Arredo urbano: Il giardino

    Il piano. Il giardino, pur se buona parte del suo fascino è di essere composto da ele­menti naturali viventi, è una creazione umana, un’opera d’arte: è per questo sot­tomesso alle regole generali della compo­sizione, che governano ogni opera d’arte.

    È del resto molto raro che un giardino si sia formato «spontaneamente», per agglo­merazioni successive, come è accaduto per alcuni insediamenti umani: quasi sempre la nascita di un giardino corrisponde ad un atto di fondazione, ed ogni fondazione sot­tostà necessariamente ad un piano.

    Ed il piano, per essere tale, non può farsi che or­dinato e geometrico, tanto più se al giar­dino viene affidata l’ambizione di riflette­re l’ordinamento del Cosmo, di riproporsi come il Paradiso perduto, un’arca di Noè nella quale animali ed uomini vivono an­cora in una natura non ostile.

    Alcuni principi geometrici vengono pro­posti dal trattato dell’Alberti: «Si faranno inoltre cerchi, semicerchi, e altre figure geometriche in uso nelle aree degli edifi­ci, limitate da serie di allori, cedri, ginepri, dai rami ripiegati e reciprocamente intrec­ciati. I filari di alberi dovranno esser dispo­sti in linea, ad egual distanza tra loro e con gli angoli reciprocamente corrispondenti, come si dice, a quinconce.» (L.B. Alberti, L’Architettura, Il Polifilo, MI 1966).

    La sfida più grande, e di nuovo buona parte del fascino di un giardino, consiste appunto nel mirare a raggiungere un ma­gico equilibrio tra il rigore delle linee geo­metriche di un piano ed il pittoresco della casualità della natura del territorio sotto­stante e circostante.

    Più che di aggredire la natura, come qualcuno ha scritto, si trat­ta di relazionarsi ad essa per mezzo della geometria, di misurarla, di interpretarla razionalmente: «Che non ci si dica, come si è fatto cento volte, che questo è ‘forzare la natura’: non si forza di più la natura ta­gliando un tasso per farne una piramide di verzura, di quanto lo si faccia strappando un blocco alla montagna per tagliarvi un obelisco di granito» (G. Gromort, L’Art des jardins, V. Fréal, Paris 1953).

    Il sottomettere il giardino ad un piano geometrico è inevitabile per la cultura clas­sica: la costruzione del territorio in epoca greca e ancor più in epoca romana preve­deva un unico disegno per città e campa­gna.

    La centuriazione romana sovrappone­va alla casualità del paesaggio naturale una costante griglia geometrica, costruendo la campagna con la stessa logica della città, entrambe con una norma precisa e gene­rale. «La lingua tedesca chiama con una medesima voce l’arte di edificare e l’arte di coltivare: il nome dell’agricoltura non suona coltivazione ma costruzione ‘ackerbau’, il colono è un edificatore ‘bauer’. Si, un popolo deve edificare i suoi campi co­me le sue città». (G. Cattaneo, La città co­me principio, Marsilio PD 1972).

    Anche i giardini sono sottoposti a que­ste regole, come cercheremo di dimostra­re: ma se la divisione del suolo agricolo di­pende in larga misura dall’uso dello stes­so, e analogamente può dirsi per il suolo urbano, occorre invece sottolineare come la morfologia e il tracciato di un giardino rinascimentale o seicentesco non possano ricondursi ad una nozione di uso comune­mente intesa (che anzi il carattere estetico di un giardino svincola le forme dall’uso, le depura dalla funzione), ma semmai ad un uso di tipo rappresentativo e simboli­co, sul quale insistono i principali studio­si contemporanei del giardino.

    Verso una classificazione. Se l’obiettivo di queste riflessioni è di arrivare ad affer­mare la possibilità di una classificazione dei giardini, occorre ribadire la poca per­tinenza e l’evanescenza di una classificazio­ne per funzioni, come e ancor più di una schedatura comparativa per periodi stori­ci. Come per l’architettura si può afferma­re, ad esempio nel caso di un monumento, che, esaurite le funzioni che un determina­to momento storico gli aveva affidato, re­sta l’edificio con la complessità della sua architettura e del suo ruolo urbano e la di­sponibilità a svolgere altre funzioni, così il giardino, una volta perse le funzioni sim­boliche (sia religiose che profane, a secon­da della cultura che lo ha prodotto) e quindi il ruolo di rappresentare un potere, si con­segna alla storia attraverso le sue forme fis­sate per sempre, con un corredo di quali­tà eminentemente architettoniche.

