Edilizia sociale a Vienna negli anni Venti

    Tra gli anni 1922 e 1934 la frazione social-democratica di maggioranza del Consiglio comunale di Vienna seguì una politica dell’edilizia abitativa che, nonostante la depressione economica, portò ad un risultato di più di 63.000 abitazioni e che cercò di escludere in ampia misura l’edilizia dal sistema economico capitalista già esistente e di inserirla nell’ambito dei compiti assegnati allo Stato, come già avvenuto in altri casi con le infrastrutture dei trasporti, dell’istruzione, della sanità.
    Questo avvenne finanziando le nuove costruzioni attraverso le imposte e con interventi amministrativi da parte dell’ufficio alloggi sulle costruzioni più vecchie, il che significava de facto, un esproprio del proprietario.
    I nuovi alloggi finanziati da privati non rientravano nelle leggi per il fabbisogno di alloggi e per la tutela dell’inquilino, ma non era possibile affittare ad un prezzo redditizio le abitazioni in concorrenza con quelle della amministrazione pubblica, nonostante le agevolazioni fiscali, e così l’edilizia privata subì un arresto.
    L’attività edilizia del comune fu una conseguenza diretta. Questa attività edilizia sviluppò un nuovo tipo di costruzione, i grandi complessi residenziali con servizi sociali in comune, che trovarono la loro espressione più tipica nell’unità funzionale ed architettonica dei «Superblocks». Fu conservata l’edilizia a più piani, già predominante a Vienna; la tradizione della casa operaia fornì il modello dei piccoli alloggi, migliorati da un punto di vista tecnico ed igienico ed integrati alle attrezzature centrali.
    La dimensione, la compattezza, i servizi integrati, l’isolamento relativo dal vicino circondario, danno ad una parte dei complessi edilizi un carattere autonomo e facilitano l’amalgamarsi di inquilini socialmente omogenei per la tutela di comuni interessi politici. Non si può dire con esattezza quanto ciò fosse nelle intenzioni del Consiglio comunale viennese. Ad ogni modo nelle elezioni i Wohnblocks ebbero molto peso come blocks di voti; infine furono di grande importanza nel febbraio 1934 quali basi dell’insurrezione operaia antifascista.

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    Intervento statale nell’edilizia privata
    Gli interventi nell’edilizia privata durante la prima guerra mondiale erano consueti negli stati belligeranti. In Austria una ordinanza del 1917 per la tutela degli inquilini vietò l’aumento degli affitti.
    L’ordinanza fu completata due anni più tardi dalla legge per il fabbisogno di alloggi, che permetteva al Comune di assegnare appartamenti vuoti o con un piccolo numero di persone ai senzatetto.
    Nel 1922 l’ordinanza divenne legge. Questa legge limitava la libertà di sfratto e stabiliva il costo dell’affitto a circa l’1% del suo ammontare a prima della guerra; le spese per l’amministrazione e per i lavori di manutenzione, a cui spesso si rinunciava, erano sostenute dapprima dal proprietario e poi a rate dagli inquilini.
    Anche l’interesse per i lavori di rinnovo era scarso, da quando il capitale investito in immobili rendeva, per il blocco degli affitti, così poco, come i prestiti di guerra ed i titoli anteguerra colpiti da una svalutazione abnorme. Anche l’imposta per la manutenzione introdotta nel 1923 concepita per evitare il deperimento dell’edifìcio, non migliorò la situazione. La nuova imposta comprendente l’affitto ammontava circa al 12% dell’affitto anteguerra.

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    Giustificazione economica degli affitti bassi
    Nonostante gli effetti negativi sull’edilizia privata, i sostenitori di questa politica consideravano la tutela dell’inquilino una necessità economica: «… la nostra competitività può esistere solo con salari relativamente bassi, più bassi che in altri stati industrializzati.
    La quota per alimenti, vestiario, la modesta parte dello stipendio destinata al tempo libero, alla necessità di istruzione, non possono essere ridotte. C’è una unica componente che può essere tolta dallo stipendio senza intaccare la capacità di rendimento dell’operaio e dell’impiegato; è la spesa per la casa. La casa incideva prima della guerra per il 25% sul salario del lavoratore.
    Dall’entrata in vigore della legge a tutela degli inquilini questa spesa divenne insignificante: il 2% circa dello stipendio. Se dovesse cadere la legge a tutela degli inquilini, i salari salirebbero alle stelle.
    Per l’esportazione, da cui dipende la sorte del nostro Paese, gli aumenti di salari che deriverebbero dalla abrogazione della legge a tutela degli inquilini, non consentirebbero di far fronte alle condizioni di produzione svantaggiose sopra descritte ».

