Gli edifici per la scuola pubblica

Ricevuta la commissione di reperire alcuni progetti di complessi scolastici per le secondarie superiori, mi sono rivolto a Luigi Pellegrin che, negli ultimi anni, dal concorso di Pisa in poi, ha realizzato due o tre lavori di cui già si parla tra i quali, in particolare, il centro del Buon Pastore a Roma; mi sono rivolto anche alla Coper che sta realizzando a Ferrara un ITI (Istituto tecnico industriale), inserito in un campus. Ritenevo fosse interessante, tra l’altro, conoscere, attraverso i prodotti, due atteggiamenti professionali presumibilmente opposti.
« Tutti i discorsi parziali, monodirezionali che abbiamo fatto sulla scuola negli anni ’60 — dice Pellegrin — ora non abbiamo più il diritto di farli. Oltretutto, non abbiamo neanche bisogno di farli, perché, se nel ’65 potevamo fare un discorso sulla sperimentazione tipologica o costruttiva, oggi di sperimentazione costruttiva ne è stata fatta tanta; semmai, c’è il problema di utilizzare questo consistente patrimonio, più che di continuare ancora a discuterne. Per quanto riguarda la tipologia ci troviamo di fronte ad un bivio: abbiamo fatto qualcosa agli effetti della storia della tipologia, ma niente agli effetti della scuola. I cambiamenti proposti o permessi erano talmente irrilevanti che, anche quando sono stati concretizzati, non hanno creato costume, né avrebbero potuto farlo. Se io dovessi, oggi, fare un discorso sulla scuola, direi che siamo di fronte ad un momento straordinario, sul quale le azioni che abbiamo condotto dal ’51 al ’72-73 sono, al momento attuale, drasticamente impossibili.
Questo vuoto è assolutamente salutare. La scuola cosi come è, proprio perché non funziona, ci dà l’occasione di inserirci, di lavorare “insieme”, mettendo sul tavolo immagini del “come” dovrebbe funzionare. Per questo, è chiaro che in Italia, oggi, non si può trovare nessun progetto da studiare. »
Dalla tipologia alla collaborazione con gli utenti
Pellegrin evidentemente ama distruggere quello che ha fatto e dimenticare il patrimonio che il lavoro collettivo di venticinque anni ha prodotto. E’ un po’ come Lucy, la sorella di Linus, che è combattuta tra il desiderio di creare e la voglia di distruggere.
« Si è compreso — è sempre Pellegrin che
Modestamente, con pazienza, ascoltando gli altri cioè gli utenti. E’ chiaro che anche il nuovo Centro Studi per l’edilizia scolastica presso il Ministero della Pubblica Istruzione non potrebbe funzionare come quello che ha funzionato sino a ieri, perché non potrebbe più prescindere dalla collaborazione con l’utenza.
Ma non si può rinnegare tutto. A ben vedere, infatti, il progetto per il centro scolastico del Buon Pastore, illustrato in queste pagine, è nato senza nessun contatto locale; è nato da normative e da idee, dalla intenzione di fare della scuola quello che si è sempre detto: un luogo di incontro, un agorà, un centro sociale, qualcosa che serva alla comunità. Ma la comunità è intervenuta nella elaborazione del progetto soltanto attraverso la mediazione degli amministratori e il processo di identificazione effettuato dal progettista. » Alle stesse conclusioni si può arrivare ascoltando le considerazioni del gruppo della Coper, a proposito della loro realizzazione ferrarese. Viene allora il sospetto che si stia delineando una nuova mitologia, sulla base forse di alcune “favolose” esperienze emiliane: la mitologia della “partecipazione”, del coinvolgimento degli utenti, che è ancora da verificare in interventi di grandi dimensioni. « Gli stessi operatori dell’ITI — dice Vieri Quilici, del gruppo Coper — sono molto sensibili ai fatti specifici, propriamente tecnici, concreti, della realizzazione e meno ai concetti generali.
