Architettura italiana contemporanea

I problemi dell’architettura italiana contemporanea sono sempre stati estremamente complessi né il momento attuale sembra poter facilmente uscire da questa generale e ricorrente situazione di fondo. Si tratta infatti, come è ben noto, di una situazione strutturale e culturale che si è andata evolvendo sulla base di una lunga stratificazione di componenti storiche, di avvenimenti, di contaminazioni che hanno portato, non da oggi, ad una situazione di non facile decodificazione.
Da qui nasce il nostro sforzo rivolto, se non altro, almeno a documentare le diverse situazioni e i diversi contesti; da qui nasce questa pubblicazione per la realizzazione della quale siamo debitori della collaborazione e della pazienza dei numerosi architetti interpellati, che ringraziamo fi da ora e che ci auguriamo poter nuovamente ospitare con le loro ultime opere e anche insieme ad altri che per motivi diversi non sono presenti in queste pagine, nei prossimi numeri degli Annali.
I fenomeni che più di altri emergono, anche ad una lettura superficiale dei momenti diversi attraverso i quali si articola la vicenda della architettura italiana contemporanea, come ognuno ben sa, vanno fatti, perciò, risalire, in quanto a motivazioni storiche e a motivazioni culturali, se non altro, a quanto è accaduto nel nostro paese almeno durante tutti gli anni Cinquanta.
Si trattava, allora, di una situazione estremamente contraddittoria sul piano ideologico e sul piano politico, ove le forze culturali più vive per quanto riguarda l’architettura e l’urbanistica, più sinteticamente per quanto riguarda l’architettura della città, avevano assunto posizioni, oggi fortunatamente superate, che rifiutavano in maniera netta il problema dell’architettura in quanto problema relativo al ‘mestiere’ e facevano troppo spesso rifluire le diverse tematiche verso scale di intervento e di progettazione che, via via, da quella urbana ed edilizia si spostavano gradualmente verso i temi della pianificazione urbanistica e territoriale, della politica, dell’ideologia tout-court.
Si assistette così, soprattutto sul finire degli anni cinquanta ed in pieni anni sessanta, ad un progressivo allontanamento delle forze culturalmente più vivaci dai temi specifici dell’architettura, della costruzione, del mestiere, del dettaglio del disegno o del linguaggio.
A livello critico poi, se si esclude infatti l’opera fondamentale e peraltro devastante di Bruno Zevi che già sul finire degli anni quaranta era riuscito a portare nel nostro paese una serie di modelli desunti soprattutto dalla cultura nordamericana ed anglosassone, si assiste per tutto il decennio successivo al progressivo abbandono di quelle tematiche e di quelle scale di progettazione e di lettura critica per avvicinarsi in maniera spesso sommaria e non sempre convincente ai temi del territorio, della pianificazione, della grande dimensione.
Ancora sul piano teorico l’unico personaggio che in qualche modo cercò di mediare e di rimediare a questa situazione piuttosto degradata fu Ernesto Rogers che si sforzò con notevole costanza e senso critico di riportare i termini del dibattito ad una dimensione concreta, materiale, ove anche i problemi del linguaggio dell’architettura non restassero a livello di mero epifenomeno sovrastrutturale, ma diventassero realmente termini specifici attraverso i quali l’architettura si manifesta in quanto forma fisica termini attraverso i quali l’architettura deve continuare ad esistere, deve continuare a significare se stessa.
Il tentativo condotto da Rogers non riuscì però sempre ad innescare processi e risultati di valore e le varie tendenze nate sull’onda di quello sforzo approdarono (vedi il caso sintomatico dell’avventura neoliberty), ad esercitazioni sterili, di puro mimetismo linguistico che servirono spesso solo a nascondere con cinismo e disinvoltura i meccanismi convenzionali del più mercificato professionismo.
