Edilizia popolare nell’Italia del dopoguerra

    1. Nel corso di questo dopo-guerra, per quanto con intensità e modelli diversi, in quasi tutti i paesi europei l’intervento dello Stato ha inciso efficacemente in relazione al duplice obbiettivo di assicurare un’abitazione anche ai ceti meno abbienti e/o moderare, in generale, gli affitti delle abitazioni.
    In altri termini gli Stati hanno sviluppato una « politica della casa » anche se queste politiche possono da varie parti essere considerate insufficienti, sbagliate e sottoponibili comunque a critiche assai fondate. Al contrario, nel caso specifico dell’Italia, si può tranquillamente affermare che lo Stato ha decisamente rinunciato (non ha potuto o voluto) ad affrontare una qualsiasi «politica della casa», infatti l’intervento dello Stato, nelle sue varie forme e in particolare come « edilizia sovvenzionata » e « edilizia convenzionata » (che già presentano sensibili differenze di contenuto sociale) è andato via via scemando nella quantità fino a raggiungere i livelli praticamente inconsistenti degli ultimi 10/15 anni.
    2. L’assenza di una politica della casa ha portato con sé, come conseguenza inevitabile, l’assenza di una politica delle aree. Ciò si è verificato anche se, sul piano legislativo, alcuni tentativi di calmierare il costo delle aree sono stati effettuati (legge 18 aprile 1962 n. 167; legge 22 ottobre 1971 n. 865).

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    Questi tentativi sono stati, almeno fin’ora, resi pressoché inutili (salvo poche eccezioni), secondo certe versioni, per l’impossibilità e incapacità delle amministrazioni locali di attrezzare le aree soggette ad esproprio; in realtà dall’assenza di precise volontà politiche centrali e locali di intervenire. Il mancato intervento, comunque, qualsiasi ne sia la causa, ha agito (soprattutto nel caso della 167) ribaltando, al limite, l’effetto che le leggi si proponevano, perché escludendo dal mercato vaste aree, ha automaticamente provocato il rialzo dei prezzi delle residue disponibili. In sostanza — come sempre si verifica all’interno di un’economia capitalistica — i mancati interventi nella politica della casa e delle aree hanno rafforzato le posizioni di monopolio dei proprietari dei suoli consentendo quel selvaggio scatenarsi della rendita che caratterizza specificamente lo sviluppo urbano del dopo-guerra. Tanto più selvaggio in quanto — come è ben noto — a partire all’incirca dagli anni 1951-52 nelle aree più forti e dal 1956-58 nelle altre, lo sviluppo demografico delle città ha indotto il rapido incremento della domanda di abitazioni (aggiuntiva) mentre — contemporaneamente — era in corso di affermazione la domanda di nuove abitazioni (sostitutiva) che scaturiva dalle esigenze di consumo dei ceti più ricchi e medi, a reddito crescente.
    L’espansione generale della domanda di abitazioni favoriva, fra l’altro, la rapida obsolescenza dell’efficacia dell’unico serio intervento dello Stato sul mercato edilizio: il blocco degli affitti e degli sfratti, retaggio del primo periodo post-bellico, già di per sé indebolito da successive disposizioni legislative.
    3. D’altronde la consistenza dell’intervento pubblico nell’edilizia economico-popolare, che raggiunge i suoi massimi livelli negli anni fra il 1950 e ’54, ed un successivo massimo nell’anno ’59, effettua — grosso modo — un cammino inverso rispetto alla domanda di abitazioni, e rispetto all’offerta, che supera costantemente i 2.000 miliardi/anno (lire 1963) a partire circa dal 1960.
    Questo aspetto pone in luce come negli anni di più sensibile incidenza l’intervento pubblico nell’edilizia abitativa non scaturisca dalla riconosciuta esigenza di fornire case a buon mercato e/o calmierare i fitti, ma piuttosto di costituire, attraverso l’appalto di case, un qualche volano all’alto tasso di disoccupazione che affligge l’Italia e produce acute tensioni sociali, nel corso di quegli anni. E non è certamente
    secondario il fatto che lo strumento essenziale di intervento escogitato a questo scopo (INA-casa e successivamente GE-SCAL) ponga la parte principale del finanziamento a carico direttamente dei datori di lavoro e dei lavoratori dell’industria. Man mano che, a partire circa dal 1955, tenderà a ridursi il livello di disoccupazione (e — anche — la tensione sindacale), si ridurranno gli occupati nell’edilizia abitativa pubblica.