Hanno un’ottica molto ravvicinata, vedono soltanto il lato funzionale e non sono interessati a discorsi in prospettiva ». Probabilmente, nel caso di realizzazioni complesse, il rapporto è più proficuo con politici e amministratori, cui spetta l’organizzazione della “domanda” sociale. Sentiamo Ugo Renna, eletto alla provincia di Roma per il PCI e responsabile della commissione scuola nella legislatura uscente. « Gli appalti-concorso — dice Renna — hanno due storie. Una storia negativa che è quella burocratica: i tempi di attuazione sono enormi; la 641, con i 50 passaggi successivi, è un sistema di scatole cinesi: non si finisce mai di tirarne fuori una dall’altra. La storia positiva è che si rispettano gli standards delle norme tecniche ». Sembra una considerazione ovvia, invece fa riferimento ad una situazione drammatica: a Roma la maggior parte degli istituti secondari sono alloggiati in edifici nati con destinazioni di
Non è fuori posto il timore che la storia della 641, iniziata nel 1967, possa anche non avere fine.
E’ previsto che si debba attendere ancora, per la completa utilizzazione dei fondi della 641, dai 3 ai 5 anni.
Che fare nel frattempo? soffocare le scuole? ricorrere all’acquisto di edifici esistenti da adattare a scuola? La proposta emergente è quella di individuare nel grande patrimonio pubblico romano quegli edifici che richiedono minor spesa per l’adeguamento temporaneo, evitando le ingenti spese per l’acquisto di edifici che, tra l’altro, offrono insoddisfacenti condizioni scolastiche. « Non è possibile — dice Renna — riconvertire l’attuale patrimonio pubblico in scuole conformi alle norme; vogliamo soltanto che il grande patrimonio pubblico faccia da parcheggio, dandoci il tempo di costruire scuole vere. In questa maniera limiteremo anche il deperimento di questo ingente patrimonio pubblico che ora sta andando in rovina. »
Parlare delle scuole secondarie senza tener conto di questa situazione sarebbe astratto. Converrà quindi spezzare il discorso, parlare, da una parte, delle scuole ricavate negli edifici preesistenti, allargando il discorso anche agli edifici scolastici ormai “storici” e, dall’altra, delle nuove tendenze.
1. Recupero del patrimonio esistente La politica dell’acquisto
La politica di acquisizione di edifici, usati con destinazioni diverse, seguita dalla Amministrazione provinciale di Roma, va riferita alla situazione della scuola. Quando, nel ’71, nacque la legislatura provinciale, conclusa in questi giorni, la situazione della secondaria era la seguente: 1300 aule mancanti, 300 classi con doppi e tripli turni, 65 sedi in fitto contro 50 in proprietà (con una spesa di 2 miliardi annui di affitto). All’attivo, il programma di realizzare con la 641 sette edifici (quanti l’aumento dei costi rende possibile oggi realizzare rispetto agli iniziali tredici).
« Il problema — dice Ugo Renna — si presentava in questi termini: aspettare alcuni anni (oggi sappiamo che in cinque anni non siamo riusciti a mettere un solo mattone con la 641), oppure, dare comunque qualcosa a questi alunni che avevano ormai dovuto rinunziare a tutte le aule speciali, ai laboratori, a tutti gli standards di una buona scuola. La prima ipotesi fu l’acquisizione
stato queste acquisizioni, pur non approvandole. Ci siamo resi conto che, al di là della responsabilità che noi abbiamo attribuito alla DC ed ai vari governi che si sono succeduti alla Provincia, in qualche modo si doveva rispondere alla richiesta proveniente dalle diverse componenti scolastiche.
La prima scelta cadde su alcuni fabbricati veramente preistorici, più che storici. Comprammo, per la somma di tre miliardi e duecento milioni, il Buon Pastore. » Del Buon Pastore si interessa un gruppo di studenti del seminario che il corso di “architettura sociale” di C. Cicconcelli ha organizzato, sul tema “ristrutturazione degli edifici scolastici”.
Da una relazione degli studenti si apprende che l’edificio ha una storia complessa: progettato da Brasini (più noto per la chiesa di piazza Euclide, il ponte Flaminio), inaugurato nel 1933, era inizialmente un convento di suore americane, divenuto ospedale militare durante la guerra, tubercolosario nel primo dopoguerra e in seguito carcere femminile.
