Tecnologia fotovoltaica per un’energia pulita

Integrati con le strutture di copertura oppure sovrapposti alle strutture esistenti, i pannelli fotovoltaici sono una valida soluzione per soddisfare il fabbisogno energetico di una costruzione. Tra gli elementi da tenere in considerazione, la dimensione degli spazi su cui installare il generatore, la disponibilità della fonte solare, il guadagno energetico preventivato.
Nella foto, la sede della Solar a Friburgo è la prima fabbrica a emissione zero per la produzione di pannelli fotovoltaici che opera esclusivamente sfruttando energie rinnovabili. La facciata è composta da 575 mq di pannelli solari che coprono circa un quinto del fabbisogno energia della fabbrica.
Tutte le fonti di energia che utilizziamo sul nostro pianeta derivano, in maniera diretta o indiretta, dal sole, eccezion fatta per l’energia nucleare. Però più o meno tutte, per la forma in cui le troviamo disponibili sul pianeta e per le modalità con cui dobbiamo trattarle per trasformarle in energia elettrica, possono risultare in qualche misura dannose per il pianeta stesso. Quando dunque parliamo di energia prodotta con sistemi fotovoltaici, non parliamo di una nuova fonte di energia quanto di una fonte assolutamente pulita, in grado di non danneggiare in alcun modo il nostro pianeta.
La teoria del fotovoltaico
La trasformazione di energia solare avviene in un elemento semplice di materiale semiconduttore (quasi sempre il silicio), definito cella fotovoltaica, preventivamente trattato attraverso processi chimici che servono a introdurre nel silicio alcune piccole impurità, (atomi di boro e di fosforo) grazie alle quali si permette il movimento degli elettroni all’interno della cella e quindi la formazione di una piccola differenza di potenziale tra le due superfici della cella esposta alla radiazione luminosa. Quando a tali superfici si collegano i morsetti di un utilizzatore, circola una corrente elettrica. È dunque evidente che «raccogliendo» la differenza di potenziale così creata agli estremi della cella, si può avere a disposizione una certa quantità di energia. L’effetto fotovoltaico di alcuni materiali è noto già dal XIX secolo; la vera cella fotovoltaica per uso commerciale fu realizzata però nel 1954, nei laboratori statunitensi della Bell, e si iniziò il suo utilizzo ristretto per l’alimentazione elettrica di satelliti artificiali. Nel giro di vent’anni si iniziò anche a realizzare sistemi che consentissero migliori rendimenti e la possibilità quindi di essere utilizzati per applicazioni terrestri. In primo luogo si consolidò l’utilizzo del silicio quale elemento base delle celle, questo per diversi motivi, comprensibilissimi se si pensa che il silicio è uno dei materiali più presenti sul nostro pianeta e quindi praticamente inesauribile. Esistono oggi diversi tipi di celle fotovoltaiche, la cui differenza è determinata essenzialmente dai diversi tipi di processi produttivi della base di silicio, detta comunemente «wafer». Il risultato pratico di tali differenze sta nella diversa efficienza di conversione che le celle stesse presentano, a parità di altre condizioni. Un primo tipo di cella è quella in silicio monocristallino, costituita da silicio a cristallo singolo, ottenuto attraverso un processo denominato «melting» partendo da cristalli di silicio estremamente puri che vengono fusi e quindi fatti nuovamente solidificare in cilindri del diametro di 13-20 cm. Il cilindro viene poi tagliato in fette o «wafer» di spessori non superiori ai 300 micron. Queste celle richiedono una lavorazione molto delicata su materiale di alto pregio e 0 risultato finale è senz’altro molto positivo, potendo avere i migliori rendimenti presenti oggi sul mercato. Naturalmente sono quelle che hanno maggior costo. Le celle con silicio poli- cristallino invece sono realizzate da residui di silicio meno pregiati dell’industria elettronica che, opportunamente fusi, si ricristallizzano in maniera meno uniforme in un «pezzo» che viene prima tagliato in maniera da formare un parallelepipedo e quindi tagliato in wafer. Queste celle richiedono materiale di base meno pregiato e lavorazioni più economiche e di conseguenza i pannelli sono meno costosi dei monocristallini, ma la resa è inferiore. Una tecnologia differente dalle precedenti è quella del silicio amorfo che utilizza un processo produttivo diverso: il materiale attivo viene depositato su varie superfici di sostegno sotto forma di pellicola che si deposita raggiungendo uno spessore di pochi micron a differenza dei wafer di cristallo. Questa soluzione consente delle applicazioni particolari, dove la rigidità dei pannelli tradizionali non è ammessa, ma non offre le stesse garanzie di rendimento e stabilità nel tempo. Infine si devono citare le celle a film sottile che sono composte da materiali semiconduttori depositati su supporti a basso costo quali polimeri o alluminio che danno consistenza al prodotto. In particolare questa tecnologia consente la realizzazione di celle su materiale flessibile, applicazione questa estremamente importante specie in strutture architettonicamente pregevoli e particolari.
