Il quartiere Matteotti a Terni

    Le vicende del nuovo villaggio Matteotti a Terni sembrano far parte di tre storie parallele.
    Una, tutta sociale, legata alla politica della casa, che vede come attori, in un lungo periodo di tempo, l’amministrazione pubblica della città, la società Terni, gli operai utenti delle abitazioni e le loro rappresentanze democratiche.
    La seconda, architettonica, ha come protagonisti gli estensori dei progetti e il coerente rigore con il quale espongono e verificano le proprie tesi.
    La terza, più ambigua, intenzionale e mitologica, è caratterizzata dalla partecipazione e cioè dal tentativo di coinvolgere sempre chi decide, chi usa, e chi gestisce un quartiere nella sua realizzazione.
    Le storie apparentemente coincidono. In realtà esse hanno frequenti punti di tangenza, occasioni di conforto ai tentativi di un processo corale di costruzione, non sempre sufficienti ad individuare una complementarità o una continua crescita comune delle operazioni.

    foto di Matteo Brancali 2

    A Terni, affrontare il difficile problema del villaggio Matteotti è ormai da trenta anni un banco di prova per verificare se esiste una progressiva modificazione dei ruoli agenti nella conduzione della città.
    Per l’Amministrazione comunale rappresenta il tentativo di uscire dal compito di arbitrato fra controparti — la società Terni e gli operai utenti delle case — assumendosi responsabilità precise nell’uso di un patrimonio edilizio esistente o futuro.
    Per gli utenti, gli abitanti del quartiere e tutte le rappresentanze interessate, sindacati, comitati di fabbrica e di quartiere, cooperative, rappresenta l’occasione di esprimere la capacità di organizzarsi in forza propositiva.
    Per la società Terni, sempre meno capace di reggere con una autorità economica l’indifferenza all’ambiente, rappresenta la dimostrazione tangibile di cambio di rotta verso interessi sociali.
    Il vecchio villaggio è nato nel 1939, in un’area di proprietà dell’industria, distante dal centro urbano e completamente priva di servizi. L’operazione è rilevante rispetto all’attività edilizia della Terni; essa ha infatti lo scopo di sostituire un aumento salariale, dovuto ad un aumento del costo di lavoro, con l’offerta sperequativa e discriminante di trecento abitazioni a riscatto. La tipologia adottata, blocchi quadrifamiliari con ampi orti e giardini, vuol testimoniare la adesione della società all’ideologia autarchica.