    Di fronte, alla capacità di certi manufat­ti, e non sono pochi, di attraversare inden­ni il corso della storia, trasfigurandosi in un’architettura senza tempo, e alla quan­tità di giardini prodotti dalla cultura dell’uomo, diventa inevitabile l’esigenza di for­mulare giudizi, di esprimere delle scelte, di affermare, motivandolo scientificamen­te, che non tutti i giardini, come non tutte le case, rientrano nel campo della architet­tura. Per far ciò occorre definire dei tipi, fissare parametri di indagine, ricercare ele­menti di generalità.

    «Esigenza di certezza, generalità, ele­menti costanti, norme: tali sono appunto le esigenze teoriche del pensiero dedutti­vo. Ad esse corrispondono: conoscenza or­dinata, classificazione, manualistica, trat­tatistica.

    Ed è anche evidente che in que­sto senso l’atteggiamento razionalistico, proprio per quella caratteristica ‘limitazio­ne’ che esso esibisce sul piano metodico di fronte ad una ipotetica possibilità di coglie­re la realtà in tutta la sua complessità, ha coinciso il più delle volte con un determi­nato tipo di classicismo». (G. Grassi La co­struzione logica della architettura, Marsi­lio, PD 1967).

    Classiche sono tutte le forme che si pon­gono in modo stabile di fronte alla storia: l’antistoricismo sempre dichiarato dalle avanguardie, innalza una barriera che va via via sgretolandosi e, di nuovo, dietro ri­compare l’esperienza di intere generazio­ni, ineliminabile scenario di riferimento per gli architetti di ogni epoca. Occorre dunque meditare sulle forme del passato, cercando di estrarre la logica che le ha costruite, scindere tale logica dalle condizioni storiche che l’epoca poneva, per arrivare ad una generalizzazione di tipo critico, esprimendo così un giudizio sulla storia dell’architettura come su quella della ar­te dei giardini.

    «L’esperienza dell’architet­tura diventa tutta la realtà della architet­tura costruita e attraverso quell’esperien­za è necessario mettere in risalto il filo del­la ragione, il segno razionale, le operazio­ni stesse per cui è possibile la raffrontabi- lità». (A. Rossi Scritti scelti 1956-1972 sull’architettura e la città, Clup, MI 1978)

    La città verde. Questa riflessione può ave­re un significato teoretico solo se i giardi­ni vengono ordinati secondo un ragiona­mento sull’architettura e sulla città, quan­do a ciascuno di essi sarà stata data una collocazione motivata. Questo ragionamen­to non potrà affrontare ogni giardino nel­la totalità della sua complessità: già mes­se da parte le questioni funzionali, di uso, di rappresentazione, e di simbolo occorre­rà ridurre ancora il campo di osservazio­ne, adottando un criterio di analisi preva­lentemente planimetrico.

    Una volta rag­giunti gli obiettivi di questo ragionamen­to, alle singole parti ed ai singoli elementi potrà essere restituita la complessità che ne costituisce la realtà e la qualità.

    Espressi i limiti e la convenzionalità del procedimento, stabilendo proprio in tal senso una possibile scientificità, occorre di­re che, più che di tipologia dei giardini, si tratterà di affrontare una analogia tra giar­dino e tipologia urbana, tra le regole della composizione del giardino e quelle della parte urbana.

    Leon Battista Alberti propo­ne la nota analogia tra la progettazione del­la casa e la progettazione della città: il pro­cedimento logico è identico: «E se è vero il detto dei filosofi, che la città è come una grande casa, e la casa a sua volta una pic­cola città, non si avrà torto sostenendo che le membra di una casa sono esse stesse pic­cole abitazioni: come ad esempio l’atrio, il cortile, la sala da pranzo, il portico, ecc.» (L.B. Alberti op.cit.).