    4. Ma, intanto, fin dagli anni ’50, non sono mancati incisivi interventi dello Stato destinati ai ceti medi e medio – alti, ossia allo sviluppo dell’edilizia «convenzionata» (tipiche, a questo proposito, le leggi Tupini del 2.7.49 n. 408 e Aldisio del 10.8.50 in cui si accoppiano ad evidenti obbiettivi cliente- lari, altrettanto evidenti obbiettivi di espansione delle abitazioni signorili in nuove zone di sviluppo della città). Così come non sono mancati incisivi interventi rivolti al sostegno della domanda nelle fasi di ciclo calante, di depressione del settore (tipici, a questo proposito, il decreto-legge 6.9.1965 n. 1021 e, ancor più, la famigerata legge-ponte del 6.4.1967 n. 765).
    Ciò significa che gli interventi principali dello Stato, soprattutto a partire dal 1954- 55, sono stati essenzialmente rivolti a garantire un alto livello dell’attività di costruzione per le case destinato e adatto a favorire un rapido e vistoso processo di accumulazione nel settore, ossia a favore del profitto dei costruttori e della rendita dei proprietari dei suoli urbani.
    5. Si è a lungo discusso sui rapporti fra rendita e profitto all’interno del settore edilizio e anche sulla funzione del saggio di profitto del settore rispetto al saggio medio complessivo.
    Qui importa soprattutto rilevare che, anche se la rendita urbana è una specie di « oggetto misterioso » nel quadro degli studi di economia applicata in Italia, resta comunque un fatto elementare e incontrovertibile, puntualmente verificato nelle poche ricerche ad hoc esistenti e anche nell’esperienza degli operatori: l’attività delle costruzioni in senso stretto è sempre stata nettamente subordinata al problema di ottenere la massima valorizzazione delle aree e che quindi il «profitto» è sempre stato un fattore secondario rispetto alla « rendita », e ciò spiega il basso livello medio di produttività del settore e la sua scarsa concentrazione.
    Così come è un fatto elementare e incontrovertibile che a partire dagli anni ’50 in tutte le città e parti di città italiane il costo delle aree ha inciso sempre più sensibilmente sul costo complessivo delle abitazioni, fino a raggiungere ultimamente e soprattutto nelle città maggiori incidenze incredibilmente elevate. Questo fenomeno, che è stato ovviamente favorito dall’espansione della domanda e anche dal prevalente intervento dello Stato verso i ceti a reddito più elevato e a scopo anticongiunturale, ha prodotto effetti importantissimi sul livello complessivo dei prezzi e dei fitti delle abitazioni.
    Esso infatti ha indotto — come era inevitabile — lo slittamento generale dei prezzi e dei fitti delle abitazioni già esistenti verso l’alto, in quanto la lievitazione incontrollata della rendita scaturita dal monopolio dei suoli urbani si è puntualmente riflessa nella lievitazione della rendita dei proprietari dei fabbricati già esistenti. Quindi il regolatore generale e incontrollato dei livelli dei prezzi e dei fitti delle abitazioni (nuove e vecchie) è stata la rendita proveniente dai suoli urbani.
    6. Il costante incremento dei prezzi di acquisto e di affitto (ossia dei costi di utilizzazione del bene primario casa) indotto dai meccanismi dianzi descritti ha provocato la formazione di uno specifico modello di mercato edilizio, che non trova riscontro negli altri paesi europei. Esso, infatti, ha spinto larghe aliquote del risparmio familiare verso l’acquisto dell’abitazione come bene-rifugio (e, anche nel caso dei ceti più ricchi, attraverso l’acquisto di più appartamenti come bene d’investimento).
    Per gli emigrati nelle città del Nord, in particolare, un ulteriore incentivo all’acquisto dell’abitazione è stato costituito dall’atteggiamento ostile e razzista dell’’ambiente in cui si sono inseriti. Cosicché attualmente l’Italia è il paese dell’Europa comunitaria dai più bassi livelli di reddito medio ma che vanta la più alta aliquota (circa il 50%) di famiglie proprietarie dell’alloggio in cui abitano.
    Questo dato, che ha in sé qualcosa di paradossale, merita un minimo di analisi critica. Infatti sotto una così vasta diffusione dei «titoli di proprietà » della abitazione in cui si vive sta una realtà probabilmente assai diversa (ma che si può soltanto intuire perché non esistono ricerche sufficientemente rappresentative su di essa): ossia che l’acquisto della propria abitazione non è il risultato di un processo di risparmio passato, ma piuttosto una seria ipoteca sul risparmio futuro. Ipoteca fatta nel tentativo di porsi al riparo dai colpi di vento della rendita e di stabilizzare il costo di utilizzazione della casa: pertanto il flusso del risparmio familiare verso la casa diventa un flusso di risparmio «forzoso», imposto dalle circostanze specifiche a cui le famiglie debbono far fronte.
