Credo sia utile parlare de «Il futuro della modernità» di Tomàs Maldonado per due ordini di motivi: il primo, per l’ampio panorama teorico all’interno del quale l’autore si muove; il secondo, per le modalità di ricerca che investono le tematiche dell’attività progettuale più strettamente connesse con le modificazioni dell’ambiente e con la produzione di una moderna cultura materiale.
Per rendersene conto è sufficiente un solo sguardo d’insieme ai contenuti dei lesti che spaziano dal discorso sul moderno alle aporie del progetto moderno, dalle disavventure della città moderna all’ambiente, dall’idea di comfort alla cultura materiale, dal nuovo orizzonte tecnico-scientifico alla sfida della modernità; oltreché alle due appendici da moderna a moderno e l’età progettuale di Daniel Defoe) e alla esaustiva bibliografia (circa 600 testi).
Il percorso che Maldonado traccia, e che si articola attorno al concetto di modernità, parte dal presupposto, come egli stesso scrive nella prefazione, che «il vero scoglio per un dialogo con molti di coloro che contrastano la modernità è costituito specialmente dalla scelta di campo filosofico che sta alla base del loro peculiare approccio al problema».
Quindi una modernità da riconquistare non nel senso del post-moderno o del post-industriale, ma come carattere plurale della ragione, esistendo oggi «tanti modi della ragione quanti sono i livelli di complessità del reale». Un’autentica proclamazione del carattere plurale della razionalità che investe ogni aspetto della realtà, dell’immaginario e del sapere: dalla forma della città a quella degli oggetti, dalla produzione di una moderna cultura materiale alla «ricerca sistematica» (research programs).
La convinzione erronea che la ragione sia una qualche entità assoluta, infallibile, monolitica e priva di un suo proprio dinamismo interno, tesi accattivante dei movimenti irrazionalisti contemporanei che pretendono di combattere la razionalità senza vederla nella sua complessa articolazione storica, è puntualmente contrastata da Maldonado non solo quando si avventura in «ambiti di sapere che — almeno in termini strettamente professionali — mi sono estranei», ma in tutto il libro.
Senza ignorare, tra l’altro, differenze e contrasti presenti all’interno della schiera dei difensori della ragione che, invece di indebolire quest’ultima, finiscono per delinearne una fisionomia più flessibile e articolata, che meglio corrisponde alla plasticità reale della razionalità umana.
In effetti, se non si vuole teorizzare una mitica ragione astratta, bisogna rivolgersi direttamente alle diverse, e spesso alternative «tecniche» razionali, ivi comprese le «tecniche» dell’immaginazione, effettivamente elaborate dagli uomini nel corso (non-lineare e nonunivoco) della loro storia.
Se si seguono strade che non tengono presente le differenti e alternative elaborazioni concettuali e scientifiche, si rischia di assolutizzare indebitamente una ragione del tutto particolare e legata ad una ben precisa tradizione concettuale.
Mentre la ragione è universale e cosmopolita, e universalità e cosmopolitismo possono essere colti solo attraverso una paziente analisi dei diversi stili di razionalità effettivamente teorizzati e sviluppati dall’umanità in tutte le sue varie componenti. Il che comporta di andare oltre procedure conoscitive e operative antiquate, ancora connesse all’esercizio di attività pratiche destinate a cambiare o a venir meno col mutare delle funzioni cui assolvono.
In questo senso bisogna riconoscere alla cultura delle avanguardie, nata per gli effetti sconvolgenti della rivoluzione industriale, la capacità di contrastare quei modelli che un po’ dovunque cercavano (e tuttora cercano) di attenuare le conseguenze provocate dall’ideologia dell’innovazione e del cambiamento sociale. La ricchezza di invenzioni, il coraggio della trasgressione, la fioritura di proposte innovative manifestatesi come avanguardie hanno portato temi e problemi dell’architettura, dell’urbanistica, del design e, in una parola, dell’arte, alla comprensione di tutti evitando, da un lato, di anchilosarli in nuovi monumenti e, dall’altro, di relegarli al dibattito elitario proprio perché si trattava di un’élite che, comunque, anticipava l’odierna cultura di massa.
Tanto è vero che le accademie non furono più, come scrive Maldonado, «il punto di ancoraggio del processo costitutivo dell’arte normale. Per il semplice motivo che l’arte d’avanguardia del XX secolo, in tutte le sue molteplici manifestazioni, ha contribuito a scardinare, insidiare, frantumare il corpo dei paradigmi dell’arte normale; nonché a impedire — e questo è il fatto nuovo — la ricomposizione di qualsiasi sistema di paradigmi alternativo».