    foto di Matteo Brancali 3

    Nel 1946, dopo la guerra, il villaggio è terminato, ma la società sì disinteressa completamente della manutenzione e della necessità di attrezzarlo con servizi civili. Il rapido conseguente degrado suscita le reazioni degli abitanti, che solo nel 1955 si organizzano in comitato di quartiere, promotore di rivendicazioni verso la società Terni e l’Amministrazione. I tempi sono lunghi e solo nel 1969, sotto la pressione dei sindacati, dei comitati di fabbrica e di quartiere, la Terni pensa alla ristrutturazione del villaggio. La presenza di piani per l’edilizia popolare, compilati nel 1965, che attribuiscono alla zona un indice triplo rispetto a quello esistente, la decisione della società di vendere parte del suo parco alloggi agli operai, con varie forme di riscatto, e l’assegnazione alla stessa società di fondi Ceca-Gescal, permette di programmare una iniziativa che prevede l’insediamento sostitutivo di 800 alloggi nell’area del vecchio villaggio.
    La dirigenza dell’azienda, allora socialista illuminata, chiama a progettare il nuovo insediamento un architetto e urbanista di fama internazionale quale Giancarlo De Carlo, capace di garantire un buon prodotto e di confermare l’etichetta di «sinistra» dell’operazione.
    De Carlo presenta cinque alternative di partenza: una prima che prevede il restauro del villaggio, tre di impianto tradizionale, un’ultima basata su criteri tecnici organizzativi del tutto innovatori, dichiarandosi però disponibile soltanto per la prima e l’ultima impostazione. Viene accettata l’ultima, ma anche su questa l’architetto pone una pregiudiziale e cioè che il processo progettuale
    (vada sviluppato con una metodologia partecipativa, con il concorso «Universale» di giudizio e d’azione dei futuri utenti. Viene ancora chiesto e ottenuto che l’elaborazione collettiva venga svolta in ore di lavoro al di fuori di qualsiasi controllo e presenza della struttura dirigente.
    A De Carlo si affianca un architetto legato alla Terni e un sociologo. Si crea con loro uno staff interdisciplinare che è la formula più aggiornata in quegli anni (1970) per un impegno nello spinoso problema della progettazione di case.
    Il rapporto con l’utente, per altro non ancora precisato, è quindi sin dal principio il leti motiv della operazione, vista con perplessità dalla dirigenza della Terni, ma che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di una gestione aziendale progressista.
    Il team di De Carlo è il gruppo adatto al compito e programma rigorosamente il proprio lavoro. Il sociologo ha carta bianca per individuare necessità, aspirazioni, vocazioni dei futuri abitanti. Una lunga serie di incontri, di analisi, di raccolte di dati serve ai primi orientamenti sul tema. Contemporaneamente gli architetti organizzano una mostra documentaria su casi edilizi esemplari legati a costumi abitativi avanzati. Il pretesto al dibattito è lanciato e si inizia il rapporto partecipativo. Si attivano discussioni lunghe e spesso accese, poco sull’architettura, molto sui ruoli, sulle libertà, sui compiti reciproci. De Carlo dichiara subito il suo ruolo «contro» la Terni, che per altro è l’effettivo committente, a tutela dell’operaio, del suo diritto a determinare autonomamente il proprio habitat. Si formano e si esprimono le prime idee; De Carlo, investito fino in fondo dal tema, in stato, sono parole sue, di «grande sollecitazione politica e creativa», matita alla mano, plasma praticamente sotto gli occhi degli astanti i progetti, raccogliendone le sollecitazioni con un iter indubbiamente suggestivo.
    I principali obiettivi organizzativi sono per altro già precisati e formano lo scheletro sul quale impalcare scelte distributive e tipologiche; si tratta di indicazioni perentorie anche se da verificarsi sul consenso del futuro utente, di canoni di edilizia corretta, frutto di coerenti studi sulla logica sanità abitativa, segni del costante impegno razionale- sociale dell’architetto e della tradizione culturale internazionale cui egli si riallaccia (e non si pensa solo all’esperienza del «Team 10»). Gli slogan sono molto precisi: traffici separati e sicuri con variabilità di percorsi data da presenze naturali e finezze di dettaglio, aree all’aperto per ogni alloggio senza effetto disarticolato dell’insieme, spazi collettivi situati in zone strategiche, tipologie edilizie né massicce né frammentarie, organizzazione interna degli alloggi flessibile e variabile, presenza integrata dei servizi.
    Un banco di prova nella conduzione della città
    Terminato il primo ciclo di incontri, l’architetto consegna le registrazioni dei dibattiti alla dirigenza per verificare la disponibilità dell’azienda alla conduzione della iniziativa. Dopo molte incertezze, date anche dal fatto che l’opinione pubblica si polarizza sul caso del villaggio Matteotti con discordi giudizi (la Curia è violentemente contraria, l’Amministrazione è in fase di attesa, i sindacati interessati ma distanti, la cooperazione avversa), si arriva ad un assenso, dando all’operazione l’attributo sanatorio di «sperimentale» che non impegna la continuità dell’impostazione. Ugualmente sperimentale è la selezione dei futuri inquilini, stabilita secondo un punteggio che tiene conto delle necessità dei nuclei familiari; si assicura la presenza nel lotto in progettazione dei vecchi abitanti del quartiere, soprattutto di quelli che avranno le case demolite.
    E’ passato quasi un anno; con successive tornate di incontri si approfondiscono le scelte con gli effettivi assegnatari del primo lotto previsto di duecentocinquanta alloggi. Il rapporto partecipativo è ancora più stretto e intenso.
    Si perfeziona l’impostazione planimetrica che è molto semplice: una sorta di piastra scavata ad elementi paralleli di abitazione a tre piani con spazi alternati per accessi veicolari e per aree private all’aperto, con servizi di prima necessità lungo percorsi trasversali posti su due livelli. Una zona centrale di attrezzature è destinata al quartiere stesso o al circondario particolarmente mal servito. La fisionomia dei progetti diventa sempre meno diagrammatica man mano che i nuclei familiari scelgono l’assetto spaziale e distributivo più conveniente. De Carlo offre le alternative «in termini di immagini» con plastici, disegni e spiegazioni, spingendo a formulare giudizi autonomi sulle proposte. Le variazioni tipologiche presentate sono numerose e tutte per altro già considerate in un lungo lavoro di previsione sugli assemblaggi possibili.
    Alcune richieste degli utenti, dettate dall’abitudine a un habitat tradizionale, diventano motivi di definizione distributiva e formale. Così, viene deciso di utilizzare solo tre piani per la residenza, in quanto volumi più alti «fanno perdere la percezione dell’edificio». Si stabilisce così che ogni casa avrà un ingresso singolo, non in un corpo scala standardizzato, e ciò detta articolate soluzioni d’accesso fra strade e rampe di scale considerate come prolungamenti delle strade. Ancora, le aree verdi richieste contigue ad ogni unità abitativa suggeriscono la soluzione di grandi terrazze digradanti e di tetti giardino.
    La partecipazione sembra quindi diventare strumento per definire anche caratteristiche architettoniche (è un caso che esse si riallaccino alle ricerche degli Smithson o di Bakema degli anni ’60?).
    L’alfiere del linguaggio è comunque sempre l’architetto che raccoglie le sollecitazioni e le traduce, le interpreta con i modi della sua storia architettonica, sperando che nelle smagliature della struttura linguistica adottata si possano affacciare le manifestazioni di quanti, alienati dalla capacità di esprimersi in termini di architettura, oggi ne assorbono in distrazione le forme usate. E’ il tentativo di impostare una metodologia di linguaggio aperta e disponibile. Ma qui l’ambiguità dell’operazione è manifesta, ed è difficile capire quale sia il confine fra partecipazione, sottile persuasione, indifferenza reciproca.
    L’equilibrio partecipativo, così problematicamente composto, si disperde al momento della costruzione. La società Terni sceglie per l’appalto una consociata Iri, l’Italedil, mentre la conduzione dei lavori è affidata all’Italstat, anche se offerte minori erano state avanzate da imprese locali. La realizzazione si rivela subito onerosa, nascono contrasti fra progettisti ed esecutori; i rapporti fra committente e architetto si deteriorano al punto che De Carlo è considerato ospite non gradito sul cantiere.
    Nello stesso tempo, il comitato di quartiere propone, con la cooperazione, un piano di risanamento autogestito delle abitazioni esistenti, in alternativa al piano complessivo della Terni. La proposta riceve il 98% delle adesioni degli abitanti. Consiglio di fabbrica e sindacati sono, al contrario, favorevoli al proseguimento dell’opera. Il contrasto fra le rappresentanze non favorisce certo il seguito delle iniziative. I lavori del primo lotto comunque vanno avanti con crisi economiche non indifferenti. La società cambia dirigenza, da socialista a fanfaniana, e l’interesse per il progetto scema progressivamente man mano che i tempi si allungano e che le revisioni dei prezzi alzano il costo dell’operazione.
    Nel 1975 le famiglie assegnatarie entrano negli alloggi così laboriosamente scelti e costruiti, ma riscontrano una serie di inconvenienti tecnici che costringono a successivi interventi di modifica.
    Oggi i 250 alloggi sono tutti abitati con la relativa approvazione degli inquilini. Pareti in cemento, ampi infissi, rampe e ballatoi articolati, grandi spazi comuni; è un linguaggio rigoroso, canonico, in linea con il miglior De Carlo, del tutto aderente ai principi espressi all’inizio dell’operazione, ma con pochissime smagliature o concessioni alla possibilità di linguaggio autonomo «spontaneo».
    La società Terni non intende affrontare la ricostruzione di altri lotti del quartiere, né delle attrezzature previste, mentre la Amministrazione comunale considera seriamente l’opportunità di affrontare il tema del risanamento del villaggio preesistente senza alterarne la fisionomia.
    L’appassionato, ambiguo e scomodo viaggio nella partecipazione sembra aver dato frutti limitati anche se formalmente considerevoli. Ma il bilancio dell’operazione ha altri punti al suo attivo. Nel 1974 le richieste del comitato di fabbrica e dei sindacati d’essere presenti nelle decisioni di ristrutturazione degli impianti sono motivate anche dal diritto di partecipazione acquisito con le vicende del villaggio Matteotti. Nel 1975 l’Amministrazione comunale, preparando il piano triennale di edilizia economica e popolare, si ispira direttamente agli obiettivi e ai metodi indicati da De Carlo per le proposte planivolumetriche avanzate.
    Il processo innescato, allora, se non risolve nella diretta costruzione del quartiere la propria carica partecipativa, fa scattare in altre sedi conseguenze di importanza collettiva. E’ forse questo, fuori dal mito della partecipazione, il contributo più valido dell’operazione così sofferta, è il caso di dirlo, da De Carlo.