    Sarebbe anche assai interessante studiare in che modo le famiglie dei lavoratori (che partecipano in misura consistente al fenomeno dell’acquisto dell’abitazione) riescono a finanziare fino a raggiungere la sospirata proprietà senza titoli di debito.
    Molto probabilmente si scoprirebbe che le aliquote del lavoro a domicilio, del secondo lavoro, delle «ore» presso le famiglie più ricche e, in generale, del lavoro nero sono proprio fatte e finalizzate all’acquisto dell’abitazione. Se ne ricava, alla fine, che, in relazione ai mancati interventi dello Stato, circa il 50% delle famiglie italiane hanno tentato di «fare da sé», di stabilizzare il costo dell’abitazione attraverso la sua proprietà: questa è stata « la politica della casa » attuata in Italia e il metodo di calmierazione dei prezzi adottato nel «libero mercato». Quell’altro 50% di famiglie che non è riuscito a farsi la sua privata edilizia economica e popolare, sta tutt’ora, riteniamo, tentando di risparmiare quanto può per predisporre quel minimo di capitale necessario per l’acquisto a riscatto e per mettersi al riparo dai colpi di vento della rendita. Ma è probabile che i buoi siano scappati dalla stalla; inflazione e depressione tendono a liquidare, assieme ai risparmi, queste speranze.
    I meccanismi sopra descritti spiegano in larga misura quel singolare fenomeno — tipico su scala così vasta della sola Italia — del « condominio » che ad un occhio non superficiale appare più un condominio di debiti, fatiche e speranze (di partecipare, da un dato momento in poi, alle briciole del ricco banchetto della rendita) che di proprietà. D’altronde nella strutturazione del mercato delle abitazioni, nella formazione dei condomini e nella stessa tipologia delle abitazioni ha anche concorso in larga misura l’affermazione di quel tipico modello dei consumi privatistico e opulento che ha caratterizzato l’Italia fin dalla seconda metà degli anni ’50 e che oggi è probabilmente al tramonto, o, su cui per lo meno la forza delle cose impone serie riflessioni.
    L’abitazione, con tutti gli arredi che l’involucro murario comporta, diventa — come dicono gii psicologi — uno status-symbol di prevalente importanza, meritevole di pesanti sacrifici e dure fatiche per i più poveri e di sciupio vistoso per i più ricchi. Ciò porta all’esasperazione il mito della casa e della sua proprietà da porre anche in relazione alle recenti origini contadine e all’autentica miseria vissuta nel recente passato dai lavoratori delle città e dagli immigrati.
    Pertanto le caratteristiche e la struttura del mercato edilizio degli ultimi 25 anni in Italia sono state determinate da un insieme, probabilmente irripetibile e in esaurimento, di concause che trovano la radice nel mancato intervento dello Stato, lo stimolo nel modello di consumo e i maggiori effetti, da un lato, nell’indiscutibile trionfo della rendita, e dall’altro, nella gravosità delle taglie pagate dalle famiglie, siano esse proprietarie o no dell’alloggio in cui vivono (o in cui non vivono, come nel caso degli abitanti degli slums e dei baraccati).
    7. Fin dal secolo scorso la « questione delle abitazioni » ha costituito un momento centrale nei rapporti fra le classi e già Engels nei suoi scritti ha dimostrato — e i fatti finora non l’hanno smentito — la sua non eliminabilità all’interno del sistema capitalistico.
    L’evoluzione e le caratteristiche del mercato delle abitazioni in questo dopoguerra italiano ne sono una ulteriore specifica conferma. D’altro canto le « politiche della casa» e, più in generale, le politiche di intervento sul territorio da parte degli Stati capitalistici, hanno avuto inizio fin nei primi decenni della rivoluzione industriale, e nella stessa Italia esse si sono vigorosamente sviluppate sin dall’epoca umbertina e — anche se in misura minore — sotto il fascismo.
    Esse sono state e sono tutt’ora uno degli strumenti più efficaci per l’ammortizzo delle tensioni e delle lotte sociali, sotto la spinta rivendicativa dei movimenti organizzati e delle lotte spontanee. Pare quindi lecito chiedersi per quali motivi le forze dominanti e lo Stato italiano abbiano così completamente disatteso, almeno finora, all’utilizzazione di un così importante strumento di distensione sociale. Tanto più che proprio in Italia, almeno a partire dal 1968 il panorama politico e sindacale — già di per sé assai teso e caratterizzato dalla pressione della massa popolare e dallo sviluppo del prestigio e del potere dei sindacati, dei partiti e delle organizzazioni di sinistra — è ampiamente segnato da grandi lotte rivendicative organizzate e spontanee proprio intorno alla casa, all’edilizia economico- popolare, all’organizzazione del territorio.