Questa ricerca di «stabilità diversa» non coincide più con un’idea di progetto unidirezionale e ciò perché una volta il futuro si presentava come progetto di innovazione nell’ambito dei tradizionali codici formali mentre ora il progetto, in quanto forma, rimane al di là delle scelte si compiono tra più proposte, testimonianza di una complessità decisionale che investe le vecchie dicotomie uomo-natura, artificio-natura, società-natura.
Con ciò non si vuole negare la «competenza» del la mentalità costruttivista nell’organizzazione della forma, al la scala dell’oggetto o della città, ma sottolineare lo sforzo di Maldonado nel riportare tale mentalità nell’ambito della il flessione filosofica, visto che «la modernità (o meglio la modernizzazione) ha ingenerato processi e sistemi di altissima complessità che minacciano di soffocare le prospettive della modernità stessa».
Questo soffocamento che i vari «post» hanno teorizzato nell’esaltazione dell’istinto contro la ragione, si ricollega ad una tenace tradizione che, in ultima analisi, vuole negare un autentico valore culturale alla scienza e alla visione scientifica (giudicata «materialista») della natura fisica, della natura umana nonché dei rapporti politico- sociali. Ignorando tra l’altro che la scienza non è solo razionalità leorica, ma anche capacità di trasformare il mondo, cioè tecnica.
Allora il problema è quello di mettere a punto un reticolato di nozioni in grado sia di connettere le esperienze del pensiero con quelle della tecnica, sia di configurare una prassi progettuale dilatata all’ambiente ma politicamente agguerrita.
Una filosofia come luogo operativo del costruire, se mi è consentilo usare questa espressione un po’ anomala, per acquisire un atteggiamento pragmatico all’interno di un rigoroso progetto teorico; il che significa una estetica della prassi rivolta alle arti applicate, alle tecniche, ai mestieri e in genere a quelle discipline che sono legate a una funzione estetica non esclusiva, alla dominante la «fatticità» progettuale.
Discipline che investono la fluidità del paesaggio architettonico quotidiano, sia interno che esterno. Ancora una volta possiamo ricorrere a Maldonado e alla sua tesi, espressa in un saggio del 1970 «La speranza progettuale», del design d’ambiente (environmental design) inteso come nuova filosofia del design, che presuppone se non un rifiuto dei canoni progettuali tradizionali, certamente una loro profonda revisione.
Nel caso particolare un ambientalismo che non si fonda sulla pratica indiscriminata del riuso, su un impossibile ritorno al passato, sull’antindustrialesimo, che non considera più la natura una terra da dominare e sfruttare, ma una matrice e insieme un’opera da compiere, un incontro di arte e vita, una compenetrazione diffusa di trasparenze e materiali all’interno di una nuova configurazione fisica dell’edificato (nel senso che Cattaneo dà all’edificazione della terra); tenendo conto che esiste oltre all’ambiente fisico, anche un ambiente determinato dal comportamento umano.
Perché «un ambientalismo inteso soltanto come tutela, come ostinata difesa dell’esistente, un ambientalismo che sa dire no, e soltanto no, a tutto, un ambientalismo che si oppone comunque e dovunque allo sviluppo, è un ambientalismo perdente»
Personalmente mi riconosco in questa assunzione di responsabilità nei riguardi di concezioni limitative che fossilizzano la natura nella conservazione immobile, con l’unico fine di contrastare quello che Habermas definisce, il «completamento del progetto moderno», che è appunto un progetto continuo di innovazione e trasformazione dell’esistente.
Il proliferare di tanta architettura disegnata non è che una conseguenza di questo rifiuto del progetto moderno, consacrazione di rassicuranti riferimenti e ataviche virtù monumentali e formali. Per il potenziale che ancora possiede il movimento moderno, con tanta efficacia e passione culturale messo in evidenza da Maldonado, questa condizione è ancora una speranza per affrontare in termini propositivi, non conservatori, la dimensione plurale della razionalità.
Una dimensione che, a mio avviso, il post-moderno non è riuscito a cogliere che superficialmente, avendo preferito affondare il suo progetto nell’enfatizzazione di una «memoria» imperfetta che riconosce solo le mode, i revivals, gli spettacoli socioculturali, senza riuscire ad inserire il passato tra presente e futuro come poeticamente suggeriva Valery cinquant’anni fa.