D’altro canto, i temi dell’ International Style, i temi dell’internazionalismo applicati anche all’architettura, portarono al consumo, forse prematuro, di quelli che erano stati i momenti di sperimentazione del razionalismo emergente. Dalla crisi di quei valori ecco nascere allora una forma di ricerca, talvolta anche estremamente sofisticata, su quelle che erano state le radici storiche della nostra architettura, che non sfociassero soltanto in una qualsiasi forma di revival stilistico e vernacolare, ma riuscissero, invece a riconnettere in un rinnovato orizzonte problematico ed ideologico il senso stesso del rapporto tra storia e progetto.
Inizia così ancora negli anni del dopoguerra, una ricerca affannosa tendente a razionalizzare il legame tra l’architettura contemporanea e la tradizione storica, tra l’architettura dell’oggi e del domani e l’immagine di una cultura della storia, di una cultura della tradizione, che non poteva assolutamente essere occultata con lo schematismo con il quale certa cultura del razionalismo ancora continuava ad elaborare le sue ipotesi.
Ed ecco allora che all’interno di questo panorama critico si vengono ad innescare una serie di meccanismi sui quali sarà bene riflettere e che hanno profondamente segnato la cultura architettonica italiana fino ai giorni nostri.
Da un lato cioè il recupero di una modernità che non poteva non fare i conti con quanto accadeva nelle località centrali della cultura internazionale e d’altro canto la ricerca di una continuità nella tradizione che, evidentemente, poteva anche sfociare, spesso,in riduzioni eccessive per lo più di tipo localistico e provinciale.
E così dalla lezione di Ernesto Rogers, soprattutto dalle pagine della sua rivista, nacquero le posizioni, oltre che critiche, anche progettuali di alcuni dei giovani che in qualche modo hanno fatto la storia dell’architettura italiana degli ultimi trent’anni. Tra questi, se non altri, vanno citati i nomi di Vittorio Gregotti, di Aldo Rossi, di Guido Canella, solo per fare tre nomi emblematici anche di tre posizioni operative estremamente differenziate.
Sul ruolo passato, ma soprattutto recente di Vittorio Gregotti pensiamo non ci sia molto da specificare in questa sede essendo egli personaggio pubblico assai noto e che peraltro sufficientemente si autorappresenta sulle pagine della sua rivista; sul ruolo complementare e peraltro apparentemente opposto di Aldo Rossi da un lato e di Guido Canella dall’altro, sebbene notissimi entrambi, ci piace, invece, spendere qualche parola di commento. Non è stato infatti un caso che proprio la lezione di Rogers cui accennavamo abbia portato i suoi due migliori allievi a radicalizzare le loro posizioni su due modelli di comportamento fortemente antagonistici.
Da un lato, la posizione del primo Rossi tutta legata ad una rilettura del patrimonio della cultura razionalistica con specifiche riduzioni di ordine puristico che se apparentano le sue architetture con la tradizione mitteleuropea (basti pensare alle palesi omologie con certi edifici di Loos, di Oud, di Hilberseimer o di Tessenow), dall’altra lo apparentano anche con quella che è stata la tradizione mediterranea (quella di certo purismo solare, che evidentemente faceva anch’esso parte della lezione di un settore dell’architettura italiana degli anni trenta, basti pensare al lavoro di Libera, di Bottoni, di Figini e Pollini o di De Renzi).
All’estremo opposto troviamo, invece, il lavoro di Guido Canella, anch’esso rivolto al passato per recuperare i valori tradizionali più significativi e di cui deve essere necessaria una continua riappropriazione e riproposizione e, dall’altra, l’intenzione di rileggere l’eredità delle avanguardie attraverso il recupero di una complessità strutturale, e di una contaminazione di linguaggi, che lo portano in diretta corrispondenza specialmente con l’esperienza delle avanguardie internazionali, di quelle sovietiche in particolare. È per questi motivi, per questa serie di differenze vistose eppur tanto congruenti che questi due personaggi ben rappresentano oggi gli estremi migliori attraverso i quali la cultura architettonica più attenta si è mossa attraverso tutti gli anni sessanta e settanta e, finalmente, le non poche realizzazioni che ambedue sono riusciti a portare a termine nello scorcio breve di questi ultimi anni ci testimonia, anche fisicamente, della reale possibilità di calare nella costruzione, finalmente realizzata di alcuni edifici emblematici, quel dibattito e quelle ipotesi teoriche cui prima accennavamo.