    Le ipotesi più correnti sull’abdicazione dello Stato rispetto a questo tradizionale tema di intervento sono le seguenti:
    a) la prima fa riferimento all’inefficienza » degli strumenti disponibili per la gestione dell’edilizia economico-popolare e del territorio.
    b) La seconda fa riferimento alla forza politica di gruppi di pressione più strettamente legati alla rendita, in grado anche di obbiettive alleanze con i proprietari minori e particellari.
    La prima ipotesi (sulla realtà dell’inefficienza non possono in ogni caso esservi dubbi) è largamente trascurabile: l’inefficienza è un effetto e non una causa, tanto che i meccanismi dell’edilizia economica popolare almeno fino alla fine degli anni ’50 hanno, bene o male, funzionato.
    La seconda ipotesi è certamente più pertinente e importante. Non c’è dubbio sul fatto che i gruppi di pressione, a livello centrale e locale, agiscono e sono potenti. A questo proposito però si potrebbe osservare che questi gruppi hanno sempre agito e agiscono in tutti i paesi capitalistici, ma non per questo hanno potuto (o voluto) impedire un sensibile intervento dello Stato nell’edilizia economica e popolare e più in generale nel porre un freno alla lievitazione della rendita. È possibile quindi che ulteriori fattori siano entrati in gioco e agiscano in Italia, connessi ad alcune caratteristiche specifiche del sistema economico e del processo di accumulazione di questo paese.
    L’ipotesi sopra indicata si riconnette necessariamente al ruolo assunto dalla rendita urbana nel processo di accumulazione, che è evidentemente da porre in correlazione con l’affluire del risparmio (presente e futuro) familiare al settore edilizio.
    8. A questo proposito la tesi più diffusa — che presenta, senza dubbio, una effettiva e seria consistenza — è che lo sviluppo della rendita ha in primo luogo contribuito a finanziare, a fornire i capitali per lo sviluppo dell’edilizia abitativa stessa.
    Un’ulteriore ipotesi è che una certa parte dei capitali tratti dalla rendita siano confluiti nella massiccia corrente di esportazione di capitali che caratterizza l’ultimo ventennio dell’economia italiana. Infine una terza ipotesi fa riferimento specifico al modello di consumo opulento, di spreco vistoso caratteristico delle categorie di consumatori italiani a reddito più elevato, a cui si contrappone una deficienza di capitali destinati all’investimento produttivo.
    È assai probabile che tutte queste ipotesi, in particolare con riferimento al periodo che si chiude con la crisi economica del 1963-64, contengano, per così dire, importanti aliquote di verità: la rendita (tipicamente nelle città meridionali) ha innescato e sostenuto il processo di sviluppo dell’edilizia abitativa, ha alimentato l’esportazione dei capitali, ha promosso lo sciupio vistoso. Ciò è assai probabile anche se quantitativamente non dimostrabile per mancanza di dati e informazioni ad hoc. Tuttavia, tornando alla nostra ipotesi, le tre «funzioni» delle rendite sopra descritte non paiono sufficienti a spiegare il mancato intervento dello Stato, pur ipotizzando che le forze politiche dominanti siano (e lo sono) particolarmente sensibili rispetto ai gruppi di pressione della rendita stessa.
    9. Viene a porsi l’esigenza di una riconsiderazione del ruolo specifico che la rendita urbana può aver assunto nell’ambito del generale processo di accumulazione svoltosi nel corso del dopo-guerra. E ciò si riconnette direttamente alle caratteristiche dello sviluppo economico italiano e, in particolare, delle attività industriali private e a partecipazione statale.
    È diventata consuetudine suddividere l’andamento dell’economia italiana ad oggi in due grandi periodi: il primo, dal 1950 al 1963-64, di preparazione, esplosione e crisi del miracolo economico: il secondo, di prevalente stagnazione, ristrutturazione dal 1964 ad oggi.
    Ovviamente non interessa qui considerare in dettaglio e anche in tutta la loro problematicità (soprattutto in riferimento al secondo periodo) le caratteristiche dei due periodi, ma piuttosto tentare alcune ipotesi sul ruolo in essi svolto dalla rendita urbana.
    a) Il primo periodo, fino alla fine del miracolo economico, sul piano dell’accumulazione, è essenzialmente caratterizzato da un elevatissimo tasso di autofinanziamento delle imprese che parrebbe superare costantemente l’incidenza di circa il 60% del totale (riferito agli investimenti privati).