    Assegnazione degli alloggi secondo idoneità
    L’ufficio alloggi si occupò dell’assegnazione delle abitazioni. Poiché si poteva soddisfare soltanto una parte del fabbisogno — maggiori possibilità si sarebbero avute dopo un’attività edile intensa e pluriennale — si cercò di individuare attraverso un punteggio i richiedenti più bisognosi. I criteri nella valutazione tenevano conto di necessità particolari: inagibilità di abitazione, sfratto, condizioni di subaffitto, abitazioni sovraffollate.
    Essi favorivano però anche famiglie residenti da più tempo e prevedevano misure di sicurezza contro l’immigrazione; la valutazione di stati di necessità oggettivi era quindi condizionata dal diritto di residenza e dal diritto di famiglia. Nonostante questo risvolto burocratico di intenzioni originariamente sociali, « la classificazione delle richieste d’alloggio secondo il sistema a punteggio » rese possibile la assegnazione secondo il bisogno, in contrasto con il sistema precedente che considerava solamente il numero dei componenti.

    L’esigenza di edifici abitativi comunali
    Il fatto che l’edilizia privata non si sviluppasse, anche se dal 1917 i nuovi edifici non erano vincolati dalla legge a tutela degli inquilini e fossero esenti per trenta anni dalle imposte comunali, non dipendeva soltanto dal prezzo elevato degli affitti. Mancava soprattutto il capitale privato per investimenti nell’edilizia.
    I titoli accumulati negli anni della industrializzazione tedesca (Grunderzeit) erano stati investiti durante l’inflazione nelle azioni di guerra; i capitali disponibili confluirono nella produzione industriale, che doveva compensare quelle importazioni rese necessarie dal restringimento dell’area economica austriaca.
    Non fu soltanto la crisi nell’edilizia privata a provocare la carenza di alloggi a Vienna nel periodo tra le due guerre e i provvedimenti comunali. Quale strascico dell’edilizia residenziale speculativa della Grùnderzeit, sempre accompagnata da un grande deficit di alloggi, restavano ancora abitazioni sovraffollate.
    Nel 1917 c’era una media di 4 persone per abitazione, sebbene il 73% degli alloggi fosse costituito da appartamenti piccoli (uno o due locali). L’ordinanza per la tutela degli inquilini accentuò la crisi di chi cercava casa, poiché il ribasso degli affitti diminuiva la tendenza a subaffittare: fino al 1920 diminuì la media del numero di persone per abitazione da 4,0 a 3,35.
    Oltre agli affitti sopportabili anche i numerosi matrimoni dopo la guerra contribuirono a far salire il numero delle famiglie di circa 40.000 unità, e così pure l’aumento dell’area per uffici a danno di locali per abitazione.

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    Finanziamento tramite imposte dell’edilizia residenziale
    La legge a tutela degli inquilini rafforzava potenzialmente l’arresto dell’edilizia privata, dovuto alla mancanza di capitali, ma rese necessario il finanziamento degli interventi pubblici: «L’amministrazione comunale considera l’edilizia residenziale un compito della comunità, come già da tempo l’edilizia scolastica e ospedaliera ».
    I mezzi finanziari che consentirono al Comune di costruire in grandi dimensioni, furono procurati dalle tasse comprese nella legislazione regionale. « L’imposta sul valore locativo per il finanziamento di costruzioni residenziali » fu sostituita nel 1923 dall’imposta più redditizia sulla costruzione di abitazioni, destinata solamente alla costruzione di case, di cui copriva soltanto una parte dei costi.
    La maggior parte dei costi era sostenuta da altre imposte. Per mettere a frutto le riscossioni, il Comune si adoperò per il controllo dei prezzi. Aggiornò le proprie imprese tecniche ed acquistò altre fabbriche per materiale da costruzione che, pur non coprendo il fabbisogno, consentivano il controllo dei costi di produzione.
    Una buona parte del materiale edile fu trasportato dalle vetture tranviarie e mezzi di trasporto comunali. Nel 1925 furono trasportate con mezzi pubblici 1.257.000 tonnellate di materiale ai cantieri. Nel 1923 furono costruite con le entrate dalle imposte 2.200 abitazioni. Questa cifra era modesta rispetto all’enorme richiesta.
    II Consiglio comunale decise allora che dal 1924 sarebbero state costruite 5.000 abitazioni all’anno. Questo traguardo fu raggiunto nel primo anno e superato nel 1925, con 12.000 alloggi. In tutto furono costruiti, fino al 1934, 63.754 alloggi; ciò significa che il Comune coprì il 70% di tutta la produzione edile del periodo tra le due guerre.