All’interno della cultura italiana si possono inoltre, e non da oggi, individuare con una certa chiarezza due aree forti che hanno polarizzato la cultura e non solo quella architettonica del nostro paese, Roma da un lato, Milano dall’altro, e come zona neutra, ma ricchissima anch’essa di esempi assai significativi e stimolanti, la sterminata fenomenologia della provincia italiana con le sue diverse declinazioni regionali che comporta un campionario estremamente interessante ed articolato di fenomeni, di personaggi e di situazioni. Abbiamo detto che i casi di Roma e di Milano hanno polarizzato il dibattito, vedremo più avanti di comprendere quali ne siano le particolari connotazioni ideologiche e culturali, soprattutto in rapporto al lavoro delle generazioni più giovani.
Ed allora l’Italia diventa, specialmente per questi architetti un gigantesco laboratorio linguistico ove vengono sperimentate spesso anche al di fuori della loro concreta applicazione materiale, tipologie, morfologie, modelli e forme linguistiche, anche inedite, spesso assai stimolanti. Personalmente non siamo portati a sopravvalutare il ruolo ed il significato delle utopie, anzi, tendenzialmente cerchiamo di sottolinearne semmai il ruolo regressivo ed eccessivamente ideologizzante, ma non v’è chi non veda come e quanto, nel panorama della ricerca che si è svolta in Italia negli ultimi anni, il lavoro elaborato, anche e soprattutto al di fuori di una concreta committenza, possa avere avuto esiti importanti. È per questo che ci piace qui sottolineare accanto alle numerose concrete realizzazioni anche il lavoro di alcuni ancora al di fuori del circuito professionale che ci sembra comunque testimonino con chiarezza di una vivacità intellettuale in altri momenti assai più inibita e circoscritta.
Ma l’architettura italiana contemporanea è, come tutti i fenomeni complessi, impossibile da comprendere sinteticamente o, comunque, attraverso l’applicazione di categorie di giudizio troppo semplificate. Tutti i tentativi condotti infatti anche, recentemente, in tal senso si sono persi nelle maglie intricate di questa complessità che, non senza allusioni, significa anche contraddizione.
Così si sono andate organizzando nelle pagine che seguono di volta in volta, categorie analitiche e di giudizio critico ma soprattutto raggruppamenti e semplici accostamenti che, tenendo in qualche modo conto della difformità delle condizioni operative, della diversità delle scale di intervento, della molteplicità delle scuole e delle personalità, delle diverse tradizioni culturali e materiali, delle ipotesi di lavoro e delle ideologie così spesso in contrasto con gli obiettivi condizionamenti del mercato e della prassi, potessero in qualche modo organizzare questa vastissima e variegata fenomenologia.
Evidentemente, non poteva trattarsi che di selezioni, a volte feroci, le quali privilegiando ora questa ora quella località o scuola, ora questa ora quella ideologia o tendenza, ora questa ora quella particolare interpretazione della realtà ci auguriamo siano confluite, comunque, con il restituirci un’immagine complessiva magari involontariamente falsata, ma almeno specchio attendibile, se non altro, della complessità delle implicazioni culturali toccate.