    Tuttavia già nel corso di questo periodo alcuni fenomeni, che indicano un ruolo già incisivo della rendita urbana nel processo generale, tendono a manifestarsi e si rafforzeranno fortemente nel periodo successivo (è da sottolineare che queste indicazioni, come le altre inerenti agli anni successivi al miracolo economico, sono di natura essenzialmente qualitativa; al massimo sarà possibile soltanto ricercare alcune conferme indirette: tutto ciò che si riferisce alla rendita urbana è oggetto di un pudico velo di silenzio rotto solo ogni tanto qua e là da squarci parziali e incompleti di informazioni):
    a1) In primo luogo la rendita gioca un ruolo assai importante nella fornitura di garanzie in solido per il credito a breve periodo (ma, tenendo conto delle caratteristiche del reddito in Italia, anche per il credito a medio-lungo periodo) alle imprese, peraltro in costante espansione nel corso del periodo. La costante crescita del valore delle aree urbane di proprietà delle imprese (o dei loro manager-proprietari) costituisce un importante volano di sviluppo del finanziamento a breve, medio e lungo periodo delle imprese stesse.
    a2) Soprattutto nei centri industriali sviluppati, nelle aree forti del paese a rapida crescita del valore delle aree urbane diventa uno strumento essenziale di autofinanziamento dei nuovi stabilimenti e impianti che le imprese si accingono a costruire, in relazione alle loro esigenze di espansione e razionalizzazione. La vendita dell’area in cui è costruito il vecchio impianto copre spesso l’intero costo di investimento del nuovo. (Questo processo ad esempio, è stato la causa essenziale dell’emigrazione di centinaia di impianti industriali verso i comuni delle cinture di Milano e Torino).
    a3) Proprio nel corso di questo periodo (ed è questo l’aspetto più importante) si verifica un vistoso incremento dei depositi a risparmio e — in generale — del sistema finanziario e del capitale finanziario, che rappresenta uno degli aspetti più singolari dell’economia italiana e che può trovare la sua spiegazione essenzialmente nel largo afflusso di capitali provenienti dalla rendita. In particolare la struttura specifica del mercato edilizio conduce le famiglie ad una politica di risparmio e di accumulazione di quella parte di capitale iniziale necessario all’acquisto dell’abitazione, che spesso coincide con il 25-40% del prezzo complessivo dell’abitazione.
    b) Tuttavia il ruolo della rendita tende a farsi più importante e più incisivo nel successivo periodo della stagnazione/ristrutturazione.
    b1) In questo periodo, mentre permangono e si rafforzano le tendenze già descritte, si verifica un fenomeno generale di inversione nei sistemi di finanziamento delle imprese (che è contemporaneo al ben noto fenomeno della tendenza alla riduzione degli investimenti). Si riducono infatti fortemente le capacità dì autofinanziamento delle imprese e contemporaneamente cresce fortemente il loro indebitamento nei confronti del sistema finanziario. Inoltre tende a crescere fortemente anche il tasso di indebitamento dello Stato, delle partecipazioni statali, dell’Enel. Ossia Stato e apparato produttivo vengono a dipendere in misura crescente nel loro rifornimento di capitali dal capitale finanziario, e di conseguenza dalla sua principale sorgente — la rendita urbana (e non certo dagli accresciuti redditi dei lavoratori, destinati al miglioramento quali-quantitativo dei loro consumi, o — se mai — al risparmio forzoso per la casa).
    b2) Altro sintomo sia pure secondario rispetto al precedente, della maggiore incidenza della rendita, sta nell’ingresso diretto di potenti gruppi immobiliari in campo industriale (come nel caso più tipico del gruppo Bonomi). Lo stesso caso Sindona può essere visto come un singolare intreccio di interessi immobiliari, finanziari e industriali.
    b3) Mette conto infine, di ricordare come un settore di attività economica, certamente non trascurabile, ossia il turismo, vive e prospera essenzialmente come «affare immobiliare», si tratti delle grandi concentrazioni ricettive tradizionali (Liguria, Veneto, Emilia ecc.), dei nuovi centri di sviluppo e, anche, del particolare fenomeno della « seconda casa ».
    10. In sostanza è da ipotizzare che la ristrutturazione dell’apparato industriale italiano (oltre che il settore del turismo) sia stata in larga misura sostenuta e finanziata dalla rendita urbana.