Fu affittato dalle suore alla Provincia nel ’68; fino al ’74 si fece scuola tra i continui riadattamenti, finché fu dato lo sfrat- to, in quanto il complesso interessava la società alberghiera Sheraton. I movimenti democratici del quartiere si opposero all’acquisto ma risultarono perdenti. I movimenti democratici di zona stanno lottando per la revoca della licenza; tra gli obiettivi della lotta c’è anche la destinazione del Buon Pastore a centro di quartiere e la esclusione della conversione definitiva in scuola.
« In effetti — dicono gli studenti del seminario d’architettura — è un edificio che non può reggere l’enorme massa degli studenti che vi si convoglia, considerando soprattutto che solo la metà dello spazio disponibile è realmente utilizzabile, e che vi si possono ricavare solo aule, mentre i servizi sarebbero comunque insufficienti. » In contrasto con questa linea altre organizzazioni di quartiere sono preoccupate per la realizzazione, nella stessa zona del nuovo complesso progettato da Pellegrin, in
quanto temono che porti un numero di studenti insostenibile dalle attrezzature esistenti, e hanno il proposito di avviare una vertenza per spostare altrove una parte degli istituti in via di realizzazione.
« Il problema — dice Cicconcelli — non è quello di allontanare gli studenti che

verranno ad usufruire delle strutture nuove, ma è quello di diminuire drasticamente il numero degli studenti sistemati nel vecchio Buon Pastore. Ma, anche se dovessero rimanervi soltanto in 2000, ci si deve chiedere se saranno sistemati in maniera paragonabile a quella del nuovo “bellissimo*” istituto che verrà realizzato lì di fianco, o se si determinerà una situazione pesantemente squilibrata.
Sarà utile verificare questa ipotesi; se dovessimo constatare l’insorgere di casi di discriminazione, cosa di cui ora alla Provincia nessuno si preoccupa, si potranno proporre utilizzazioni alternative. » « Sistemare una scuola in un edificio realizzato può far nascere problemi di rigetto legati alle connotazioni dell’edificio» fa notare uno studente.
« E’ verissimo — ribatte Maurizio Razzi, corresponsabile del seminario — nel nostro caso abbiamo un ex-convento femminile, poi diventato reclusorio, con tutte le connotazioni della repressione femminile, minorile, fatta da suore americane, realizzato da un architetto “pompiere” romano. C’è quanto basta per sconsigliarne l’uso scolastico. In conclusione, considerando che non è un monumento storico, anzi è una cosa anche abbastanza brutta, vediamo che ristrutturazione è possibile farne. E’ uno di quei rari casi in cui l’intervento dell’architetto, proprio nel suo specifico, può dare un minimo di contributo alla soluzione del problema, verificando anche, subito, se la spesa che comporta questa ristrutturazione è compatibile con i risultati, che comunque saranno insoddisfacenti. »
Il riciclaggio del patrimonio pubblico: sconfitte e vittorie
Non tutti gli inserimenti di istituti superiori sono stati viziati da contrastate storie di acquisizioni, ma non per questo sono risultati economicamente meno disastrosi. Ecco una esperienza cocente. La popolazione scolastica della zona tra Cinecittà e Centocelle, al colmo della esasperazione individuò un grande fabbricato nella zona Prenestina, esattamente a via Aquilonia, che risultò essere l’edificio del Patrimonio del Comune di Roma. Era usato per depositare le attrezzature comunali, dagli scenari del teatro dell’Opera, ai banchi.