    Alberti esprime il concetto che la bellez­za deriva sempre dall’armonia delle parti in relazione al tutto: la casa come la città è scomponibile in parti, e la composizione ne sovrintende l’armonia, ma anche la ge­rarchia, delle relazioni. Lo stesso accade per il giardino. Del resto è già stato verifi­cato il tentativo rinascimentale di defini­re una analogia tra il giardino e la villa, di definire il giardino come proiezione della casa, come prolungamento del palazzo: «Edificio e giardino sono sempre stati uniti nei periodi di grande cultura artistica.

    Ad eccezione del giardino inglese e di quello giapponese, il giardino è sempre stato ri­solto in modo formale, architettonico: è sempre stato considerato una creazione ar­chitettonica, come l’edificio stesso. (…) Compito del giardino è la configurazione dello spazio per mezzo di vegetali. Il giar­dino collegato all’edificio non è altro che la continuazione della pianta di questo a cielo scoperto». (P. Wolf Stàdtebau, Lipsia 1919).

    Questo è molto evidente nella costruzio­ne geometrica dei giardini del palazzo Far­nese a Caprarola: il Vignola progetta due grandi quadrati divaricati, il cui orienta­mento è dato dall’attestarsi su due dei lati del palazzo pentagonale.

    E ancora si ritro­va nell’esperienza della coordinazione pro­spettica tra costruito e giardino, in molti esempi delle residenze medicee a Firenze e sulle colline che la cingono: «Incapsula­to nell’alveolo di pietra e allacciato pro­spetticamente all’asse centrale di penetra­zione, il giardino appare organicamente contestualizzato al sistema planivolumetrico del palazzo». (A. Rinaldi La reggia e la natura in «La città effimera» Officina, Ro­ma 1980).

    Dunque il giardino come la casa, la casa come la città (Alberti): ovvero il giardino come una città del verde. Del resto la vita in villa, e dunque anche nel giardino, era stata sempre concepita come estensione della vita urbana, con gli stessi elementi di sicurezza e le stesse relazioni, ed in più la quiete, la salubrità del vivere immersi nella natura e nel paesaggio: fuor di metafora, i giardini pensili dell’Isola Bella realmen­te sono immersi all’interno di un paesag­gio, costituito innanzitutto dalle acque del lago Maggiore.

    «D’altra parte non è forse riconoscibile nella storia dell’architettura un costante rispecchiamento del disegno della città in quello dei giardini: al punto che, se si è potuto teorizzare di una natu­ra modello originale di ogni architettura, dai tempi storici essa ne costituisce di fat­to la materia, diventata disegno e architet­tura essa stessa?» (G. Grassi Das neue Frankfurt 1926-31 introd. Dedalo, Ba 1975)

    Ed è vero anche il contrario, cioè che il disegno dei giardini ha influenzato profon­damente il disegno urbano e, a volte, an­che quello della campagna, in un comples­so di citazioni e rimandi che davvero da soli possono suffragare le analogie giardino – città – campagna.

    Lavedan sottolinea il pa­rallelismo tra arte dei giardini e disegno urbano in varie epoche, accostando il giar­dino medioevale a scacchiera alla geome­tria delle città nuove del XIV secolo (Ba­stides ecc.), il parterre di le Nôtre alle Tui­leries («dove le diagonali sboccano su una piazza ottagonale, rettangolo a lati taglia­ti») e place de la Concorde, il giardino Bo­tanico di Padova e le città di fondazione radiocentriche: «l’insieme descrive un cer­chio dove due diametri tracciati ad ango­lo retto separano quattro quartieri; due di loro, con un gioco di cerchi concentrici di­visi da raggi, sono di un disegno molto ana­logo a Grammichele o a Palmanova». (P. La­vedan. Histoire dell’Urbanisme, H. Laurens, Paris 1952).

    Queste analogie tra giardini e città par­tono dalla considerazione che gli elementi caratterizzanti la composizione non varia­no; valgono per l’una e per l’altra esperien­za, come, il più delle volte, anche per la co­struzione della campagna.

    È soprattutto il tracciato dei viali e dei sentieri a propor­re le analogie più evidenti con i tracciati urbani, sia che si tratti delle città di fon­dazione ad impianto ortogonale, che delle città ideali e delle città-fortezza a schema radiocentrico, che delle parti urbane e delle piazze in cui grande ruolo è affidato ai viali che le determinano secondo assi prevalenti gerarchicamente nella composizione, o se­condo definizioni più complesse.