Attenzione, quindi, alle motivazioni materiali e a quelle culturali dell’esperienza professionale degli architetti, sensibilità verso i problemi nuovi della progettazione, le sue nuove dimensioni operative, i nuovi soggetti sociali, i nuovi problemi del consumo di massa delle città e del territorio; problema della casa, nuove tecnologie, conservazione e recupero del patrimonio edilizio esistente, centri storici e centri direzionali, professione ricerca e didattica diventano tappe d’obbligo per cercare di comprendere la realtà di una situazione dalle molte facce concatenate e sovrapposte. Tutto ciò naturalmente non è esplicitamente espresso alle pagine che seguono, ma costituisce d’altro canto la necessaria ed implicita intelaiatura logica delle diverse scelte e dei successivi raggruppamenti tematico-geografici.
Al di là di tutto questo poi il problema del linguaggio, anzi dei linguaggi, spia e sintomo di una vitalità incessante, di una ricerca continua di possibili veicoli del significato, esito e prolungamento della forma fisica nella dimensione del senso.
Ed è in questa prospettiva che gli anni più recenti ci hanno fornito materiali a non finire (realizzazioni edilizie, ma anche solo progetti nati per restare sulla carta), prodotti nell’esperienza concreta della professione quotidiana, nella scuola e ovunque l’architettura non sia rimasta mera esercitazione di prassi compilativa.
La pur ricca tradizione figurativa della cultura architettonica italiana si è andata così arricchendo ulteriormente e progressivamente di esperienze e di personaggi che ne fanno al di là di tanti, troppi, luoghi comuni, uno dei punti centrali, del dibattito architettonico internazionale.
E se sarebbe riduttivo e non renderebbe ragione della vastissima serie dei problemi ‘a monte’ circoscrivere la vicenda architettonica italiana recente alla cronaca delle sue più vivaci e ostentate manifestazioni linguistiche, non c’è chi non veda quanto e come la strumentazione linguistica dell’architettura, cioè in ultima analisi l’elemento più palese della complessa articolazione degli strumenti intellettuali di sua competenza, costituisca, al di là di tutto, una delle dimensioni fondamentali dell’esperienza stessa dell’architetto. E, in questa prospettiva, le diversità, le apparenti incongruenze, la dialettica contrapposizione di formule e perché no di stili, ancorché denunciare una situazione di sclerosi intellettuale e di mancanza di obiettivi comuni, sembra a nostro avviso l’aspetto più positivo e caratteristico di una ininterrotta e non solo potenziale vitalità.
Naturalmente, l’apparente caos nel quale spesso sono precipitate le nostre città, non solo dal punto di vista strutturale (questo sarebbe un discorso che ci porterebbe lontano), quanto e soprattutto sul piano della forma e dei linguaggi che a tale forma danno significato, inibisce spesso rispetto ad una risposta univoca e lineare.
Così la mancanza di omologazione che in qualche modo, nonostante tutto, l’architettura italiana conserva, vuoi nelle sue manifestazioni più colte, ma anche e soprattutto ai livelli medi della produzione corrente costituisce sicuramente una valvola di sicurezza, una via d’uscita che se è senz’altro prematuro considerare nella prospettiva della salvezza della nostra città contemporanea ha, d’altro canto, dalla sua il fatto di aver fin qui inibito, contrastandoli efficacemente, i nefasti della massificazione pseudo-moderna.
Anzi, ci pare che proprio questa evidente e perdurante estraneità della nostra cultura architettonica (vuoi per scelta cosciente, vuoi per involontari e solo subiti condizionamenti culturali e materiali) dalla scena del modernismo internazionale (solo per linee tangenti la nostra architettura è stata toccata da una reale modernizzazione sia degli strumenti che dei metodi), costituisca uno degli elementi caratteristici e caratterizzanti il modello della sua crescita e del suo sviluppo.
E così questo ripensare spesso in termini non nostalgici, ma di continuità logica e storica alle proprie radici più recenti o lontane, se da un lato ha, come dicevamo, ridotto i margini di applicazione dei metodi e degli stili internazionalmente prevalenti, ha d’altro canto consentito l’esercizio di un’attenzione alla cultura locale, alla sua tradizionale esperienza, alla sua stratificazione pietra su pietra, che altrimenti, come altrove, sarebbe andata fatalmente perduta.