    Scelta del luogo e metodo di costruzione secondo criteri di risparmio
    Negli anni dell’inflazione il Comune potè acquistare terreni a basso costo. Le condizioni economiche particolari del periodo postbellico rendevano possibili espropri, se questi erano necessari ai fini di una libera disposizione urbanistica.
    Soltanto negli anni 1919-1925 furono acquistati 1.000 ettari di terreno: «…durante gli ultimi anni il Comune ha perseguito una grandiosa politica di investimenti nell’acquisto di terreni sebbene abbia dovuto accettare le limitazioni dovute alle costruzioni che bloccano il centro di Vienna ed alla mancanza di disposizioni coercitive per l’acquisto di terreni di utilità pubblica »6. Escluso il terreno pubblico, il Comune possedeva, alla fine del 1925, 6.690 ettari di terreno, ossia circa il 25% dell’intera area di Vienna.
    Allo scopo di coprire il fabbisogno di alloggi delle classi più povere « si nota dalla distribuzione del terreno comunale del 1926 la chiara tendenza ad appropriarsi di aree soprattutto nei quartieri dei lavoratori ». « Il Consiglio comunale si ricollegò con la localizzazione dei suoi Wohnhofe alle costruzioni della Grunderzeit, distrutte nella prima guerra mondiale, approfittando di vantaggiose possibilità di colmare vuoti soprattutto al limite del compatto centro urbano ».
    Le realizzazioni non furono suddivise in parecchie parti soltanto a causa di condizioni di proprietà esistenti. Si dovevano eliminare le spese per l’accessibilità ed i collegamenti, che sarebbero state alte nel caso di un unico complesso residenziale: « … anche se l’amministrazione comunale avesse avuto a disposizione un unico terreno per costruire, il progetto sarebbe stato finanziariamente irrealizzabile a causa della necessità di scuole, di edifici pubblici, di strade e di organizzazione del traffico con tutte le sue costruzioni sotterranee.
    Da ciò risulta che nel programma di edilizia residenziale non si tratta di edifici bassi, ma soprattutto di edifici alti, che si inseriscono strettamente nei quartieri urbani confinanti, per trarre vantaggi dalle reti di alimentazione esistenti e da altre attrezzature urbane… Con la stessa spesa per alloggi in edifici multipiani, si sarebbe potuto costruire un minor numero di case ad un piano… Costruire quindi le case comunali a più piani e vicine a quartieri già esistenti, si è rivelato di grande aiuto per il contenimento dei costi ».

    Imposta di manutenzione per abitazioni nuove
    Gli affitti nei complessi nuovi si uniformavano a quelli nelle vecchie case, sebbene le nuove costruzioni non fossero sottoposte alla legge per la tutela degli inquilini. L’intenzione era di coprire solamente i costi per la manutenzione ed il funzionamento; si rinunciava cioè all’ammortamento dei costi di produzione e all’interesse del capitale impegnato. Non si faceva più alcun conto sugli edifici, una volta ultimati.
    Si cercò di suddividere in modo giusto il rimanente affitto per la manutenzione: « Poiché nelle nuove costruzioni non sono necessari notevoli lavori di manutenzione, il denaro viene raccolto in un fondo cassa per il futuro.
    Si cerca con ciò di evitare che alcuni inquilini paghino nei primi anni relativamente poco e che quegli inquilini, che abitano la casa durante il periodo di grosse riparazioni, debbano sostenere le spese per tutto quel periodo di logoramento del passato»… «Il canone dipende dalla distanza dell’edificio dai mezzi pubblici, dalla città e dalle attrezzature ».