    Mette conto, a questo proposito, ricordare che proprio in questi anni, e soprattutto (auspice la legge-ponte) a partire dal 1967-68, come indica l’esperienza degli operatori e delle famiglie, si è verificato il più rapido e selvaggio incremento del prezzo dei suoli urbani, delle abitazioni nuove e dei livelli generali dei fitti: incremento nettamente superiore anche a quello degli stessi tassi di inflazione. Inoltre, secondo queste ipotesi, si tenderebbe ad escludere un ruolo « parassitario » della rendita urbana rispetto al profitto ossia all’apparato produttivo, quanto piuttosto un integrato e scambievole gioco delle parti per cui — a livello generale di processo di accumulazione — la rendita tende a sostituirsi al profitto, a ricuperare almeno in parte quanto il profitto è costretto a cedere di fronte all’incalzare del movimento e delle lotte sindacali che hanno così fortemente inciso nel panorama economico e sociale italiano del periodo stagnazione/ristrutturazione. Sostiene, quindi, il livello generale dell’accumulazione, oltre che sperperarsi in consumo vistoso, alimentare la fuga dei capitali, guidare l’attività edilizia. Pertanto in Italia la rendita urbana (soprattutto nella sua funzione più incisiva di raccolta e ricupero di capitali al di fuori e anche per conto del sistema produttivo) nell’ambito generale del sistema economico e del processo di accumulazione finisce con l’assumere un ruolo che presenta singolari analogie con forme di accumulazione di natura ed origine coloniale o neo-coloniale. (In specifico si potrebbe ipotizzare che la rendita realizzata nelle città del mezzogiorno, largamente trasferita e investita nelle aree forti del paese, corrisponde precisamente ad una rendita di natura coloniale per le aree forti stesse, almeno nei suoi effetti).
    La città diventa pertanto la «colonia» del capitalismo italiano: ciò può spiegare non solo il «fallimento» dell’edilizia economica e popolare, e l’assenza di una politica della casa, ma anche la progressiva liquidazione delle strutture e dei servizi, e i processi di emarginazione dei ceti più indifesi che caratterizzano le città italiane.
    11. È da chiedersi se questo processo di sfruttamento coloniale possa ulteriormente svilupparsi. La condizione prima è ovviamente il persistere di una domanda che mantenga quelle particolari caratteristiche già descritte. La condizione seconda è l’ulteriore accettabilità dell’incremento selvaggio dei prezzi delle aree e delle abitazioni. Infine, come terza condizione, si pone l’esigenza di perseguire ulteriormente nella politica dei mutui fondiari a basso tasso di interesse per l’acquisto dell’abitazione.
    Pare — a prima vista — che nessuna delle tre condizioni sia, almeno per un certo numero di anni, ulteriormente perseguibile a causa anche dell’inflazione e dell’alto costo del denaro.
    Ed il primo risultato di questa nuova situazione lo si vedrà probabilmente nel 1975 con il collasso della attività edilizia, che ormai si preannunzia. La questione, in realtà, oltre che economica, è di natura politico-sociale. Poiché, così come il successo della colonizzazione è da porre in relazione all’indebolimento del movimento sindacale e popolare degli anni ’50, a partire dal 1967-68, nello stesso momento in cui la rendita celebra i suoi massimi trionfi, proprio il rilancio e il rinnovamento del movimento di lotta mette in forse la possibilità di sopravvivenza della colonizzazione stessa.
    Il senso dell’allargamento della tensione della lotta sociale e sindacale dalla fabbrica e dall’ufficio al quartiere sta in questo: nel rifiuto allo sfruttamento coloniale della città, e, implicitamente, alla funzione stessa della rendita nel sistema economico italiano. Sarebbe del tutto errato ritenere che, almeno fin’ora, la lotta per la casa e per il controllo del territorio siano vincenti. Essi tuttavia sono uno degli aspetti più interessanti, innovatori e avanzati delle lotte dei lavoratori di questi ultimi anni, soprattutto in quanto propongono — sotto la spinta anche delle esigenze più elementari della vita — un modello di consumo e di sviluppo che è chiaramente antitetico a quello fìn’ora vincente. Probabilmente proprio in questo sta la forza e l’importanza di queste lotte.
    D’altronde un importante successo è già stato raggiunto, almeno sul piano tattico: il blocco dei fitti e degli sfratti, per le famiglie con redditi inferiori a 4 milioni di lire anno al 30 giugno 1975 (che sarà certamente rinnovato), previsto dopo un lungo iter di decreti, dalla legge 12 agosto 1974 n. 351. Già questa legge introduce un principio — che in sé non ha nulla di nuovo — assai grave per la rendita. Cerchiamo di esaminare le caratteristiche innovanti e avanzate delle lotte per la casa.