Costituzione del generatore fotovoltaico
La singola cella elementare è in grado di generare una quantità di energia decisamente irrisoria e per poter produrre una potenza elettrica accettabile si devono collegare in serie più celle tra di loro a formare il modulo fotovoltaico. I moduli vengono poi protetti meccanicamente e dagli agenti atmosferici, da un vetro sul fronte e da materiali plastici e isolanti dall’altro lato. I moduli così composti vengono poi montati su una struttura comune e tra loro collegati, costituendo il pannello fotovoltaico. Più pannelli fotovoltaici collegati in serie tra loro costituiscono una stringa e, collegando tra loro più stringhe, si può raggiungere la potenza elettrica desiderata: si è così realizzato un generatore.
Costituzione di un impianto
Il generatore non costituisce l’intero impianto fotovoltaico, che ha bisogno per funzionare di altri componenti. In primo luogo bisogna considerare la possibilità di usufruire dell’energia prodotta dall’impianto anche nelle ore in cui manca l’irraggiamento solare, quindi occorre prevedere, a valle dell’impianto, un sistema di batterie in grado di accumulare l’energia in surplus prodotta di giorno e di restituirla di notte. Ciò comporta un appesantimento dell’impianto. In primo luogo sotto l’aspetto economico il costo delle batterie può diventare significativo quanto maggiore è la potenza dell’impianto generatore. Poi occorre tener presente tutte le condizioni di installazione delle batterie che sono dettate dalle normative vigenti, vale a dire locali appositi, opportunamente areati e con impianti realizzati secondo precise normative relative a questi locali; ancora, locali il più possibile esenti da umidità e polveri, con temperatura comprese tra i 5 °C e i 50 °C. Si aggiunga poi una considerazione molto importante che è legata alla manutenzione e alla durata di vita di questi componenti. Infatti, a fronte di durate di vita dei pannelli dichiarate di 20-30 anni, una batteria benché ben mantenuta ed usata nelle condizioni ideali, non ha una vita utile superiore a 10 anni e quindi può diventare un elemento determinante e discriminante per la scelta dell’impianto da realizzare, proprio per i motivi citati. Infine, per evitare cariche eccessive degli accumulatori e scariche della stessa portata, si deve prevedere l’utilizzo di regolatori di carica che, mentre risolvono il problema tecnico, aggravano maggiormente il costo e la necessità di manutenzione del parco batterie. Un secondo elemento fondamentale per l’utilizzo degli impianti fotovoltaici è dovuto alla circostanza che l’impianto è in grado di produrre corrente continua mentre, solitamente, la rete elettrica nazionale e gli utilizzatori finali richiedono corrente alternata.
Gli apparecchi destinati a realizzare tale conversione sono i convertitori statici, apparecchi elettronici che convertono tensione e corrente in ingresso in correnti e tensioni diverse per forma e valore in uscita. Tali apparecchi, generalmente conosciuti anche con il nome di inverter, per uso negli impianti fotovoltaici, sono sostanzialmente identici a quelli in uso per tutti gli altri impianti; tuttavia, è uso comune che il costruttore dei pannelli fotovoltaici proponga anche degli inverter che ben si coordinano con le caratteristiche dei propri pannelli. Un cenno meritano anche i sistemi di fissaggio dei pannelli alla struttura di supporto, che possono essere di diverso tipo, a seconda del costruttore e del punto su cui vanno ancorati i pannelli; in generale, se si adoperano profili metallici converrà che essi siano in acciaio zincato o addirittura inox se si prevede l’installazione in ambienti particolarmente aggressivi. Infine, nel considerare l’efficienza di un impianto fotovoltaico, si incorre spesso nel termine Bos – Balance of System – che comprende tutti i dispositivi necessari alla trasformazione della corrente continua prodotta dai moduli alle esigenze dell’utenza finale, posti tra i moduli stessi e l’utenza finale. In poche parole, se l’utenza è alimentata in corrente alternata, l’elemento essenziale del Bos è l’inverter ma, oltre a questo, ne fanno parte anche batterie, regolatore di carica e controllore della scarica della batteria e tutto l’insieme di cavi e cablaggi. Il Bos è quindi caratterizzato da una sua efficienza, legata ai componenti che lo costituiscono e funzione di diversi e svariati parametri, quali per esempio le perdite dell’inverter, le perdite per effetto delle sovratemperature, le perdite per la resistenza dei cavi o per l’eventuale difettoso accoppiamento tra i moduli.