Certo è che numerosi e tormentati restano i motivi e i momenti di stallo, di handicap, che hanno limitato fin qui anche un più vasto e corretto dispiegarsi, nel senso sopra citato, di questo continuo fare i conti con la storia che sotto molti aspetti sono oggi in molti a considerare alla stregua di un complesso originario, di un peccato fondamentale della cultura italiana nel suo insieme.
Ma se siamo ugualmente distanti da una accettazione pedissequa e acritica vuoi delle tarde mode moderne, vuoi delle più aggiornate ed inesauste tentazioni post-moderne, pare comunque chiara a chiunque la necessità di considerare nella giusta misura e secondo il giusto ruolo il lavoro intellettuale dell’architetto quale operatore di trasformazioni fìsiche spesso permanenti che è perciò colpevole ridurre alla epifenomenica e consumistica dimensione della corrente ‘critica operativa’, oppure alla nozione artificiale ed artefatta di cui anche recentemente ne hanno dato manifestazioni pubbliche di notevole risonanza, falsi dibattiti sulle riviste più alla moda, colpevoli e ad imbarazzati silenzi di grandi maestri del pensiero architettonico (o almeno presunti tali) una volta messi davanti ai problemi concreti della realtà architettonica italiana.
E così, anche da queste pagine, sarà solo attraverso le discontinuità e le differenze, le incongruenze e gli scontri, le alternative ed i reciproci dialettici antagonismi che emergerà a nostro avviso un’immagine plausibile e realistica della nostra cultura architettonica quale essa è andata esprimendosi in questi anni recenti. Sicuramente difficile sarà non tener conto delle suggestioni attuali della critica e della storiografia, ripercorrendo con l’immaginazione le tappe di un ipotetico viaggio negli ultimi anni della nostra storia. Molte delle immagini che avremo di fronte saranno lette già col distacco del deja-vu, altre con l’occhio disincantato di chi sa già come vanno a finire certe mode e certe tendenze, altre ancora con la partecipazione di chi è ancora coinvolto in prima persona nell’esperienza di una quotidiana frequentazione, altre ancora con il fastidio di chi rifiuta, pur riconoscendone la liceità intellettuale, scelte di fondo o magari semplici accentuazioni dialettali, non condivise. Comunque, l’immagine complessiva che se ne potrà trarre sarà quella di una continua coazione di tematiche e di scelte, di teorie e di tecniche, di modelli di intervento e di ipotesi vitalmente dissonanti, anzi, proprio per questo, capaci di accendere stimoli e riflessioni più meditati e maturi.
Se quanto siamo andati argomentando fin qui, corrisponde, in qualche misura, alla realtà dei problemi generali che fanno da sfondo alla nuova cultura dell’architettura italiana contemporanea e ci è strumentalmente servito per allestire lo scenario generale vediamo ora di cogliere, più in dettaglio, il senso della diverse situazioni particolari. Abbiamo già accennato, ma è bene insistere su questo argomento, alla storica dicotomia che vede assai distinte due delle culture emergenti dell’architettura italiana: quella romana da un lato, quella milanese dall’altro.
Si tratta, come ognuno sa, di un’autentica separatezza intellettuale che attinge i suoi motivi di vitalità dalle ragioni storiche profonde che hanno presieduto allo sviluppo fisico e culturale delle due città. Metropoli moderna ed europea a tutti gli effetti Milano, metropoli schiacciata dal peso della sua storia e visceralmente mediterranea Roma.
