Arredo urbano: La foresta e la città

    «Dobbiamo considerare una città come una foresta, le strade di quella sono i viali di questa e devono essere tracciati allo stesso modo. Ciò che co­stituisce la bellezza essenziale di un parco è la moltitudine dei viali, la lo­ro larghezza, il loro allineamento; ma ciò non basta; è necessario che un Le Notre ne disegni il piano con gusto e ragione, che vi sia ordine e bizzarria, simmetria e varietà, che qui vi si tro­vi una stella, là un crocevia, da questo lato le strade a spina di pesce, dall’al­tro a ventaglio, più lontano delle pa­rallele, dappertutto disegni incrocia­ti e figure differenti.

    Più noi avremo la possibilità di scelta, di abbondanza e di contrasti, addirittura di disordi­ne in tale composizione più il parco sa­rà di una bellezza stimolante e delizio­sa. Applichiamo queste idee e che i di­segni dei nostri parchi servano da pia­ni alle nostre città». (M.A. Laugier, Es­sai sur l’architecture, 1753).

    Ripercor­rendo con la memoria, in una veloce sequenza di immagini, da un lato le strade e le piazze delle nostre città e dall’altro le recenti realizzazioni di parchi urbani, potremmo concludere che oggi sembrano essere i nostri «giardini» ad ispirarsi alla «bizzarria» ed alla «varietà», ai «contrasti» ed al­le sorprese delle nostre metropoli e non viceversa come l’abate Laugier suggestivamente proponeva.

    Il bando di concorso per il parco del­la Villette a Parigi, suggerendo di in­tendere un parco come un «luogo pub­blico» dove quindi non era soltanto la natura il principale elemento d’attra­zione ed interesse, si interrogava su quale «immagine» dovesse assumere il parco contemporaneo del XXI seco­lo quasi costringendo i partecipanti ad inventare e a pre-vedere prima anco­ra di progettare.

    Tale concorso comun­que si è dimostrato un’importante oc­casione di riflessione sulla «costruzio­ne del parco contemporaneo» e a tal proposito Paul Friedberg, architetto paesaggista, membro della giuria scri­ve: «Il parco contemporaneo non è un rifugio dalla cruda realtà della vita ur­bana, ma piuttosto una celebrazione dell’urbanità di ciò che abbiamo crea­to». Anche per Bernard Tschumi, vin­citore del concorso, «Creare false col­line che nascondono la periferia vuol dire ignorare il potere della realtà ur­bana e ha ormai perso di credibilità anche come immagine della natura. I nuovi parchi devono basarsi sulla cul­tura, l’educazione ed il divertimento e non più su una utilizzazione estetica e passiva».

    Le recenti realizzazioni di parchi da poco inaugurati a Barcellona ci offro­no l’occasione per riflettere se in qual­che modo in queste opere costruite sia possibile rintracciare aspetti di una nuova tipologia di parco contempora­neo.

    Gli esempi qui di seguito presen­tati si trovano tutti nell’area metropo­litana di Barcellona ed in «luoghi» prettamente urbanizzati. Circondati da architetture «senza qualità», que­sti vuoti urbani, prima di essere pro­gettati, sembravano per lo più fram­menti di natura dimenticata.

    Il parco della «Espana Industrial», opera dell’architetto Pena Gauchegui, inaugurato nella primavera del 1986 elude i suoi «contorni metropolitani» tramite l’invenzione ludica di una linea di torri alte15 metriche delimita l’intervento. Per l’architetto queste torri sono delle alte colonne il cui capitello è diventato un balcone belvedere con una «palla di fuoco» all’estremità contenente i potenti fari per l’illuminazione notturna.

    Una bianca e ripida scalinata di ispirazione «termale» evidenzia la linea delle «colonne» isolando lo spazio del parco dal contesto e risolvendo allo stesso tempo || problema di un forte dislivello con la vicina stazione.

    Proprio questo dislivello permette di stravolgere i rapporti dimensionali reali, amalgamando così le eclettiche torrette alle presenze architettoniche dell’intorno.

    L’architettura di queste torri appare «bizzarra» ma se le guardiamo dal parco esse si confondono con le «comuni immagini degli edifici circostanti annullandosi.

    Un altro elemento caratterizzante questo giardino è un enorme lago piscina; «l’acqua — scrive Pena — è protagonista in tutta la composizione del parco assieme agli altri elementi fondamentali che Io costituiscono: la terra, l’aria ed il fuoco. Il «fuoco» è rappresentato dal grandi drago di «San Jordi» (in fase di costruzione) e nasconde al suo interno un grande scivolo per bambini.

    Questo grande drago di acqua e di fuoco darà un segno di inequivocabile identità al parco e completerà scenograficamente (con un’invenzione fantastica) l’immagine ludica dell’Espana Industrial.

