di alloggi e, attualmente, natura classista del mercato delle abitazioni…, la critica promette di arricchirsi.
Resta tuttavia un problema più importante, quello della similitudine inquietante fra ciò che di un futuro spazio abitato dicono in Francia lo Stato e l’opposizione: medesima ricerca della stessa « qualità architettonica », per una stessa serie di oggetti. Uno dei tipi architettonici recenti e più diffusi è oggi la costruzione piramidale a terrazze; notevole sviamento reazionario dell’immobile collettivo, frazionato esternamente, il cui principio parte sempre dal concetto immutato di spazio-alloggio, leggermente ruralizzato nel passaggio. Funzionando su categorie e su suddivisioni ereditate dal XIX secolo (habitat, attrezzature, spazio pubblico…) che nessuno vuol mettere in questione, e su una perpetua dequalificazione della pratica architettonica da parte di non-specialisti, l’abitazione non corre alcun rischio di uscire dall’insignificanza che, grazie alla qualità o alla miseria architettonica, la contraddistingue oggi.
Essa continua, almeno per il momento, ad essere un prodotto d’inquietante evidenza.