    Altre volte il riferimento compositivo è a quei grandi complessi architettonici organizzati secon­do una loro regola interna, come una par­te urbana: le terme e le grandi ville impe­riali romane, innanzitutto.

    Nel caso della villa d’Este a Tivoli, il con­fronto diretto con le rovine dell’antica Ti- bur e della vicina villa Adriana, pone sen­z’altro al progetto di Pirro Ligorio la que­stione del rapportarsi con la romanità che proprio in quell’area si era espressa tanto mirabilmente, organizzando in una griglia territoriale le emergenze urbane, le ville, i santuari. «A ben vedere, la villa può es­sere letta come un vero e proprio castrum verde, col palazzo del signore corrispon­dente all’antico Praetorium e con un tes­suto prevalentemente ortogonale di strade, tra le quali possiamo persino riscontrare i cinque maggiori cardines in senso nord- sud». (M. Fagiolo Natura e artificio, Offici­na, Roma 1979).

    Del resto era quella l’epoca in cui appa­riva la ricostruzione del castrum polibiano effettuata da Serlio. La stessa villa poi presenta notevoli analogie compositive, an­cora nello impianto planimetrico, con la strutturazione tipologica delle terme, inte­se come parte urbana, che a volte ha le di­mensioni ed il senso di una fondazione all’interno della città: «Il grande quadrilatero della villa (m. 200×250 circa, con un asse longitudinale che supera i300 metrise si comprendono il viale d’accesso e il palaz­zo) ha effettivamente dimensioni che pos­sono essere paragonate alle Terme di Caracalla (m. 350×400 circa), di Diocleziano (m. 350×350 circa), di Traiano (m. 300×300)». (M. Fagiolo op.cit.)

    Ma, ancor più che dimensionale, l’analo­gia con le terme di questo giardino, come di altri altrettanto celebri (Vaux le Vicom­te, costruito come ‘promenade architectu­ral’ di parti autonome che si succedono lun­go un percorso tipicamente ‘termale’), è proprio nella forma dell’impianto, che in alcune parti da evidenziare si dilata oltre i limiti del perimetro imposto, grazie alla strutturazione di esedre che sporgono la­teralmente, e che attribuiscono al giardi­no la complessità e l’interesse di una par­te di città.

    E ancora l’Hypnerotomachia di Polifilo propone invece per il giardino una geometria di cerchi concentrici, in un com­plesso gioco di settori di corona circolare, rimandando all’idea stessa di città centra­le, la città ideale dei trattatisti, da Leonar­do all’Alberti, da Francesco di Giorgio al Filarete. Oltre i giardini a pianta centrale (in particolare gli Orti Botanici) si posso­no ricordare parti di giardino disegnate con simili geometrie: la Naumachia della villa Adriana a Tivoli, la fontana dell’Iso­lotto di Boboli, il giardino di Armida del Tasso.

    Molti giardini sono poi caratterizzati da un sistema ternario di viali, poi tipicamen­te urbano e haussmaniano, che partono a ventaglio dal piazzale d’ingresso e arriva­no ad inquadrare la villa e gli elementi che la affiancano, con un risultato complessi­vo, nel rapporto villa-giardino, fortemen­te unitario, pur nella piena autonomia e dialettica dei due elementi: «La ‘zampa di gallina’ degli Champs-Elysées, immagina­ta all’uscita delle Tuileries, come viene mo­strata e descritta da documenti dell’epoca, prolunga ad ovest il palazzo e il giardino, formando con essi un tutto unico. ‘Zampa di gallina’, secondo un dizionario del tem­po, quello di Furetière, viene chiamata una divisione di viali che terminano in una piaz­za e che possono essere infilati con un so­lo sguardo, se ci si trova al centro della piazza stessa». M. Poëte Au jardin des Tui­leries, A. Picard, Paris 1924.

    Il Poëte, nello stesso testo, a proposito del rapporto tra giardino, città e campagna, esplorato attraverso elementi comuni ai tre insediamenti, tratta dei viali convergenti in un impianto stellare e, facendo l’esem­pio della piazza dell’Etoile, la definisce co­me una acquisizione recente, da parte di Parigi, di tracciati frequenti nella campa­gna, ai confini di ville o di parchi e giardi­ni, o riserve e terreni di caccia.