Abbiamo già sottolineato che soprattutto due sono i nomi emergenti, i personaggi che con il loro lavoro teorico e con la concreta prassi professionale hanno fatto scuola. E lo hanno fatto lavorando ognuno per suo conto nella reinterpretazione spesso formalmente diametrale, ma pur così disciplinarmente congruente (al di là delle singole apparenze morfologiche e sintattiche), dell’eredità di Ernesto Rogers. Guido Canella da un lato, Aldo Rossi dall’altro, hanno, infatti, sicuramente influenzato le generazioni più giovani pur al di là delle evidenze stilistiche delle loro architetture. La profonda aderenza ai problemi ed ai temi della città costruita ha così indotto ambedue, dentro, ma anche in gran parte fuori della scuola ad ispirare e ad indirizzare intere generazioni di architetti e a costringerle a confrontarsi criticamente con quanto andava sotto il nome di analisi urbana (e che nel tempo ha assunto talvolta il carattere di una vera e propria, spesso, solo mitologica, certezza) da un lato, ed i problemi aperti dell’espressività linguistica, della forma, della morfologia edilizia dall’altro.
Giovani architetti: taluni addirittura giovanissimi, professionalmente parlando, il cui lavoro è presentato nelle pagine seguenti, non possono perciò venire classificati al di fuori di questo particolare milieu ideologico ed operativo.
Dimensione operativa questa che, pur tra le mille difficoltà imposte da una realtà professionale sicuramente aspra e di difficilissima conquista, insegue con ostinazione un rapporto non virtuale con la ricerca teorica, con i risultati di un’analisi condotta sistematicamente vuoi sul corpo storico della città costruita, vuoi con il corpus dei riferimenti che la tradizione moderna (nel senso più complesso ed ampio del termine), ha avuto in merito alle trasformazioni tipologiche e morfologiche del costruito.
L’hinterland e la periferia milanesi diventano così il luogo di una lettura stratigrafica della vicenda urbana prima, il luogo di una sperimentazione tipologica per campioni significativi poi.
La lezione dei giovani maestri si riallaccia e si innesta su quella della tradizione storica più consolidata, delle avanguardie e della grande professione, che proprio nel contesto della cultura milanese hanno dato in questo secolo i loro frutti più significativi. Dalle memorie neorazionalistiche di Terragni, di Figini e Pollini, di Marescotti, di Albini o di Bottoni, si passa così al recupero della grande tradizione professionale di De Finetti o di Asnago e Vender, ma soprattutto di Muzio. E così si assiste alla rilettura di un fenomeno culturale complesso e che non ha avuto eguali nel nostro paese quello appunto relativo alla vicenda della cultura architettonica tra le due guerre a Milano che negli ultimi anni (al di là delle pur diffuse, ma effimere mode revivalistiche), sta a significare un’aderenza profonda delle giovani generazioni alle proprie radici storiche, al rapporto ritrovato con una tradizione culturale che rinnova i termini vitali di un’ininterrotta continuità.
Se cerchiamo invece di comprendere il significato del lavoro delle giovani generazioni in area romana ci troviamo di fronte a valori e a significati completamente diversi.
Innanzitutto, va valutato un rapporto con la storia e la tradizione del moderno completamente ribaltato rispetto all’esperienza milanese. Nel caso romano, infatti, la cultura europea, i suoi miti novecentisti, le sue conquiste vere o presunte in termini di razionalità e di nuova oggettività, non ha mai fatto breccia in maniera consistente. Anzi, si è sempre trattato di un rapporto assai dialettico, articolato, spesso ambiguo, se non proprio apertamente conflittuale, ove la prevalenza di una cultura storica, ma spesso anche di uno storicismo deteriore tout-court, ha sempre avuto la meglio impregnando di sé sia la ricerca, che la sperimentazione, che le singole realizzazioni.
Così, se si escludono i pochi ed incerti risultati che a partire dalla metà degli anni ’30 hanno imparentato lontanamente qualche nuovo quartiere o qualche nuova borgata al fantasma di qualche Siedlung gropiusiana, la prevalenza delle tendenze si è sviluppata nel senso di una continua riappropriazione di un organico rapporto con la tradizione e la storia della città italiana, di Roma, in particolare. Se analizzassimo infatti la stagione intellettualmente più vitale di questo dopoguerra, quella del neorealismo ci accorgeremmo perciò che i germi di una continua messa in crisi e tuttavia di una continua riappropriazione di questo rapporto segnano tutto l’ulteriore sviluppo della vicenda culturale dell’architettura romana recente.