    Il fronte delle lotte per la casa è caratterizzato da una grande ricchezza di dibattiti, di approcci e di forme di lotta. Da un lato, guidata dalle tre centrali sindacali (CGIL, CISL, UIL) la vertenza generale sulla casa e per l’organizzazione del territorio (Riforma della casa) la cui piattaforma risale — senza modifiche particolari da allora — al 24 settembre 1969 ed è espressa dal documento «Una politica organica per la casa» che in sintesi propone:
    — concentrazione e unificazione dell’intervento pubblico nel Min. LL.PP.
    — intervento pubblico attraverso piani organici di aree urbanizzate integrate (i sistemi urbani integrati)
    — regime urbanistico delle aree con diritto di superficie ed esproprio generalizzato
    — nessun contributo a carico dei lavoratori e costituzione di un fondo di dotazione
    — abitazioni così costruite cedute solo in locazione a un canone rapportato al reddito familiare dei lavoratori
    — politica del prezzo della casa con funzione di calmiere di tutto il mercato
    — intervento pubblico a breve termine nel triennio pari al 25% delle costruzioni. Due, in particolare, i principi innovanti (rispetto alla tradizione italiana):
    — l’introduzione del diritto di superficie
    — il principio del canone di affitto proporzionato al reddito della famiglia.
    La lotta, portata avanti attraverso scioperi nazionali e regionali «per la riforma» ha sortito alcuni primi effetti generali:
    a) il blocco dei fitti e degli sfratti, già accennato, come conseguenza indiretta;
    b) la faticosa elaborazione della nuova legge urbanistica 22 ottobre 1971 n. 865, in cui è introdotto — ma non applicato — il principio dell’esproprio delle aree a prezzo praticamente di terreno agricolo.
    In realtà, almeno fin’ora, la vertenza generale per la casa non è riuscita ad incidere profondamente anche per l’assenza di specifici terreni di lotta e di scontro su cui misurarsi. Ma essa è e resta il segnale, il sintomo di una situazione mutata, di una presa di coscienza generale sulla questione delle abitazioni.
    Dall’altro lato si apre il fronte multiforme delle lotte specifiche, condotte su precisi terreni di scontro o di incontro e, spesso, in contraddizione polemica con le stesse centrali sindacali. A questo proposito si possono individuare tre forme di lotta:
    — l’occupazione «abusiva» delle case (dell’edilizia economica e popolare o privata)
    — il movimento per l’autoriduzione dei fitti
    — i vari movimenti che potremmo definire per il controllo e la destinazione del territorio (molto spesso in stretta correlazione con le prime due forme).
    Infine — e anche questo rappresenta un aspetto assai importante nelle lotte per la casa — è ancora da considerarsi l’esistenza e lo sviluppo, soprattutto nelle città amministrate dalle sinistre, di una nuova forma di consultazioni a livello di quartiere e sub-quartiere, con le assemblee popolari per la formulazione dei Piani Regolatori e di zona.
    Intorno alle esperienze di lotta qui accennate esiste un’abbondante e aggiornata Ietteratura per cui non è necessario un esame particolareggiato di esse. Conviene piuttosto tentare di mettere in rilievo quegli aspetti che, più di altri, possono incidere sul processo di colonizzazione della città.
    Questi aspetti sono essenzialmente i seguenti:
    a) disturbo, o, nei casi più avanzati, rottura delle regole e delle forme del « libero mercato » dei suoli e delle abitazioni. A questo proposito il caso più tipico è senza dubbio, quello della Magliana a Roma dove l’occupazione di alcune centinaia di alloggi destinati al mercato libero, ma ormai di fatto acquisiti in usufrutto dagli occupanti, ha sensibilmente modificato la situazione dell’offerta nel quartiere (« Quaderni Piacentini », n. 52). b) Così, altro caso, le autoriduzioni presso quartieri di edilizia economico-popolare o privati a Milano (« Quaderni Piacentini », n. 52), modificano le condizioni di redditività dei proprietari, creando quindi una vera e propria turbativa sul mercato. In entrambi i casi si tende ad affermare concretamente il principio (che tornerà ad esempio nelle occupazioni di S. Basilio a Roma, e della Falchena a Torino) del collegamento fra livello del reddito famiglia e livello dell’affitto (stabilito nella proporzione del 10-12% rispetto a quel 25-40% che si verifica regolarmente almeno nelle grandi città per le famiglie dei lavoratori a livello di reddito basso e medio basso).
    c) Cosi, ancora, la pretesa di destinare aree già per la speculazione, a finalità pubbliche (verde, scuole ecc.) tende a rompere il principio della libera disponibilità dei suoli e mette in forse la realizzazione della rendita.
    In generale, dunque, l’attacco alle regole del libero mercato tende a rompere il principio stesso della libera realizzazione della rendita che è la base indispensabile dello sviluppo dei meccanismi attuali di accumulazione e di mercato.