    Il tema del giardino come parte urbana è al centro della trattazione, già in parte citata, che il Poëte fa del progetto di Le Nô­tre per le Tuileries: «Ciò che è stato detto a proposito dell’opera di André Le Nôtre, evidenzia che un tale sito va considerato come una vera e propria composizione ur­bana, allo stesso titolo di una piazza, per esempio.

    Per rendersene conto, non si de­ve far altro che paragonare l’uno all’altro il progetto del giardino primitivo e quello ‘invenzione’ di M. Le Nôtre. Mentre il pri­mo non è che una scacchiera pura e sem­plice in cui ogni compartimento ha una sua propria disposizione, il secondo si presen­ta allo stato di tracciato d’insieme: è un’o­pera unica le cui diverse parti sono dispo­ste in modo da concorrere a produrre un effetto generale (…). È una composizione urbana, come la piazza del Campidoglio e quella di San Pietro a Roma. È l’applica­zione ai tracciati urbani delle leggi della prospettiva filtrate dal Rinascimento. Belle linee ordinate rendono lo spazio aperto un incanto per gli occhi e la mente». (M. Poë­te op. cit.)

    Del resto è proprio nei primi giardini del ‘600, villa Aldobrandini e villa Torlonia a Frascati, per esempio, e nella scelta di trat­tarne le relazioni tra le parti in chiave sce­nografica, che si riscontrano chiare anti­cipazioni di quei temi che saranno carat­teristici dell’urbanistica barocca.

    Un’ultima nota sui rapporti tra la costru­zione del giardino e la costruzione della campagna circostante: la relazione è di in­fluenza reciproca. Se infatti il disegno del giardino della villa situata in aperta cam­pagna esprime «Una sua capacità espansi­va e paradigmatica, che ne fa un elemento di organizzazione di tutto il paesaggio cir­costante, ove persino il contadino nel suo podere ne ripete i più semplici allineamen­ti» (E. Sereni Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari 1979); è vero peral­tro che, laddove è il territorio ad esprime­re una sua capacità ordinatrice e normati­va — la centuriatio della campagna vene­ta —, questa influenza condiziona il dise­gno dell’impianto del complesso villa – giar­dino di chi, come il Palladio era estrema­mente attento a raccogliere le indicazioni progettuali trasmesse dalla romanità.

    «Ma qual’era il quadro generale delle vil­le venete e anche delle costruzioni urbane e in che senso era precisato il paesaggio? Qui si intende un intorno chiaramente de­finito, che si presenta come una costruzio­ne precisa; la centuriatio romana, le ope­re di canalizzazione, le distanze tra i cen­tri abitati, le mura, le città, la proiezione di Venezia come forma policentrica nel ter­ritorio a partire da una certa epoca sono gli elementi costruttivi di questo paesag­gio. Questa costruzione fisica del paesag­gio (…) è la caratteristica indubbia di ogni intervento del Palladio, nel senso che egli la accentua e la definisce». (A. Rossi op. cit.)

    La pagina del manuale. Se il giardino progettato con impostazione che possiamo definire classica (all’italiana, francese) è dunque una città verde, come la città può essere analizzato e scomposto.

    Questo ca­rattere analitico ne permette perciò la scomposizione in parti ed in elementi, raf­frontabili con altre parti ed altri elementi di altrettanti giardini, sempre in base all’analogia con la città e le sue parti (gli iso­lati, i monumenti, le piazze,) prescindendo dall’epoca e dallo stile, in una operazione logico-formale dal carattere sovrastorico e che, anzi, vuole sottolineare il carattere di questi elementi di essere delle ‘architet­ture senza tempo’.

    Solo i giardini da cui possono essere estrapolati caratteri di analiticità e di asto­ricità, entreranno di diritto a comporre una possibile pagina di un manuale, di cui gli altri capitoli sono costituiti dalle architet­ture di ogni tempo classificate per temi, questioni, parti, elementi. In tal senso la meditazione sull’arte dei giardini «rappre­senta una conquista, cioè un’organizzazio­ne’ vera e propria, e in tal senso l’esperien­za estetica ad esempio, che di fronte all’a­nalisi architettonica è particolarmente evi­dente, diviene esperienza razionale, cioè un conoscere e non soltanto un parere esteti­co». (G. Grassi op. cit.)