Esperienze fondamentali per l’intera vicenda dell’architettura italiana come il quartiere Tiburtino e il quartiere Tuscolano, ove architetti come Ridolfi, Muratori, Libera, De Renzi o Quaroni hanno avuto la possibilità di sperimentare le potenzialità espressive di un linguaggio e di una metodologia profondamente rinnovate rispetto ai canoni della prevalente modernità internazionale, ben testimoniano della vitalità di una cultura obiettivamente progressista e non ancora imbavagliata dalle ipocrisie e dalle angustie di una cultura di governo.
Magari sbagliando anche grossolanamente sulla scia di un entusiasmo, peraltro facile da comprendere, fu tentato in quegli anni di porre le basi per un discorso complesso che invece, attraverso le volgarizzazioni tecnicistiche e le semplificazioni ideologiche degli anni Sessanta si è andato progressivamente dissolvendo.
D’altro canto, se la cultura della sinistra emergente, ma ancora tenacemente relegata all’opposizione dava i suoi frutti più o meno incerti, la cultura della destra al potere, i grandi professionisti, che significavano anche il più diretto ed immediato rapporto di continuità con la cultura ed il potere fascisti, davano, sulla sponda delle realizzazioni speculative dettate dalle grandi concentrazioni immobiliari, il senso di una consapevolezza professionale e di un mestiere da un sottovalutare con troppa facilità.
I nomi di Moretti, di Luccichenti, di Monaco, di Piacentini, di Morpurgo e dei tanti altri che hanno lavorato nella Roma degli anni Cinquanta, non a caso vengono riscoperti oggi dalle generazioni degli architetti più giovani e consapevoli, non tanto per la facilità di un’adesione stilistica alla moda, quanto e soprattutto per la coinvolgente complessità di un approccio al mestiere e alla prassi del fare architettura via via dispersa nei mille rivoli della sociologia, dell’urbanistica, della pianificazione, del design, e di tutte quelle dimensioni disciplinari o pseudo-tali che hanno invece definito il panorama culturale, ma soprattutto il paravento ideologico della teoria e della critica più accreditate e verbalmente progressiste degli ultimi venti anni.
Così, dopo tanto parlare di architettura, la riscoperta di una sua realtà fisica e di una sua concretezza materiale sembra oggi per i giovani più attenti l’elemento di verifica e di continuità con la tradizione della città costruita, della sua fisicità storica, della sua materialità culturale.
È all’interno di questo ritrovato rapporto con la storia e con la tradizione e soprattutto della ritrovata autonomia del lavoro dell’architetto rispetto ai grandi problemi della società che si fa avanti un modo nuovo di fare architettura (o di non farla, visto che a molti per diverse concause sono pressoché negate le occasioni professionali), che risente in modo significativo e si appella al senso della lezione di Muratori o di Moretti, ma anche di ‘maestri’ più giovani come Quaroni o Portoghesi.
Anzi di quest’ultimo ci piace ricordare (anche e soprattutto al di là delle recenti fortune internazionali un po’ troppo legate alla facile ed approssimativa fortuna critica del cosiddetto post-modern) il legame che lo vede intimamente unito con la tradizione romana in senso proprio e più in particolare con la lezione di certa teoria e di certa pratica professionale tipicamente locali, che solo una critica astiosa e culturalmente faziosa fa regredire a livello di mere mode mercantili.
Se valutiamo poi i risultati della ricerca più attenta che viene svolta dagli architetti più giovani (si badi che in questa categoria si annoverano parecchi ultraquarantenni) che lavorano tenendo soprattutto conto di un rapporto non epidermico con le proprie radici culturali ed intellettuali, possiamo notare ancora, pur nella diversità dei risultati e degli approcci, una continua ricerca di un rapporto certo con la storia, con la città, con la cultura dei materiali e delle forme.