    Domenico De Masi
    Sociologia e nuovo ruolo degli utenti

    L’occasione «sociologica» offerta dal problema urbanistico che si intendeva affrontare, consisteva nella possibilità di scegliere ed adottare un processo decisorio che modificasse sostanzialmente il tradizionale rapporto progettista-utenti.
    Nella misura in cui questi ultimi avessero svolto un ruolo attivo nella progettazione, il processo da decisorio sarebbe divenuto pedagogico, realizzando un interscambio di esperienze e, quindi, una crescita di tutte le parti coinvolte nell’operazione.
    Il comportamento dei progettisti di strutture urbane, se considerato dal punto di vista sociologico, può essere differenziato a seconda del grado di coinvolgimento degli utenti nell’iter progettuale. Si ottiene in tal modo una casistica che permette di distribuire le varie esperienze fin qui effettuate lungo un continuum che presenta, ai due opposti estremi, da una parte il caso dei progettisti che disegnano in ogni particolare la struttura da realizzare attingendo esclusivamente alla propria esperienza e al proprio estro e imponendo il loro progetto senza accettare alcuna mediazione con i futuri utenti; e dall’altra il caso dei progettisti che non oserebbero influire in alcun modo sui fini e sul disegno della struttura da progettare, limitandosi alla esclusiva (ma non semplice) funzione di «braccio tecnico» o di consulente specialistico degli utenti considerati come unici depositari e come unici legittimi responsabili delle funzioni e, quindi, delle forme che le strutture urbane debbano svolgere ed assumere.
    Tra questi due poli estremi esiste tutta una serie di sfumature offerte dal comportamento di quei progettisti che in varia misura ricorrono alla consultazione degli utenti e li coinvolgono in decisioni più o meno partecipative.
    Resta il fatto che, qualunque sia l’oggetto urbano progettato, la progettazione investe problemi economici, tecnici e sociologici, ciascuno dei quali può essere risolto illuministicamente dall’alto, o partecipativamente da tutte le parti in causa.
    In che cosa consiste, infatti, il lavoro di progettazione? Anzitutto esso consiste in un agire «economico» in quanto il progettista si trova sempre a dover adeguare risorse scarse a fini che ne trascendono l’entità. Ciò comporta una graduazione dei fini per poter rinunciare in qualsiasi momento a quelli più irrilevanti a vantaggio di quelli più irrinunziabili.
    In secondo luogo, il lavoro di progettazione consiste in un agire «tecnico», ossia in un ricorso assai frequente a nozioni fisiche, geologiche, matematiche, ecc. che,
    allo stato attuale, costituiscono un patrimonio posseduto dal progettista in misura assai maggiore dei propri utenti.
    In terzo luogo, il lavoro di progettazione consiste in un agire «sociologico», ossia in una ricerca intervento in cui teoria e pratica si confondono e in cui le ipotesi vanno continuamente testate attraverso un processo di decisioni e di esecuzioni in cui il ruolo di committente, quello di esperto e quello di utente tendono tanto più ad integrarsi ed identificarsi quanto più il processo stesso si realizza in forme democratiche.
    Nel caso specifico del villaggio Matteotti la società Terni ha promosso un iter progettuale di tipo partecipativo con cui valorizzare il ruolo degli utenti, liberarne l’immagine architettonica e trasformarne le richieste in vincoli effettivi per i tecnici. Perciò l’intera operazione, affidata all’architetto Giancarlo De Carlo, è stata affiancata da una serie di ricerche e di interventi interdisciplinari condotti dall’architetto Cesare de’ Seta e da me.
    Qui di seguito si enumerano queste iniziative nell’ordine stesso in cui si sono succedute.
    Sociologia e nuovo ruolo degli utenti
    1. In un primo momento sono state rilevate le connotazioni oggettive dell’area prescelta, oltre che dei servizi e delle infrastrutture già disponibili in zona per i futuri abitanti. Parallelamente si è provveduto ad elaborare le opportune statistiche su tutti i possibili utenti del quartiere raccogliendo una prima serie di informazioni socioeconomiche indispensabili per avanzare le ipotesi di lavoro del gruppo di progettazione (fasi 1-2).
    2. Dopo questa prima fase si è passati alla elaborazione del programma di intervento: i tecnici hanno studiato le possibili tipologie urbanistiche ed architettoniche adottabili mentre il sociologo ha messo a punto un programma di incontri con i possibili utenti e lo ha presentato alla commissione interna (fasi 3-4-5).
    3. Per conoscere le esigenze dei futuri abitanti del quartiere e per verificare il loro grado di consenso verso i criteri indicati dal gruppo di progettazione, è stato intervistato un campione rappresentativo composto da 100 persone. Le interviste hanno messo in luce le esigenze in merito all’ampiezza e al tipo di abitazioni; ai problemi del traffico, del verde e del tempo libero; alla vita di quartiere, ai servizi sociali, ai rapporti con la sede di lavoro, con la città, con la regione, ecc. (fase 7).
    4. Poiché la cultura architettonica e urbanistica riscontrata negli intervistati è apparsa strettamente legata a modelli già in gran parte presenti nella tradizione ternana, si è ritenuto opportuno proporre a tutti gli interessati una serie di progetti particolarmente significativi già realizzati in altri Paesi del mondo secondo modi di abitare diversi da quelli usati a Terni.
    A tale scopo è stata allestita una mostra di piante e di fotografie illustranti quartieri residenziali inglesi, svizzeri e statunitensi (fasi 6-8).
    5. Sulla base di questo ulteriore stimolo si è poi svolta una serie di incontri tra il gruppo di progettazione e le famiglie dei futuri utenti del quartiere. Molte centinaia di persone di tutte le età hanno dato luogo ad un vivace dibattito che si è protratto per vari giorni e che, attraverso un prezioso scambio di esperienze fra i tecnici e la popolazione, ha permesso ad entrambi di ideare insieme le case ed il quartiere concordandone i criteri e i requisiti fondamentali (fase 9).
    6. A questo punto i tecnici sono stati posti in condizione di elaborare un progetto basato sulle esigenze degli utenti, rilevate scientificamente con l’intervento del sociologo.
    I lavori di progettazione si sono protratti per vari mesi (fase 10), fin quando il gruppo di progettazione è tornato a Terni per riprendere il dialogo con gli utenti, discutendo, questa volta, sulla base di un progetto, frutto concreto di lavoro comune (fasi 11-12).
    La discussione, in questo caso, non ha riguardato più l’impostazione del villaggio ma quella dei singoli alloggi, per ognuno dei quali era stata prevista una serie di varianti tra cui gli utenti potevano scegliere quella più adeguata alle proprie esigenze familiari.
    Come si può vedere, siamo ancora molto lontani da una totale autogestione del progetto da parte degli utenti, ma siamo già altrettanto lontani da una esclusiva imposizione da parte del progettista. Il merito dell’operazione risiede appunto in questo sforzo di ricerca e nella consapevolezza dei suoi limiti.