    Il tema dell’acqua e della fantasia ricorrente anche nel giardino di Villa Cecilia, opera dell’architetto J.A. Martines-La Pena, e attualmente in fase di ultimazione. Anche questo parco, che nasce come ampliamento di una villa preesistente, è caratterizzato da una interpretazione ludica del giardino.

    L’identità di questo luogo è determinata da un gioco bizzarro di fantasia e poesia. Il cancello d’ingresso ad esempio è una sorta di insegna colorata dove un attento visitatore può divertirsi a decifrare il no­me di villa Cecilia, assonometricamente tracciato da diversi piani metallici.

    Oltre il cancello invece un canale limita il giardino e corre fra due alti muri che imprigionano frammenti di radi­ti e rami secchi. Distesa sul canale dorme una statua di donna («Ofelia» dello scultore Francisco Lopes-Hernandes), mentre in alto corre una pergola metallica di finte foglie gigan­ti. Sul fondo si tagliano cupi gruppi di siepi definite a terra geometricamen­te da un zig-zag di bianche linee mar­moree.

    I colori delle siepi, tutte uguali, e della terra risaltano e si definiscono proprio nel contrasto con i bianchi bordi di marmo che disegnano i viali. Per Peter Buchanan la forma di que­ste siepi sembra opera di un moderno parrucchiere «punk» che anche oltre il muro del giardino ha «tagliuzzato» un rosso marciapiede per permettere alle siepi di crescere. I lampioni (pre­mio F.A.D. di design) definiti «alberi di natale» illuminano con un gioco di rifrazioni il parco.

    Reale ed irreale, poesia e gioco si mescolano in questo giardino dove il confronto metropoli­tano si affievolisce per lasciare spazio ad un’invenzione ludica che, rispetto ad altri interventi, può apparire più fi­ne a se stessa, ma non certo priva di quella modernità e originalità lingui­stica che contraddistingue i parchi barcellonesi.

    Nel Parco del Besòs, opera degli ar­chitetti A. Viaplana e H. Pinon, inve­ce, la modernità linguistica e le «inven­zioni» sembrano più che mai esaltare aspetti di quel contorno metropolita­no che è troppo forte e troppo striden­te per essere eluso.

    Il parco si trova in un’area della periferia della città so­cialmente ed architettonicamente de­gradata ed è composto da elementi me­tallici e cementizi pensati per resiste­re alla violenza ed all’abbandono. Men­tre infatti la IIa fase del progetto del parco è attualmente in costruzione, gli elementi realizzati nel 1985 portano già i segni di numerosi atti vandalici a cui sono sopravvissuti grazie alle ca­ratteristiche dei materiali ed alla lo­ro semplicità formale.

    Nel parco, la poetica dell’«object troveau» caratte­rizza alcuni surrealisti «reperti» che spuntano dal terreno. Passeggiando possono essere trovati misteriosi pa­rallelepipedi di cemento conficcati nel terreno, grandi ruote parzialmente se­polte e simili a resti di una lontana bat­taglia, oppure enormi sfere grigie al­lineate che ricordano le «biglie» usa­te da Gaudì nel Parco Guëll.

    Un effet­to dinamico è invece offerto dalle per­gole oblique e dalla sequenza dei lam­pioni inclinati che caratterizzano ed identificano questo parco dal sapore fortemente metropolitano.

    Il «silenzio» linguistico di questi es­senziali elementi di metallo riesce ad isolarsi dagli edifici dell’intorno e dal parco stesso dove l’erba ed i rifiuti sembrano ribellarsi a qualsiasi ordi­ne progettuale.

    Volutamente infatti so­no state lasciate a terra soltanto delle «tracce» di un discorso planimetrie ideale costruendo una trama sottile discreta che si scopre ripercorrendo luogo. Pur essendo ricco di segni che lo caratterizzano, questo spazio non certamente un’«oasi» naturale che protegge dalla metropoli, anzi.

    Se an­che immaginiamo di dimenticare gli edifici dell’intorno, ogni elemento del parco sembra voler ricordare la con­dizione periferica circostante e l’estre­ma artificialità di questo frammento di natura.

    Infatti da questa edilizia di periferia, essi riprendono ed estraggono la povertà dei materiali per creare una serie di ponti e pas­serelle che connettono i diversi punti riproducendo un sistema di fruizione dello spazio che, nella sua complessi­tà, appare prettamente «urbano». Le passerelle veloci che attraversano il recinto del parco e superano il lago per portare alla collina, da cui un esi­le ponte può condurre il visitatore nel­la piazza dei giochi, ricreano il dina­mismo tipico delle nostre città.

    Quat­tro alte torri luminose a base triango­lare definiscono infine un ideale «pre­tinto quadrato, indelebile segno nella memoria degli autori, che ricorre fin dai primi schizzi di progetto.

    Un pic­colo plastico presente nel parco rive­lerà infine il disegno del luogo al visi­tatore paziente che, superato un labi­rinto, avrà saputo guadagnarsi «la co­noscenza».