Riduttivo e soprattutto offensivo per la ricerca paziente che tanti conducono in silenzio e spesso anche a costo di gravi sacrifici personali, non soltanto di ordine materiale (anche l’emarginazione istituzionale ha un costo non indifferente), risulta pertanto l’atteggiamento ed il giudizio espresso ancora di recente su questa vasta schiera di giovani professionisti da giovani e meno giovani campioni della critica internazionale. Al contrario, ci pare che molti di loro abbiano invece già definito con una certa chiarezza e con ampia capacità espressiva una loro immagine alternativa alla travolgente banalità della produzione edilizia corrente ancora monopolizzata (non certo per dimostrate capacità tecniche, ma solo per l’organico rapporto che li lega ai centri del potere, ai partiti, alle gerarchie accademiche, etc.) dai rappresentanti di una classe professionale, tanto arrogante quanto culturalmente squalificata.
Probabilmente la situazione migliora alquanto qualora ci si allontani dalle grandi concentrazioni metropolitane, dai grandi centri, dalle grandi istituzioni.
Se pensiamo così ad una specie di itinerario alternativo nei luoghi della provincia italiana, in quelle località un po’ periferiche che definiscono invece anche economicamente proprio le aree forti dell’inteso territorio nazionale, possiamo notare quanto e come, occasioni di lavoro più facilmente accessibili riescano a definire non solo e non tanto una cornice diversa all’attività professionale delle giovani generazioni, quanto e soprattutto a costruire un vero e proprio orizzonte problematico e metodologico sicuramente alternativo alle esperienze appena analizzate.
Specialmente se si considerano le aree socialmente ed economicamente più avanzate del Centro e del Nord, dalla Lombardia al Veneto, dall’Emilia alla Romagna, dalle Marche alla Toscana, assistiamo così all’affermazione di una nuova classe di operatori professionali che per lo più, formatisi nelle grandi facoltà di architettura di Roma, di Milano e di Venezia, ritornati nelle loro zone di origine, recuperano con vantaggio i legami con le diverse realtà locali, innestandovi i termini di un approccio sperimentale destinato altrove a restare lettera morta o a restare nel limbo delle intenzioni o dell’accademia figurativa.
Magari dando luogo a manifestazioni spesso linguisticamente di maniera, ma riuscendo per lo più a trasferire sulla realtà quanto molte volte i suoi stessi maestri erano stati costretti a lasciare sulla carta, questa nuova generazione di architetti appare oggi come la più disponibile culturalmente e la più pragmaticamente aperta sul piano delle concrete potenzialità realizzative.
I tanti nomi di architetti presenti nelle pagine che seguono ben testimoniano di questa doppia afferenza culturale, professionale ed ideologica, di questo duplice rapporto tra ricerca teorica ed attività edilizia, tra lavoro universitario svolto nell’ambito delle affollate facoltà metropolitane e lavoro professionale svolto nella dimensione più privata e solitaria della provincia.
Dimensione provinciale perciò quella di questa nuova generazione, ma solo dal punto di vista geografico, che la ricerca e la sperimentazione di nuovi tipi e di nuovi linguaggi si svolge invece nei termini di una profonda consapevolezza sia teorica che operativa.
E così se si vogliono incontrare le nuove grandi architetture italiane, quelle che superati ormai i confini esigui della nostra penisola sono efficacemente in grado di confrontarsi con quanto si fa nel resto d’Europa o al di là dell’Atlantico, bisogna lasciare da parte paradossalmente le grandi città, i grandi serbatoi di storia e di immagini ed aggirarci, invece, per sperduti paesi, piccoli comuni padani o appenninici, della Puglia, della Sicilia della Sardegna dove proprio per merito di quei giovani altrove così emarginati sono stati finalmente realizzati quei ‘frammenti’, quelle ‘schegge’ di architettura che possono confrontarsi a pieno titolo con quanto si fa altro.