« La decisione di utilizzare a scuola questo edificio anomalo, — dicono gli studenti
del seminario — nacque in seguito alla occupazione effettuata dai comitati di quartiere e durata otto giorni. Sembra che durante un’assemblea tenuta nei locali del Sunia fosse stato fatto notare ai comitati che questo edificio ben difficilmente si sarebbe adattato a scuola, ma fu risposto che si sarebbero battuti lo stesso per questo scopo se non altro per costituire un precedente. » « La lotta degli organismi di base è stata vittoriosa — dice Ugo Renna, — ma dobbiamo ammettere che è un affare sbagliato. Il Comune nel cedere quel fabbricato alla Provincia ha dovuto comprare altri edifici per un totale di otto miliardi; tra Comune e Provincia si spendono altri due miliardi per la riconversione. In totale, quindi, 11 miliardi per avere 200 aule, senza palestre né altro, con due piani interrati che non si possono usare. Cosa ci dice questa esperienza? Che la fretta e lo stato di necessità non possono giustificare queste cattive spese. »
Le pressioni dei comitati di quartiere sono dunque irrazionali? « No — riprende Renna—. Queste storie dell’edilizia scolastica romana ci hanno mostrato la coscienza di interi quartieri. Due esempi: da Monte Verde, quartiere con migliaia di alunni, soffocato dalla mancanza di scuole, era venuta la proposta di acquistare un edificio costruito da privati già con destinazione scolastica. Gli studenti si sono opposti alla spesa di un miliardo e mezzo chiedendo la definizione di una prospettiva migliore e accettando, nel frattempo, anche i disagi dei doppi e tripli turni. Purché i soldi fossero spesi bene. Anche al Flaminio gli studenti e i gruppi democratici si sono opposti all’acquisto di un villino per un miliardo e 200 milioni, preferendo una spesa più oculata.
Quindi, da una parte, abbiamo il caso di via Aquilonia, affrontato superficialmente, e dall’altra parte, un rifiuto cosciente del quartiere di soluzioni precarie. » Altro esempio positivo è rappresentato dal lavoro politico che si sta sviluppando intorno ai locali della ex-GIL a Ponte Milvio. Si tratta di circa 3000 m2 utili, occupati ancora dalla GIL in liquidazione, all’interno di un edificio già in parte occupato dall’IT. Bernini e da altri organismi pubblici. Gli studenti e la CGIL- scuola del Bernini vorrebbero espandersi in quello spazio. « Ma a nostro avviso — dicono gli studenti del seminario di “architettura sociale” — non tengono in giusto conto le esigenze di
decentramento: il Bernini è l’unico istituto di Roma specializzato in chimica. Raccoglie studenti di tutta la provincia e anche di più lontano. »
Il comitato di quartiere, ponendosi nella stessa ottica, chiede che questo edificio sia destinato a liceo scientifico. Altre forze, in particolare la sezione comunista e la consulta giovanile, hanno avanzato le richieste di un centro sociale integrato, facendo riferimento alla legge regionale per i consultori familiari, alla previsione della costituzione dei centri culturali circoscrizionali, ed anche a quelli sportivi. « Noi abbiamo contattato queste forze — dicono gli studenti del seminario — collegandoci in particolare all’ipotesi del PCI che ci sembra la più rispondente. Abbiamo fornito una documentazione specifica per rapportare le diverse soluzioni. Comunque sappiamo che la scelta deve essere in primo luogo politica, in quanto non è possibile dare indicazioni di priorità esclusivamente su considerazioni tecniche. » Questi casi indicano il livello di mobilitazione raggiunto a Roma intorno al problema dei servizi, in particolare scolastici. Nessuna programmazione potrà prescinderne. Ma è sempre necessario scegliere tra una destinazione e l’altra, sacrificando esigenze legittime?