    La scomposizione è intesa come una for­ma tagliata di descrizione dell’architettu­ra, in grado di restituire la conoscenza del­le parti e degli elementi che costituiscono il giardino, ed il procedimento logico che ne ha presieduto l’accostamento, la com­posizione appunto.

    Questa separazione, operata non senza riconosciute forzature e semplificazioni, permetterà di accostare queste parti e questi elementi con altri del mondo dei giardini, realizzati o anche so­lo pensati, che esprimano una possibile analogia dal punto di vista logico-formale.

    La possibilità di effettuare queste com­parazioni è la parte più specifica della ri­cerca, laddove l’approfondimento assume carattere di maggiore analiticità e quest’ul­tima si pone come legge conoscitiva: quel­la della riduzione dal complesso al sempli­ce, alla ricerca dei primi elementi della composizione, su cui poter fondare un ra­gionamento, che già contiene i primi ele­menti logici per il progetto.

    Quest’ultimo necessariamente si muoverà in direzione opposta, dagli elementi semplici alla com­plessità di una ‘città verde’: si tratta della coincidenza, sul piano del procedimento, tra struttura della costruzione del manuale e processo progettuale.

    La comparazione fornisce dunque ulte­riori chiarimenti sulla questione del razio­nalismo in architettura: un atteggiamento che caratterizza progetti di stile ed epoca affatto diversi, ma confrontabili e classi­ficabili con una operazione speculativa che sempre culmina nel momento critico del­la scelta.

    L’avere ordinato una serie di esempi, di risposte parallele alle stesse que­stioni, ci riporta alla definizione di fami­glie spirituali data da Focillon in ‘Vie des Formes’: «Ogni uomo è innanzitutto con­temporaneo di se stesso e della sua gene­razione, ma è anche contemporaneo del gruppo spirituale di cui fa parte». (H. Fo­cillon Vita delle forme, Padova 1949).

    È la possibilità di trovare corrispondenze tra opere lontane centinaia di anni, che pre­sentano chiari rapporti, malgrado non sia­no collegate da alcun legame storico. Al di là dei convegni e delle dissertazioni, delle mostre e del troppo disegno di architettu­ra (poco dei giardini), la concretezza di que­sto procedimento può contribuire alla ri­fondazione di una teoria dell’architettura e, analogamente, dell’arte dei giardini.

    Un dizionario ragionato. È chiaro il signi­ficato programmatico che acquista la de­scrizione degli elementi ultimi, derivati dal­le operazioni di una scomposizione opera­ta sulle planimetrie dei giardini ritenuti ‘adatti’ a questa operazione (alcuni di que­sti si presentano oggi come profondamen­te alterati, per cui la riflessione è stata ap­plicata ad una serie di piante storiche): l’o­biettivo resta quello di potere contribuire, come più volte detto, alla definizione di una teoria di progettazione del giardino, in stretta relazione con una teoria dell’archi­tettura analoga.

    «L’insieme di un qualunque edificio non è e non può essere che il risultato dell’as­semblaggio e della combinazione di parti più o meno numerose; non si può assem­blare, combinare, che ciò di cui si può di­sporre. Per potere comporre l’insieme di un edificio qualunque, occorre dunque, pri­ma di tutto, acquisire una perfetta cono­scenza di tutte le parti che possono entra­re nella composizione di tutti gli edifici; e per far ciò, esaminarli, compararli, vede­re in cosa si assomigliano o differiscono, distinguere ciò che hanno di particolare da ciò che hanno in comune». (J.N.L. Durand Partie graphique des cours d’architecture,Paris1821).

    Se questo è possibile per l’architettura, per i ragionamenti e le analogie fin qui esposti, lo è altrettanto per i giardini: oc­corre quindi procedere ad una analisi ra­gionata degli elementi, che corrisponde alla forma stessa del dizionario ragionato, che mira ad esprimere anche una valutazione degli elementi dal punto di vista logico – formale.

    Sul valore del dizionario ragionato si è espresso compiutamente Giorgio Grassi, a proposito dell’opera di Viollet Le Duc: «noi possiamo valutare la portata di questo di­zionario, la sua esemplarità, il significato di esso di fronte al problema di una cono­scenza ordinata dell’architettura, dei suoi elementi costitutivi e dei termini relativi; ma anche il suo porsi proprio come teoria dell’architettura». (G. Grassi op. cit.)

    (Carlo Pozzi)

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