    Elaborazione definitiva del progetto
    Giancarlo De Carlo

    Terni è una città dell’Umbria di 110.000 abitanti, situata a 100 chilometri in direzione nord-est di Roma. La sua struttura economica è dominata dalla presenza di una Acciaieria che impiega circa 7.000 addetti e che, appartenendo al grande gruppo della Finsider, si può considerare di proprietà statale.
    L’Acciaieria non ha mai destinato molte risorse ai programmi sociali e tanto meno alla costruzione di residenze per i suoi operai. Il suo patrimonio residenziale consiste infatti in alcuni edifici decrepiti nel centro urbano, in un nucleo di case nuove alla periferia e infine nel villaggio Matteotti.
    Il villaggio Matteotti quando era
    stato costruito — in due fasi successive, nel periodo tra le due guerre — era un ghetto operaio isolato nella campagna, edificato a densità bassa con case a due piani e quattro appartamenti di pessima qualità edilizia (fondazioni precarie, umidità ai piani terreni, serramenti scadenti, muri perimetrali permeabili, servizi quasi inesistenti, ecc.), privo di attrezzature collettive, alimentato da viottoli in terra battuta, rallegrato soltanto dalla edulcorazione di quegli stilemi — tra borgo rurale umbro e città giardino anglosassone — che trovavano corso, per casi simili, nell’epoca fascista.
    Fino al 1969 il villaggio non era cambiato in nulla, se non nella composizione dei suoi abitanti (che in parte erano ancora quelli originali, ma diventati pensionati, e in parte erano i loro figli, ormai impegnati in attività commerciali o professionali di più alto reddito) e nel suo valore di posizione, incrementato dal fatto che la città si era sviluppata nella sua direzione e che il piano regolatore
    aveva assegnato all’area una densità edilizia ben più alta di quella esistente.
    Ma nel 1969 — nel pieno di un singolare periodo di risveglio della società italiana — le Acciaierie si persuadevano che era necessario affrontare il problema del villaggio, o vendendolo così com’era ai suoi abitanti, oppure ristrutturandolo come chiedevano i Consigli di fabbrica. Perciò veniva affidato l’incarico di uno studio architettonico e urbanistico, che si concludeva con l’elaborazione di cinque alternative. La prima prevedeva il risanamento integrale della situazione esistente; la seconda, la riedificazione secondai un modello a torri che le Acciaierie avevano già adottato in precedenza; la terza, una soluzione mista del tipo generalmente impiegato dagli enti pubblici per l’edilizia sovvenzionata; la quarta e la quinta, strutture più complesse — lineari o a piastre sovrapposte — non ancora adottate in Italia in simili circostanze.
    Ciascuna alternativa era corredata da una elencazione di vantaggi e svantaggi; con l’avvertenza che solo le ultime due apparivano interessanti per un ulteriore sviluppo dello studio: le prime tre, le Acciaierie avrebbero potuto attuarle in proprio, oppure rivolgendosi a altri.
    Dopo lunghe meditazioni usciva la conclusione di procedere lungo la quarta o la quinta alternativa e di accettarne le condizioni. Alcune delle quali erano tecniche (segregazione dei diversi tipi di movimento, bassa altezza edilizia ad alta densità urbanistica, presenza di servizi come prolungamento della residenza e quindi incorporati nei tessuti residenziali, intensa compenetrazione del verde nell’edificato, alto livello di attrezzature collettive), altre erano economiche (maggior costo, intorno al 15 %, a intero carico dell’Acciaieria; giustificato dal fatto che le risorse erogate dallo Stato non consentono di raggiungere livelli accettabili), altre di procedura (diritto di prelazione agli attuali inquilini pensionati, senza aumento di oneri economici; partecipazione degli utenti all’intero processo di progettazione).
    Su queste basi è stata svolta l’operazione, della quale probabilmente è sufficiente indicare alcuni aspetti emergenti.
    All’inizio non si conoscevano gli utenti reali, perché i meccanismi di assegnazione dei programmi pubblici sono congegnati in modo da distribuire gli alloggi solo quando sono finiti. Perciò si era costretti a rivolgersi a tutti gli utenti potenziali, e cioè a tutti gli operai — circa 1800 — che avevano bisogno di una casa.
    Per impostare i colloqui si partiva con una mostra di tipi edilizi che si consideravano accettabili, scelti nella produzione di vari Paesi e non necessariamente di basso costo. Si trattava di spostare subito l’attenzione su modelli diversi da quelli che vengono normalmente offerti, e che condizionano l’immaginazione popolare; per fare esplodere i conflitti fin dal primo movimento con un innesco dirompente. Il conflitto infatti puntualmente esplodeva mettendo subito in questione gli obiettivi dell’operazione e costringendo tutti — e soprattutto chi conduceva l’operazione: il progettista, il sociologo — a scoprire le loro carte, e non solo quelle dove erano i segni delle specifiche competenze.
    Negli incontri, condotti a ripetizione con piccoli gruppi che si succedevano (nelle ore di lavoro e senza la presenza di dirigenti), la discussione restava fissa a lungo sul retroscena del problema, che veniva aggredito con rabbia autentica in tutti i suoi aspetti umani, politici, economici; nel suo modo di imprimersi nella condizione operaia. Ma una volta raggiunta una situazione, di chiarezza, si poteva cominciare prima di tutto a definire i bisogni reali complessivi sulla base dei quali si formulavano le prime ipotesi di ristrutturazione del quartiere e, in secondo luogo, i bisogni reali specifici sulla base dei quali si cominciava a discutere di serie tipologiche.
    Ora è difficile scindere i due aspetti perché nel processo di progettazione si sono di fatto sviluppati contemporaneamente, riaggiustandosi a vicenda. Ma per comodo si può dire che il quartiere è trattato come fosse un insieme di piastre sovrapposte nel quale sono scavati i sistemi di movimento pedonale e veicolare e i campi di edificazione.
    I canali del movimento veicolare sono ridotti al minimo necessario per l’alimentazione delle residenze e dei servizi, e perciò corrono lungo un solo lato dei campi di edificazione. Sull’altro lato corrono i canali del moto pedonale a terra, che però sono presenti anche sul lato opposto, ma a livello sopraelevato. La connessione tra i canali a terra e quelli sopraelevati avviene in corrispondenza dei collegamenti verticali che servono gli alloggi, poiché le rampe e le scale sono trattate come percorsi inclinati aperti. Un sistema supplementare di percorsi sopraelevati connette il sistema pedonale principale trasversalmente, incontrando sulle intersezioni i servizi di prolungamento all’abitazione e scavalcando la spina principale automobilistica che alimenta tutto il quartiere.
    I campi di edificazione sono i luoghi dove le diverse tipologie trovano collocazione. Per rendere possibile il collocamento è stata definita una griglia tridimensionale che indica la posizione dei collegamenti verticali e l’inviluppo massimo dei volumi ammessi.
    Nella prima fase di attuazione, che è quella già costruita, la definizione delle tipologie ha fatto parte del processo di progettazione. Sulla base di una prima classificazione dei bisogni, messa a punto con tutti gli utenti potenziali, si è pervenuti alla definizione di cinque diverse cellule, ciascuna composta di tre nuclei diversi; per cui si sono ottenute complessivamente quindici soluzioni alternative. Successivamente, con gli utenti reali (che si era riusciti a far designare quando le costruzioni erano ancora al rustico) è stata messa a punto una seconda classificazione di bisogni che ha portato a introdurre ancora tre varianti all’interno di ciascun nucleo. Si è perciò arrivati a poter disporre di quarantacinque soluzioni alternative per i duecentocinquanta alloggi costruiti nella prima fase.
    Nella fase successiva gli alloggi potranno essere scelti in un catalogo che comprende le soluzioni alternative della prima fase; meno o più quelle che saranno state eliminate o suggerite dall’esperienza dell’uso e con l’ulteriore aggiunta di quelle che scaturiranno da una nuova messa a punto dei bisogni con i nuovi futuri utenti. Così avanti, fino alla quarta fase — che presumibilmente dovrebbe essere l’ultima — dove l’apporto del progettista consisterà non nella composizione dell’insieme ma nello studio delle sue giunzioni e nel suo aggiustamento in rapporto al reticolo spaziale della griglia.
    Il problema della composizione dell’insieme non si è posto, del resto, neppure nella prima fase perché la frequenza e la scadenza delle diverse cellule è stata determinata dalle scelte degli utenti. In questo senso le piastre sovrapposte,
    Alla ricerca di un diverso modo di progettare la griglia tridimensionale e la stessa modulazione delle cellule hanno agito nei limiti di una disciplina intellettuale; senza mai incorrere in materializzazioni automatiche e anzi contraddicendo puntualmente ogni inclinazione all’automatismo.
    La partecipazione degli utenti è stata costante lungo tutto il percorso che ha portato alle decisioni sulla struttura e sulla forma dell’evento che si stava progettando. Ha proceduto con discontinuità durante l’esecuzione dei lavori (dalla quale, del resto, era stato ufficialmente escluso anche il progettista) quando avrebbe dovuto trasformarsi in controllo; tanto più che impresa esecutrice e direzione delle opere, appartenendo alla stessa famiglia statale della committente, si erano trovate immerse in un ambiguo rapporto di parentela che non contemplava certo dissensi aperti, per quanto oggettivi fossero. Ha ripreso, ma debolmente, da quando è cominciata l’esperienza dell’uso.
    Una intensificazione a questo punto sarebbe molto importante, per registrare le retroazioni e portare avanti l’operazione continuando a correggerla. Ma la tensione rinnovatrice della fine degli anni ’60 è un lontano ricordo; nell’Acciaieria sono cambiate molte cose e sono stati perfino sostituiti i dirigenti che, scavalcando i dubbi iniziali, avevano finito con l’appoggiare sinceramente un nuovo modo di conformare . l’ambiente fisico delle loro maestranze.
    Perciò non si sa ancora se alla prima fase del nuovo villaggio Matteotti ne seguiranno altre; se quel che è stato fatto non resterà come l’incerto segnale di un percorso ancora senza tracciato.