Tipologie di impianti
Gli impianti fotovoltaici, basati sui principi e sui componenti sopra descritti sono essenzialmente identificabili in due categorie: impianti connessi alla rete o grid connected e impianti isolati o stand alone. I primi sono collegati stabilmente alla rete elettrica e ricevono o immettono energia con continuità. Quando l’impianto fotovoltaico non è in grado di produrre energia o quando quella che produce è insufficiente al fabbisogno, l’energia necessaria viene prelevata dalla rete; quando invece produce più energia della necessaria, il surplus viene ceduto alla rete: la rete costituisce la «batteria di accumulatori» dell’impianto. È evidente che questo tipo d’impianto, non avendo bisogno di accumulatori, è decisamente meno costoso di altri e ha una manutenzione praticamente inesistente. In pratica si tratta vere centrali elettriche di produzione di energia che funzionano in maniera bidirezionale, cedendo energia alla rete o assorbendone. I flussi sono conteggiati nelle due direzioni attraverso contatori per accreditare o addebitare all’utente il saldo attivo o passivo di energia. Altro vantaggio di questi tipi d’impianti è che nel dimensionare l’impianto connesso alla rete si può anche evitare di dimensionarlo sulla potenza massima richiesta, in quanto la rete può intervenire a sostegno dell’impianto fotovoltaico. Pertanto, a parità di altre condizioni, si può realizzare un impianto di dimensioni e costo inferiori. Oltre a ciò, eliminando il sistema di batterie di accumulo si evitano tutte quelle perdite dovute all’accumulo della stessa nelle batterie e alla sua successiva cessione. Gli impianti isolati sono quelli non collegati alla rete che quindi necessitano di batterie di accumulo per immagazzinare il surplus di energia prodotta da utilizzare quando l’impianto non è in grado di produrre energia sufficiente al fabbisogno dell’utenza; sono indicati proprio quando è difficile raggiungere il posto con la rete elettrica nazionale come avviene in aree isolate, in montagna ecc. In questi casi infatti, il costo per arrivare con la rete di distribuzione in loco supera di gran lunga il costo dell’impianto fotovoltaico Come detto, l’energia prodotta in surplus in alcuni momenti della giornata viene accumulata localmente in batterie che provvederanno a cederla quando l’impianto non è in grado di produrre energia o non ne produce a sufficienza.
Integrazione in strutture
Alcune strutture già esistenti si presti no in maniera ottimale all’installazione di pannelli fotovoltaici: si tratta di tetti e coperture di edifici, specie se a falda, in quanto può essere utilmente occupata un’area altrimenti infruttuosa. Occorre distinguere tra impianto integrato e impianto retrofit. Nel primo caso la copertura, o parte di essa, viene sostituita dai moduli fotovoltaici; questa circostanza è molto frequente su edifici di nuova costruzione, in cui intervenire fin dall’inizio consente di ottenere i migliori risultati sia tecnici che architettonici, oltre al risparmio per la sostituzione dei materiali della copertura con pannelli. Nel caso di impianto retrofit, usato quando la struttura e la relativa copertura già esistono, i pannelli fotovoltaici vengono sovrapposti alla struttura esistente. Sono installazioni rapide da effettuarsi e di facile progettazione: la struttura di base già esiste e quindi i pannelli possono essere montati su un supporto metallico ancorato alla struttura esistente; non ci si deve preoccupare, in questo caso, di dimensionare la struttura per resistere all’azione posteriore del vento. Se poi si tratta di edifici industriali a tetto piano, essi sono sufficientemente sgombri e facilmente accessibili per consentire il rapido montaggio e la facile manutenzione degli impianti fotovoltaici.