« Non depriverei affatto l’istituto — dice Cicconcelli — di quei servizi che sono chiesti anche dai comitati di quartiere. Molti di questi possono essere integrabili; è possibile un uso rotatorio dei locali per i diversi fini che entrambi gli organismi si prefiggono. Se nascono dissidi nella gestione è inevitabile che un organismo debba trovare locali altrove, ma si tratterebbe di sperperi dovuti solo a cattiva volontà. Tutto questo è più facile se i locali per attività sociali vengono affidati alla Amministrazione comunale, che può cederne l’uso a fini scolastici; mentre non è semplice il contrario perché il Provveditorato ancora impedisce l’uso aperto dei locali della scuola. »
La privatizzazione del patrimonio pubblico
Le lotte degli studenti e delle organizzazioni di base hanno anche denunciato casi di privatizzazione di istituti pubblici. Vediamo il caso del Convitto Nazionale. « Il discorso sul Convitto è semplice — dicono gli studenti del seminario —. Riguarda la assoluta impossibilità di penetrare in questa struttura apparentemente aperta. »
Il Convitto è un collegio dello Stato nel quale gli studenti sono ammessi se hanno particolari titoli specificati dalla relativa legge istitutiva. I residenti, teoricamente, dovrebbero andare nelle scuole esterne. Ma qualche Convitto, avendo locali disponibili, chiede al Provveditorato agli Studi la istituzione di una scuola interna. « Per mantenere il feudo e i cancelli ben serrati — dicono gli studenti — affittano i locali al Comune per avere le scuole che servono a loro. Gli esterni non dovrebbero essere ammessi. Accade invece che alcuni alunni vengono iscritti come semiconvittori per riscuotere l’appannaggio, e poi “liberati” dietro presentazione di un certificato medico che attesti l’impossibilità per il ragazzo di mangiare alla mensa scolastica. Tutto questo poi per iscrivere i ragazzi ad una scuola dove, a quanto risulta, la didattica è quanto mai stanca, e si sviluppa in piena assenza di attività sociali ed integrative. Comunque c’è un grande sperpero: ambienti del tutto inutilizzati, attrezzature sportive che il quartiere non si sogna nemmeno. Ci sono domiciliati il rettore, il vice rettore, il bidello, il custode, il guardiano, il cuoco e chissà quanti altri mai. E’ un insieme di privilegi. Lo spiacevole è che non si riesce a dimostrare niente. Quando abbiamo preso contatto abbiamo cercato di parlare con gli addetti: il rettore, che è anche preside, è latitante, in viaggio da mesi. Vi sono alcuni vice che, palleggiandosi le attribuzioni, non rispondono mai a nessuna richiesta di informazioni.
E’ una struttura che sfugge: è come un gomitolo di cui non si riesce a trovare il capo. La stessa chiusura hanno trovato i comitati di quartiere.
Forse abbiamo sbagliato noi a fermarci; ma a un certo momento ci sembra di essere don Chisciotte. »
Le lotte degli studenti hanno rivelato questa situazione: a Roma decine e decine di fabbricati pubblici sono parzialmente utilizzati o non lo sono affatto e vengono lasciati deperire. I comitati di quartiere sono impegnati nella individuazione generale del patrimonio pubblico, per avviare poi, come hanno dimostrato, ricerche serie, oculate, dei possibili usi e delle spese. « Al di là del problema della scuola — dice Ugo Renna — non c’è dubbio che si debba recuperare questo patrimonio pubblico. Anche nel patrimonio della Provincia abbiamo fenomeni di inutilizzazione. Nel centro
Storico a via Buoncompagni e Prefetti, abbiamo due stabili del ‘600 che il PRG destina ad abitazioni o uffici. Ma la Provincia non ha questi compiti di istituto, né può restaurare questi fabbricati per darli poi in fitto. Restano solo due alternative: vendere (ma un ente pubblico non può alienare un bene a favore della speculazione) o ristrutturare per servizi di quartiere. » Ma rimane pur sempre aperto il problema delle scuole della Provincia: per almeno 4 o 5 anni, per il tempo necessario per la costruzione di scuole nuove, sarà indispensabile il ricorso al fitto. Quindi fitto da una parte e palazzi inutilizzati dall’altra. E’ una contraddizione insanabile?
Gli edifici scolastici storici
Le condizioni di vita scolastica all’interno degli edifici storici sono il più delle volte insostenibili. Gli standard non sono rispettati, mancano ambienti considerati dalle ‘norme tecniche” indispensabili, le condizioni di abitabilità sono al di sotto dei livelli minimi.
Per documentare questa situazione un gruppo di studenti del seminario ha esaminato la Trento e Trieste, una scuola situata nel centro storico, in un edificio che originariamente era la casa grande dei Barberini.