    Certo la scelta di un architetto famoso fu inizialmente motivata anche da motivi pubblicitari; ma anche dal fatto che io avevo conosciuto personalmente De Carlo, e pensavo che fosse una persona che fa le cose seriamente. Inoltre, è chiaro, l’esperimento, proprio per la sua portata, necessitava di un «personaggio» per andare avanti. Se avessimo affidato l’incarico a qualcuno meno noto, certamente le difficoltà che lo stesso De Carlo ha avuto sarebbero state immensamente superiori e forse insormontabili.
    Il ruolo di De Carlo fu comunque determinante e si deve alle sue notevoli doti di mediatore se il progetto riuscì ad andare in porto; spesso si comportò anche demagogicamente, e mise in qualche caso in difficoltà la stessa amministrazione, portandosi dietro come collaboratore qualche personaggio legato agli stessi ambienti politici che reggevano la città. E devo dire che fu anche assai abile, perché quegli stessi ambienti lo guardavano con un certo sospetto. In qualche altro caso invece personalmente non mi piacque, come quando faceva le riunioni con gli assegnatari quasi fosse un condottiero delle masse alla conquista della Bastiglia.
    De Carlo, forse, si immedesimava un po’ troppo in questa «partecipazione», benché si trattasse, in fondo, di un incarico professionale, pur con queste motivazioni di «partecipazione». Quanto alla sua diplomazia, bisogna dire che i problemi certamente ci furono, ma non poi enormi: è chiaro che il momento, era il 1969, era caldo, e l’amministrazione era sempre tentennante. Il villaggio Matteotti era, per la sua fatiscenza, un vero e proprio grido di protesta contro l’azienda. Certamente quello che ne è venuto fuori non è stato ciò che l’amministrazione avrebbe voluto, anche se bisogna dire che ha sempre prestato attenzione al progetto e lo ha poi approvato. Inoltre c’è da aggiungere che è stata certo un’azione illuministica, anche se De Carlo ha cercato di far partecipare la gente.
    Io credo però che un po’ di illuminismo qualche volta vada bene, altrimenti si fanno cose troppo banali: ci devono insomma essere anche delle proposte innovatrici in un rapporto dialettico con le forze sociali.
    Mi sembra comunque che anche se il progetto De Carlo resta incompiuto, sia tuttavia un contributo valido, di quelli che rimangono.
    Il mio unico dubbio è che le dimensioni della prima trancia siano troppo limitate per costituire un modello. Se il quartiere fosse stato completo, allora il contributo poteva essere davvero positivo; non ci sarebbe voluto molto, a quei tempi, per realizzare assai di più dell’attuale quartiere; oggi, certamente, la situazione è assai diversa…