    Conclusione: i complessi residenziali quali « covo di sovversivi »
    Già durante la costruzione l’attività edile comunale fu oggetto di critica da parte dei sostenitori della città giardino. Anche pubblicazioni del Comune lamentano che, per motivi economici, non fosse possibile costruire gli alloggi su terreni più grandi.
    L’argomentazione contro complessi residenziali urbani si fondava nella sua forma più moderata sulla supposizione che soltanto l’insediamento a singole case nel verde fosse la soluzione ideale; lasciava spesso intravedere l’intenzione di raggiungere una stabilità sociale maggiore grazie alla proprietà o all’idea della proprietà.
    Un architetto come Josef Frank agiva contro i suoi convincimenti, quando collaborava più volte a costruzioni comunali: «Nonostante tutto, non dobbiamo… rinunciare al nostro ideale di abitazione, al quale una volta eravamo già più vicini di oggi: cioè quello della casa singola. Non si ripeterà mai abbastanza, che la casetta unifamiliare sta alla base di tutta la nostra architettura e delle nostre città. Poiché la forza morale… che sprigiona un pezzo di terra con su una casetta nello spazio, non può essere sostituita… Il senso di indipendenza (è) la cosa più importante… ».
    Anche se la propaganda per la casa singola si basava su motivazioni irrazionali, questa aveva le sue ragioni nel disegno di ambienti nazionali conservativi, che vedevano un pericolo nella concentrazione di grandi masse di lavoratori dipendenti. Queste preoccupazioni si rivelarono fondate, quando nel 1934 la lega difensiva repubblicana adibì i Superblocks a basi organizzative dell’insurrezione. Nelle lotte del 12-15 febbraio, il Reumannhof, il Fuchsenfeldhof, il Bebelhof, il Rabenhof, il Goethehof, il Sandleiten e altri, ma soprattutto il Karl Marx Hof ebbero un’importanza di gran lunga maggiore di quella avuta dai quartieri operai della Grunderzeit.
    Dall’inizio si diceva che la distribuzione degli edifici era stata dettata da aspetti militari e strategici: « Chi volesse riportare sulla pianta della città la distribuzione degli edifici residenziali, riconoscerà subito che grandi edifici comunali si trovano come fortini di sbarramento su tutte le vie di comunicazione, su tutte le strade, su tutte le ferrovie, su tutti i ponti importanti »12.
    Anche ai complessi stessi ed alle loro forme architettoniche fu data importanza di fortificazione: « Un gruppo sovversivo trova la possibilità, di non doversi riunire per strada sotto gli occhi della polizia, ma di incontrarsi negli Hòfe, chiusi e normalmente senza sorveglianza». «Il vero scopo dell’attività edile comunale, che principalmente deve sopperire al bisogno di alloggi, si rivela ad ogni soldato congedato nella forma architettonica di grandi casermoni, che hanno in realtà l’aspetto di caserme da difesa. Chiunque ha combattuto potrebbe indicare la posizione per le mitragliatrici… ».
    Si potrebbe ribattere a questo argomento dicendo che caratteristiche dello stile degli edifici comunali (finestre piccole, balaustre, balconi sporgenti) si trovano anche nell’architettura contemporanea di altri paesi e che « le costruzioni nelle quali si ravvisavano fortezze in base al loro aspetto architettonico non furono più costruite negli ultimi anni critici prima del 1934.
    Si è dimostrato chiaramente nel febbraio 1934, che le costruzioni comunali di Vienna non valessero molto come fortificazioni contro le armi moderne… ». L’azione militare sovversiva è considerata in fondo soltanto come possibile arma di minaccia per la condotta civica da parte dei Wohnblocks operai: «Sicuramente questi grandi edifici comunali saranno sempre quello che ho già detto dall’inizio: punti di ritrovo degli elementi ostili alla società, che daranno sempre filo da torcere ai tutori dell’ordine pubblico, e perciò focolai permanenti nella nostra bella città.
    Se si lasciano insieme gli inquilini avranno sempre la possibilità, grazie al sistema di costruzione dettato da scopi militari, di unirsi in lotta contro la forza dello Stato ». La costruzione a Siedlung deve essere il mezzo per prevenire questi pericoli: « …non ho criticato le costruzioni comunali, senza aver detto come si potrebbe far meglio.
    L’unica sicurezza che possiamo dare al lavoratore viennese è un piccolo terreno che lo possa rassicurare nel bisogno e sul quale possa costruire la propria casa. Questo è possibile su grande scala a Vienna ed attorno a Vienna per tutti coloro che sono disposti a fare grandi sacrifici di lavoro. Ma se saranno costruite queste modeste abitazioni, e se la mano pubblica farà la sua parte come negli altri paesi, allora ci sarà lavoro sufficiente e persone tranquille e felici e non si parlerà più dei morti del febbraio 1934 ».
    Logicamente l’edilizia comunale si arrestò con l’avvento degli austrofascisti: «Se la città di Vienna fece sua tutta l’attività edile prima del 1934, adesso, dopo la svolta politica, il borgomastro Schmitz volse il suo interesse all’economia privata rimasta paralizzata ».

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