« L’atrio è costituito da un corridoio di due metri — dicono gli studenti. Le aule sono situate al 4° e 5° piano in quanto quelli intermedi sono affittati ad altre scuole. Naturalmente non c’è l’ascensore e quindi è escluso l’inserimento degli handicappati. Sarebbero disponibili terrazzi enormi che la scuola vorrebbe utilizzare per lezioni all’aperto, ma mancano protezioni adeguate e la Soprintendenza ai Monumenti vieta reti di protezione. Se la Soprintendenza non fa mettere una grata, figurarsi le difficoltà per interventi di adattamento. » Il nodo fondamentale viene subito in risalto: gli interessi istituzionali della Soprintendenza limitano il godimento di questi edifici a fini scolastici. Una spietata documentazione dei disagi nascenti da questo rapporto impossibile porta ad una definizione chiara del problema: o si interviene decisamente con la ristrutturazione, o si rinunzia alla utilizzazione a fini scolastici di questi edifici.
Questo caso è esemplare, e ci indica l’esistenza di fattori in contrasto: la frequenza non è in decremento, unico esempio nel centro storico (anzi se la scuola fosse migliore assorbirebbe i ragazzi che vanno presso istituti privati); le condizioni sono intollerabili; il palazzo ha valore storico.
Una via di compromesso bisogna pur trovarla; in fin dei conti non è un intervento speculativo. Sarà necessario provare a definire in pratica quale può essere il limite tra l’intervento e la salvaguardia. Condizioni di disagio, anche se non cosi accentuate, si riscontrano anche in istituti alloggiati in edifici nati con specifica destinazione scolastica, ma in periodi ormai storici, con ideologie dell’educazione oggi rigettate. A Roma esiste un considerevole patrimonio di edifici scolastici costruiti nel periodo umbertino o subito dopo. Per essi il problema della ristrutturazione si presenta in termini esclusivamente economici, o anche di rispetto di valori storico-ambientali? Affrontiamo il problema considerando il liceo Mamiani realizzato in Prati tra il 1925- 30. Progettato da Vincenzo Fasolo, è forse la sua cosa migliore; ha impianto e distribuzione a tutt’oggi adeguate; aule luminose; atri, scaloni e disimpegni forse esuberanti. Risulta però decisamente carente di servizi per la vita associativa. Limitazione particolarmente sentita, in quanto il Mamiani, disponendo di una gestione aperta, democratica, è un punto di appoggio di molte attività di quartiere. La stessa sala di riunioni, la vecchia “aula magna”, contiene appena duecento persone.
E’ una struttura praticamente intoccabile – dicono gli studenti del seminario —. Ci si
deve limitare a studiare le possibilità di utilizzare meglio i locali.» Questa frettolosa esposizione ha messo in luce alcuni problemi relativi all’inserimento di istituti scolastici in edifici preesistenti ed altri relativi alla ristrutturazione di edifici scolastici costruiti da 50 a 100 anni fa. Il rinnovamento di questi edifici attende una indagine estesa e approfondita, ancora tutta da impostare, richiesta implicitamente anche dalla nuova legge finanziaria per l’edilizia scolastica, la 412, laddove stabilisce che parte delle somme possono essere destinate al “riadattamento” di vecchi edifici. Tra l’altro, manca qualsiasi indicazione di costo per poter avviare una programmazione degli interventi.
Questi edifici costituiranno comunque una tipologia diversa da quella ufficiale delle realizzazioni; non è escluso inoltre che anche a situazione scolastica sistemata,
le scuole vecchie siano più numerose di quelle nuove. Nasce lo stimolo di dare norme sempre più comprensive e la perplessità ulteriore circa la possibilità di prefigurare una linea tipologica, e, soprattutto, circa la sua utilità. Inquadrata cosi la materia, avviamoci a conoscere il nuovo Buon Pastore e l’ITI di Ferrara.