    Domanda a Emilio Ripanti, direttore affari generali della società Terni fino al 1° ottobre 1975
    Lei ha vissuto dall’ interno dell’azienda tutte le fasi della vicenda del nuovo villaggio Matteotti, dalle prime azioni promozionali, attraverso tutta la vicenda complessa del progetto, fino alla sua definitiva e faticosa realizzazione; sarebbe utile che ci chiarisse il ruolo svolto dalla Terni in tutta l’operazione, attraverso i suoi rapporti con gli operai, i sindacati, l’amministrazione comunale, i progettisti, l’impresa costruttrice e, finalmente, gli attuali utenti.
    Intorno agli anni ’60, la società Terni aveva varato un grosso piano di ristrutturazione e di rinnovamento degli impianti che prevedeva una serie assai consistente di investimenti.
    Il processo di rinnovamento della società teneva conto del ruolo nuovo della siderurgia nei piani di sviluppo e nella programmazione prevista in quegli anni; da parte sindacale, era assai viva l’esigenza di una maggiore consapevolezza e partecipazione dei lavoratori alla gestione degli indirizzi generali della società ed era stato avviato un discorso critico assai serrato sulla nocività e sulla qualità del posto di lavoro. Una serie di esigenze indilazionabili, di ordine soprattutto ambientale, erano state alla base di una sensibilizzazione complessiva delle maestranze e, tra queste, non ultimo figurava il problema della casa.
    Fu in seguito a questa serie di problemi di ordine più generale, sulla base contingente degli incentivi offerti dal piano Ceca-Gescal per finanziare il sesto programma di case per lavoratori dipendenti da imprese siderurgiche, che prese il via il progetto di ristrutturazione del vecchio villaggio.
    Venne ritenuta indispensabile una soluzione radicale e definitiva del problema che tenesse conto, nella giusta misura, anche delle esigenze rinnovate dei nuovi possibili utenti. Tra le varie soluzioni ipotizzate figurava anche quella di alienare le vecchie abitazioni con il relativo terreno, ma l’operazione si sarebbe trasformata inevitabilmente in una gara all’accaparramento a favore di pochi speculatori, certo estranei alle esigenze dei nostri dipendenti, cui avrebbe inoltre giovato il forte incremento dell’indice di edificabilità previsto dal nuovo piano regolatore adottato dal Comune che passava dagli 0,5 m3/m2 ai 3,0 m3/m2.
    Fu in seguito a questa serie di considerazioni e tenendo d’altro canto presente l’esigenza di una certa sperimentabilità prevista dalle norme dei finanziamenti Ceca, che la società si decise per un intervento in qualche modo innovativo, anche e soprattutto in relazione ai rapporti con l’utenza. Non va poi dimenticato che in quegli anni, sotto la spinta del movimento sindacale, eravamo intorno al ’69, una serie di problemi di ordine sociale erano
    particolarmente sentiti anche da molti quadri dirigenti che negli ultimi anni, sulla base del rinnovato quadro politico generale, avevano cercato di definire una serie di rapporti nuovi tra l’impresa ed i lavoratori.
    Fu quindi varato il piano di ristrutturazione del villaggio Matteotti affidando l’incarico ad un gruppo di lavoro che offrisse garanzie sul piano progettuale, ma che fosse anche in grado di stabilire un rapporto non univoco con quanti avessero poi fruito del nuovo quartiere. Fu a quel punto che alla tradizionale figura dell’architetto si pensò di affiancare quella del sociologo al fine di poter più correttamente gestire il rapporto con i nostri dipendenti, che ne potesse analizzare le differenti esigenze e consentisse quindi ai progettisti di definire il progetto sulla base di una serie di requisiti che di solito vengono ignorati da chi costruisce le case.
    L’iniziativa, nonostante le ovvie difficoltà di linguaggio e di interpretazione, mi pare che sia risultata assai stimolante per tutti: essa vide impegnate in una specie di dibattito preventivo tutte le forze interessate, da quelle sindacali a quelle politiche, dalla Amministrazione comunale ai singoli cittadini.
    Direi che quello fu uno dei momenti più stimolanti di tutta l’operazione, come lo furono anche le prime assemblee-dibattito anteriori all’assegnazione degli alloggi. Infatti, va sottolineato un aspetto, non certo secondario, nell’economia di tutta la vicenda complessiva del villaggio: il passaggio dell’utenza da una condizione in certo modo esterna e non viziata da motivazioni personali ad una condizione in cui, una volta decisa la formula della proprietà a riscatto, la condizione della effettiva proprietà consentiva un ruolo diverso dei singoli assegnatari, passaggio che, a mio avviso, costituì un evidente calo di qualità di tutto il discorso. Anzi, va sottolineato a questo punto il ruolo decisivo delle forze sindacali che in quel momento si trovarono schierate su due posizioni contrapposte ed inconciliabili, con la Cgil che lottava per la proprietà indivisa e la Cisl e la Uil che insistevano per la soluzione «in proprietà», soluzione che poi risultò vincente. Questa metamorfosi nel comportamento dell’utenza ed una serie di speculazioni e di tentennamenti di alcune forze politiche interessate contribuirono a creare un clima di sfiducia e di malumore chiudendo quello che era stato il periodo più interessante e costruttivo di tutta l’operazione.
    Per concludere, vorrei poi ricordare la serie di gravi difficoltà che hanno caratterizzato le fasi successive della realizzazione. Difficoltà che potevano essere evitate e che hanno creato un ulteriore stato di disagio per tutte le forze in gioco, dalla società al progettista, ai nuovi inquilini e che vanno imputate ai bassissimi livelli di efficienza delle imprese coinvolte cui l’appartenenza al gruppo Iri, paradossalmente, anziché costituire motivo di maggiore funzionalità, si è purtroppo rivelata quale fonte e motivo di comportamenti scandalosi ed ingiustificabili da qualsiasi punto di vista.