    12. Le lotte per l’occupazione, l’autoriduzione dei fitti e l’utilizzazione dei suoli a fini pubblici implicano anche la rottura del modello di consumo che sta alla base dei meccanismi attuali. Sia del modello di consumo privatistico, condominiale, derivante dall’ideologia del « little-box » per dirla come Pete Seeger nella sua celebre canzone. Già la vertenza generale della Riforma della casa ipotizza la casa come « servizio sociale », ma nel corso delle lotte per la casa tendono ad attuarsi forme di organizzazione pratica, mutuate da quelle sorte dalle fabbriche a partire dal 1968, da cui traspare un modello di consumo della abitazione e del quartiere fortemente socializzato. Si forma l’Assemblea (degli occupanti, o degli inquilini che praticano l’autoriduzione), si costituisce il Comitato di lotta, si costituisce il delegato di scala, e automaticamente si tende a destinare alcuni locali ad uso collettivo (per l’Assemblea, ma anche per le feste, il teatro, le conferenze ecc.) si autorganizza o si richiede l’asilo, si discute il problema della scuola e così via. Le famiglie escono dal little-box e costrette dalle circostanze, si incontrano, discutono, litigano, affrontano i problemi concreti e si abituano ad un diverso modo di vivere assieme, ad un diverso modello di consumo della casa. Inoltre processi analoghi si verificano nelle assemblee per la discussione dei P.R. e dei Piani particolareggiati: qui il dibattito è meno personalizzato, ma il contatto con i problemi degli altri, e l’esigenza di analisi tende a coinvolgere i cittadini verso un modo nuovo di considerare i problemi del territorio.
    Sarebbe errato ritenere che i processi dianzi considerati rappresentino già uno stadio molto esteso della lotta per la casa.
    Le cose non stanno così, anche se i Comitati di quartiere, come strumento sul territorio del movimento operaio tendono a diffondersi, soprattutto nelle grandi città. Anche in questo caso si tratta di segnali, di indicazioni, che potranno domani svilupparsi in un più grande movimento di massa. Tuttavia a Roma, Milano, Torino — le tre città dove più intense e mobilitanti sono state queste lotte — già oggi forze politiche, Regione, A.C. e operatori privati non possono prescindere dall’esistenza di queste forme di lotta, che si innestano — fra l’altro — nel più grande alveo delle lotte sui luoghi di lavoro e per l’autoriduzione. È opportuno sottolineare l’aspetto strettamente strutturale, concreto, della rottura dei rapporti di mercato e del modello di consumo, che scaturisce da questa lotta e su cui si innesta naturalmente il tradizionale patrimonio della classe operaia italiana di capacità di gestione concreta e di controllo delle case, ossia la tradizione dei consigli ripresa e sviluppata, a livello di fabbrica, dal 1968.
    13. D’altronde l’esigenza di una qualche forma di rilancio dell’edilizia economica e popolare è ormai largamente diffusa, anche a livello di forze politiche governative e ceti dominanti. È difficile, oggi, fare previsioni quantitative in merito: a buon senso si può presumere che qualche cosa si farà, forse con gli organismi tradizionali, forse con formule nuove (istituto della concessione ecc.). Ma probabilmente, il problema essenziale non è quello delle nuove costruzioni (se non in città e casi particolari): in Italia l’indice medio di abitanti per vano è già a livello piuttosto soddisfacente.
    Il problema più grave e complesso è quello del livello del prezzo e del fitto delle abitazioni già esistenti, della loro destinazione sociale, della organizzazione generale dei servizi urbani e del territorio, in relazione al collasso dei sistemi urbani. Il processo di de-colonizzazione della città richiede una profonda modificazione dei meccanismi attuali dell’accumulazione e del mercato edilizio e coincide probabilmente con l’uscita dei lavoratori e delle loro famiglie dal little- box: questa è — per lo meno — la prima indicazione che scaturisce dalle lotte per la casa. Ciò significa che si tratta di un profondo processo di socializzazione della vita nella città, con cui è incompatibile il permanere del ruolo della rendita e dello stesso «libero mercato» condominiale
    Ma nell’attuale pesante situazione di crisi economica a sbocco certamente non vicino, proprio la funzione di accumulazione «coloniale» fin qui svolta con successo dalla rendita può rivelarsi assai preziosa per il ristabilimento di livelli elevati di accumulazione, mentre per lo stesso motivo tenderà ad accentuarsi la pressione da basso contro la rendita stessa. È pertanto prevedibile che nel panorama degli scontri sociali in atto, territorio e politica delle casa vengano ad assumere rilievo sempre più incisivo.

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