    Sempre nella periferia della città si trova anche il Parco della Creueta del Col dello studio Martorell-Mackay (inaugurato nell’agosto del 1986). Es­so si stende sulle pendici di una colli­na che era stata parzialmente usata co­me cava di pietra. Nel cratere dell’ex cava sono stati costruiti dei terrazza­menti che si affacciano «ad anfiteatro» su una piazza e su un vasto lago- piscina.

    La tecnologia usata per le gradonate è tipica delle costruzioni stra­dali (blocchi di pietra legati da una re­te metallica) ma anche particolarmen­te adatta al «luogo» di una ex-cava. Si può dire infatti che l’identità di que­sto parco sembra nascere dall’esalta­zione delle caratteristiche morfologi­che dell’antica cava trasformata in an­fiteatro.

    Il lago pensato come piscina e per competizioni nautiche fa da tra­mite fra la grande piazza semicircola­re e le gradonate. La vegetazione co­stituita da palme assume in questo spazio un carattere estremamente ar­tificiale mentre lungo le pendici della collina viene lasciata al naturale e rimboschita.

    Discorso diverso invece va fatto per il Parco di Sant Martì De Provençals e per il Jardin de las Estrellas. Usando linguaggi architettonici totalmente di­versi questi due giardini urbani si con­frontano col tema della «forma» del­lo spazio tentando di costruire un tes­suto il più compatto possibile.

    L’iden­tità di questi spazi nasce dalle «forme» e dai tessuti vegetali che proprio nel­la geometria esaltano la loro artificia­lità ed estraneità da ciò che è «natu­rale». Di ispirazione ottocentesca è il parco di Sant Martì de Provençals de­gli architetti A. Armesto, C. Marti e M. Sodupe.

    Più precisamente questo par­co riprende lo schema dei giardini francesi della fine del secolo XIX, ri­ferimento che risulta particolarmen­te adatto al disegno di un isolato del­la trama ottocentesca di I. Cerdà, og­getto della prima fase del progetto.

    Il cuore dell’isolato è segnalato da una forma cubica sospesa, simbolica­mente raffigurante la geometria del luogo. Gli spazi estremamente diver­si di questo giardino sono infatti ordi­nati da un costante assunto geometri­co.

    Anche qui l’intorno è costituito dal­la classica edilizia di periferia (siamo molto vicini al parco del Clot) e a que­sto riguardo gli autori spiegano che il riferimento alla concezione composi­tiva del giardino francese ottocentesco non ha l’obiettivo di «abbellire» o «ri­finire» lo spazio, ma nasce dal deside­rio di innescare un progressivo proces­so di rigenerazione fisica dell’intorno creando un «luogo di qualità».

    Nel Jardìn de las Estrellas degli ar­chitetti D. Navas, N. Soleil, I. Jansana invece, il progetto prosegue l’obietti­vo di razionalizzare lo spazio con l’u­so di un reticolo geometrico che si ma­terializza e coincide col tessuto vege­tale. La regola geometrica del retico­lo dà spunto su un lato alla sua trasgressione con un percorso «serpenti­no» e sull’altro ad una piazza pavimentata il cui asse di simmetria è sottoli­neato da un canale d’acqua che sgor­ga da una «forma» piramidale.

    In que­sto giardino l’intorno edificato sembra estraniarsi in presenza delle eloquen­ti «forme» proposte che individuano lontane, aiuole, viali e muri.

    È difficile valutare se nelle esperien­ze presentate sia possibile riscontra­re immagini di un’idea di parco con­temporaneo o del «parco del XXI se­colo». Ciò che sicuramente appare è una piena coscienza della condizione di artificialità del parco nella città che si traduce in una maggiore relazione con essa.

    Questi parchi sono innanzi­tutto spazi pubblici: in ognuno di essi infatti esiste una piazza e in molti l’il­luminazione notturna diviene un ele­mento architettonico caratterizzante che sottolinea la funzione di spazio d’incontro, più che l’aspetto «natura­le» del luogo.

    La loro situazione urba­na — di ritagli naturali dentro la città — sembra condizionarli e caratteriz­zarli. La nostra epoca è sicuramente contraddistinta da una più lucida ac­cettazione della condizione metropo­litana. Presa coscienza di questo dato appare coerente che i parchi degli anni ottanta non siano più intesi come «oasi» naturali in cui proteggersi dall’intorno.

    Anche a livello compositivo la città sembra essere l’ispiratrice principale di molte soluzioni basate su un uso analogico di forme, materiali e sistemi di connessione che traspor­tati nel parco, in un contesto ricreati­vo, assumono quel carattere ludico, a volte ironico, evidenziato nelle realizzazioni barcellonesi.

    È così che aspetti spesso deplorati della quotidianità me­tropolitana possono diventare inven­zione e gioco con una operazione ana­loga a quella di un sapiente disegna­tore di caricature.

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