    Domanda a Aldo Tarquini, caposezione Ufficio tecnico, sezione Urbanistica e Lavori pubblici, Comune di Terni
    Il ruolo della grande industria siderurgica è sempre stato, dalla fine dell’ottocento in poi, determinante nell’economia della vicenda urbanistica della città di Terni; quali sono stati i momenti ed i livelli determinanti di tale rapporto, e da quali premesse di ordine storico-urbanistico prende le mosse il «caso» del villaggio Matteotti?
    Il nuovo villaggio Matteotti è l’ultimo degli interventi della società Terni nel campo dell’edilizia residenziale per i dipendenti: l’iniziativa della fabbrica in questo settore si è sviluppata fin dagli anni della sua nascita ed è proseguita con forme e con significati diversi fino ad oggi. Le forme ed i significati sono riferiti, in questo caso, al rapporto fra la qualità sociale degli interventi e quella tipologica ed al nesso che in essi si è stabilito con la crescita della città.
    Le prime case furono costruite dalla Terni sul finire degli anni ’80 per far fronte al bisogno di abitazioni creato nella città dalla presenza della fabbrica: si tratta di tre edifici a blocco costruiti su aree cedute appositamente dal Comune per «…provvedere senza indugio alla fabbricazione di nuove abitazioni mentre i vecchi quartieri appena bastano a contenere la popolazione indigena», come è scritto nella convenzione che fu stipulata. Furono i primi edifici della città nuova e si adeguavano al tipo di sviluppo della città borghese che, nella ripetibilità del tipo «a blocco» conseguente al tracciato ortogonale delle strade, individuava il proprio modo di crescita. Non si trattava, del resto, di case per gli operai in senso stretto ma dell’intervento diretto della fabbrica nella questione della crescita urbana.
    Durante il fascismo la società Terni realizzò un più vasto programma, circa 1500 alloggi, che si era obbligata a costruire in cambio dello sfruttamento dell’energia idroelettrica dei due fiumi locali. L’intervento venne articolato dal punto di vista tipologico ed ubicazionale secondo criteri classisti, conseguenti alla separazione che venne operata fra le case per i colletti bianchi e quelle per gli operai.
    Le case per gli impiegati costruite nelle zone centrali riproponendo il tipe «a blocco», tipico della espansione speculativa, si inseriscono di fatto armonicamente nel tessuto privilegiato della città. Le case per gli operai, che pur sono molto
    più stimolanti dal punto di vista architettonico, vennero ubicate in zone marginali, utilizzando diverse tipologie residenziali: oltre ai tipi collettivi «a ballatoio» ed «in linea», venne ipotizzato un intervento semirurale (il villaggio Matteotti), che avrebbe dovuto consentire ai lavoratori un margine di sopravvivenza, con attività agricole, durante i periodi di disoccupazione.
    L’ipotesi che aveva guidato l’articolazione degli interventi corrispondeva del resto ai criteri ispiratori del piano regolatore di Terni elaborato nel ’37, che destinava apposite zone alle «ville signorili» ed alla residenza operaia e che prevedeva esplicitamente la casa semirurale come valvola di sicurezza per gli operai licenziati periodicamente dalla fabbrica: l’organizzazione classista della società, sul modello della fabbrica, veniva trasmessa nell’organizzazione della città, istituzionalizzando come fatto immodificabile nel tempo la subalternità delle classi lavoratrici.
    Ed è proprio il diverso peso che la classe operaia ha acquistato, sia in fabbrica che nella società locale e nazionale, in questo dopoguerra, che consente di capire le potenzialità contenute nel progetto di De Carlo a livello del rapporto fra la qualità sociale e la qualità tipologica dell’intervento e del suo legame con l’organizzazione della città. Se infatti il modello tipologico proposto presuppone l’affermarsi del concetto di «casa» quale oggetto rispondente ai bisogni individuali e sociali dell’uomo, così la progettazione omogenea di un’unità di abitazione integrata (residenza- servizi) propone un modello alternativo di crescita alla città.
    Si tratta, in sostanza, di una proposta con valenze culturali e sociali alternative che, nel concretizzarsi, si confronta con il modo contraddittorio in cui la città cresce ed è, di fatto, gestita. E, anche se ci sembrano prevalenti gli stimoli positivi che l’intervento esercita sulla città, bisogna però, a nostro avviso, approfondire l’esame del modo in cui quelle contraddizioni si riflettono al suo interno, condizionandone il risultato.

    Industria, città, ente locale: natura e problemi di un rapporto
    Domanda a Giacomo Porrazzini, assessore all’Urbanistica del Comune di Terni
    Durante tutto lo svolgersi della operazione di rinnovamento del vecchio villaggio Matteotti, l’amministrazione comunale ha giocato un ruolo determinante nell’equilibrio delle forze e nella contrattazione con la società Terni; dal punto di vista degli strumenti urbanistici, e dei modi di gestione del piano regolatore, quale è stata la linea di lavoro degli organi comunali e quale potrebbe essere per il futuro, dal momento che l’operazione può, in certo modo, considerarsi ancora «aperta»?
    Attorno al piano di ristrutturazione del villaggio Matteotti, si erano andati formando, ed in qualche misura esistono tuttora, fra le forze sociali e culturali, fra tutti coloro che per varie ragioni si sono interessati al problema, due orientamenti contrapposti: la conservazione e la rivitalizzazione dell’esistente; la demolizione e la ricostruzione su basi totalmente nuove. Senza voler entrare nel merito delle ragioni dell’una o dell’altra tesi, va rilevato come la seconda, quella attuata, sia coerente con il quadro urbanistico nel quale l’esperienza del villaggio Matteotti si inserisce, fin dai suoi primi passi.
    Se è molto semplice, quindi, riconoscere quanto il piano regolatore di Terni ha «offerto» all’esperienza di De Carlo, credo sia di qualche interesse riflettere su quanto questa stessa esperienza abbia offerto al piano; intendendo il piano regolatore non come strumento tecnico definito e concluso, ma, piuttosto, come lo specchio vivente della politica urbanistica comunale, che trova uno degli elementi di verifica e di dinamicità proprio negli apporti che la gestione concreta delle scelte offre continuamente alle stesse linee della pianificazione, sia per il metodo, sia per la sostanza delle scelte da rinnovare.
    In questa ottica, si può riconoscere che l’esperienza del villaggio Matteotti ha contribuito decisamente a rendere chiara una questione: che i piani esecutivi, siano essi piani Peep o piani particolareggiati, dovrebbero sempre più articolarsi e comporsi in un insieme di «aree progetto», organicamente correlate fra di loro, ciascuna delle quali deve trovare un proprio livello di definizione attraverso un modo di progettare, nel quale gli elementi urbanistici e quelli architettonici siano intimamente fusi, senza «gerarchie» di valori e di fasi e nel quale le scelte sono legittimate da un processo di partecipazione dei potenziali utenti; una partecipazione che non sia pura ricerca del consenso, ma operazione politica e culturale tendente a produrre una riappropriazione graduale della capacità di costruire e gestire lo spazio fisico in cui vivere.
    Uno dei punti di riflessione e di dibattito attuali è, proprio, costituito dal «come» trasferire questa indicazione di metodo non solo disciplinare — come progettare — ma soprattutto politica — come amministrare il territorio —, nella revisione degli strumenti urbanistici attuativi e soprattutto nell’esperienza già avviata a Terni, per la variante al piano regolatore.
    La progettazione di vaste aree di nuova edilizia o di rinnovo dell’esistente, può compiere un salto in avanti, se si caratterizza (come nell’esperienza ternana di De Carlo), come «processo» che non offre un prodotto finito, spesso estraneo ed ostile all’utenza, ma che, al contrario, presuppone una serie di azioni incisive dell’utenza stessa che, pur all’interno di una maglia ordinatrice, possono e debbono produrre un adeguamento ed un arricchimento degli schemi di partenza e, in definitiva, del luogo fisico in cui si colloca, in maniera dinamica, l’abitare individuale e collettivo. L’esperienza del villaggio Matteotti, proprio per queste ragioni, non può essere ridotta al solo prodotto «visibile», cioè alle forme architettoniche, di cui sono espressione concreta i primi duecentoquaranta alloggi realizzati, ma deve essere valutata ed utilizzata correttamente, anche per l’insieme delle fasi e dei processi che hanno preceduto l’apertura del cantiere e dei fatti che segnano, oggi, i primi passi della vita del nuovo quartiere.
    Pertanto, occorre avere piena consapevolezza che la riproduzione per una «ripetizione di modello», in altre zone e circostanze, degli schemi tipologici (pur così interessanti del progetto De Carlo), non potrà mai garantire i risultati ottenuti, fin qui, dallo stesso. Ciò, non solo perché l’esperienza compiuta è probabilmente irripetibile, per l’insieme di circostanze eccezionali che l’hanno resa possibile, ma, soprattutto, a conferma del fatto che il significato più interessante e positivo del contributo di De Carlo è quello di avere introdotto un approccio sostanzialmente originale, almeno per Terni, all’insieme dei problemi connessi alla costruzione di un nuovo livello di progettazione urbana, che tende a superare gli schemi mentali e culturali e gli strumenti tecnici legati all’attuale disciplina urbanistica.

    Domanda a Sandro Giulianelli, caposezione Ufficio tecnico, sezione Urbanistica e Lavori pubblici, Comune di Terni
    Il «caso» del villaggio Matteotti ha sicuramente avuto una risonanza che va ben oltre la reale portata «quantitativa» dell’intervento; quali le premesse di ordine culturale, relativamente alla città di Terni, e quali gli effetti indotti da questa esperienza nel tessuto culturale di una città che, ormai da molti anni, coltiva un rapporto di non indifferenza con i problemi della architettura e della sua significatività in termini urbani?
    Vi sono degli eventi architettonici destinati ad incidere profondamente nella realtà urbana con cui vengono in contatto. Il nuovo quartiere Matteotti di De Carlo è uno di questi, sostanzialmente, per la decisione e la perentorietà con cui si contrappone, non solo ad un modo tradizionale di pensare la residenza e l’organizzazione del quartiere, ma anche ad un linguaggio architettonico consolidato.
    La presenza, a Terni, di Mario Ridolfi ha, infatti, significato l’elaborazione di alcuni schemi tipologici, di una grammatica e di una sintassi dell’architettura risultanti dalla intersezione fra i temi del razionalismo italiano ed il recupero di modelli formali della tradizione locale. Ridolfi, immettendo nel piano regolatore del ’60 una normativa tra le più scrupolose e interessanti che l’urbanistica italiana abbia elaborato in quegli anni, inventa un disegno urbano complesso e stimolante, ma, sostanzialmente, autobiografico: è l’idea che Ridolfi ha di Terni. E proprio questa capacità di progettare una città con uno slancio affettivo ed individuale di identificazione, supplendo ad un processo oggettivo e scientifico di fondazione disciplinare, è la sua qualità maggiore e, insieme, il suo limite profondo.
    Così quando Ridolfi è anche l’architetto che realizza le proprie indicazioni di urbanista, si hanno brani di città unitari e coerenti, in cui si raggiungono valori architettonici notevolissimi, per una certa sua capacità di trovare un nesso, un legame, una logica stringente e necessaria tra il disegno di una ringhiera o di una piastrella di ceramica e il luogo urbano dove si situa l’oggetto architettonico. Ma la mancanza di un metodo oggettivo di analisi urbana, dalla quale dedurre i criteri della progettazione, condanna l’opera di Ridolfi ad essere espressione di un «maestro» e, in quanto tale, difficilmente traducibile in momento di crescita degli operatori locali: i professionisti che, di volta in volta, hanno attuato il piano, si sono, bene o male, trincerati in una «maniera» ridolfiana, destinata a diventare, nel tempo, meccanica ripetizione di stereotipi.
    In questo senso, il quartiere di De Carlo, sovvertendo violentemente i termini del discorso, ha il merito indiscusso di immettere temi nuovi, di ripensare, in termini diversi, l’organizzazione della residenza, in rapporto ai servizi, al verde, alla città nel suo insieme. Tutto questo impone un salto alla cultura architettonica, non solo ternana, proponendogli il confronto diretto con un brano (realizzato) di città che si misura sul livello delle esperienze europee più avanzate. Tuttavia la risposta che, in questo caso, De Carlo dà ai problemi connessi alla qualificazione dello spazio urbano, attraverso la definizione formale del quartiere, è ancora parziale e in qualche modo pericolosa. L’estraneità del quartiere all’impianto morfologico e tipologico della città, quella certa «englishness» che comunica, sono aspetti che grazie alla bravura di De Carlo passano, tutto sommato, in secondo piano; l’intelligenza tipologica, lo studio attento dei percorsi, le felici aggregazioni delle singole parti, sono i dati emergenti che si impongono all’attenzione. E in effetti, partendo da queste acquisizione, il quartiere di De Carlo è già riuscito ad innescare, a livello locale, un meccanismo teso al superamento dei tipi edilizi propri della città speculativa: in una serie di progetti prodotti dalla cooperazione, dall’Iacp, o anche dall’iniziativa privata, è evidente l’avvio di una ricerca nelle direzioni che il villaggio Matteotti propone. Le indicazioni si fanno invece più ambigue, rivelando in fondo una contraddizione irrisolta intorno al problema del rapporto tra analisi urbana e progettazione. Che cos’è che ancora il quartiere alla realtà urbana e territoriale?
    Il meccanismo di crescita della città suggerito dal villaggio Matteotti, per stecche parallele, teoricamente ripetibili all’infinito, fino a che punto è proponibile? Come si lega con una forma urbana preesistente? In queste direzioni credo che vada portata avanti la ricerca, a Terni come altrove, pena la comparsa, tragica e ineluttabile, di estraniati monumenti all’Arancia Meccanica.

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