2. Nuove realizzazioni: il progettista, la “partecipazione”, la tipologia Il progettista
« Nel bando di concorso c’era il barlume di un grande disegno — dice Pellegrin —. I politici sono stati in grado di raccogliere gli umori sociali ed hanno potuto orientare il progetto presentato dalla Ipisystem per il Buon Pastore verso una soluzione corrispondente all’attesa popolare. Si tratta della volontà di un Centro scolastico. Ma la risposta alla richiesta del bando non ci è sembrata sufficiente se, oltre le norme, si guarda insieme al mondo della scuola come un luogo ove profonde modifiche stanno avvenendo; si guarda insieme alla gente che, abituata a sostare fuori dai cancelli della scuola, forse comincia a capire che le attrezzature dell’imparare non sono solo per i minorenni; si guarda insieme al genitore, all’amico dello studente che possono sospettare e quindi promuovere che il luogo della scuola sia anche un luogo di incontro comune. Il sospetto di tutto questo è venuto dallo splendore del posto. Il quale, tra l’altro, mi costituiva un ulteriore problema essendo il luogo dove io giocavo da bambino. Avevo un rapporto con quella terra, e la distruzione di quella valle proposta dal piano regolatore nel senso che era previsto un livellamento, mi offendeva. Offendeva me bambino. E toglieva un valore già fatto, già pronto, già gestibile per cercarne un altro per il quale non si avevano né i soldi né l’immagine. Mi sono riproposto di salvare la valle, di renderla uno spazio sociale attivo. Per ottenere questo, ho cercato nell’ambito delle cose proponibili un fatto tecnologico che mi consentisse di lasciare libero il pianoterra. Ho fatto riferimento alle autostrade. Nel progetto ogni pilastro porta 700 metri quadrati. »
Ecco come introduce Pellegrin il progetto del nuovo complesso scolastico del Buon Pastore: sensibilità alla domanda sociale, coinvolgimento emotivo, risorse tecnologiche. Sembra tutto in ordine. E invece inserisce un po’ di perplessità negli schemi consolidati: non vale il fatto che un solo architetto interpreti in prima persona situazioni complesse, programmi di grandi dimensioni.
« Ci sono gli architetti attenti che ascoltano quello che la società chiede, e architetti disattenti che non ascoltano. Gli architetti che ascoltano i burocrati non hanno mai risolto niente.
Con questo non sono contro le norme. Dico solo che non sono sufficienti. La sostanza del rapporto che puoi stabilire tra il prodotto-materia organizzata in architettura e gente non è codificabile. Io ripeto sempre un aneddoto. Durante una intervista, Fuller, a chi gli chiedeva “se diventasse commissario generale dell’edilizia per gli Stati Uniti, cosa farebbe”, rispose “darei le dimissioni”. Alla sorpresa dell’intervistatore lui spiegò semplicemente che se Edison avesse dovuto chiedere ad un commissario straordinario di inventare la lampadina non l’avrebbe inventata. Lui l’ha inventata, ma non aveva assolutamente il permesso di inventarla.
Le norme non mi fanno nessun dispiacere; sono corollari a volte ingombranti, a volte indispensabili.
Ma il problema della scuola oggi è tutt’altro. Oggi è una richiesta di base che secondo noi ha moltissime voci, ed anche voci ad alto volume, che possiamo tranquillamente raccogliere. E se le raccogliamo, la nostra disposizione nei confronti della tipologia scolastica diventa diversa. » Gli faccio osservare che l’interpretazione della domanda di base è compito delle istituzioni, delle strutture. Il tecnico progettista rientra come strumento a disposizione degli organizzatori della domanda. « Siccome questa struttura non esiste, nemmeno come codificazione burocratica, mentre attendiamo che venga creata una legge che la permetta, che venga creato questo “corpo di specialisti” che raccoglie le istanze di base e le trasforma nel tempo attraverso esperienze in decalogo, noi abbiamo, per questo lasso di tempo, la meravigliosa occasione di fare quello che ci pare come ascoltatori diretti. »
Questo atteggiamento fino a che punto si differenzia da quello di un gruppo professionale impostato, come la Coper, su basi di collaborazione tra più tecnici? In termini anche un po’ provocatori ricordo a Quilici che, presentando in altra occasione il loro progetto di via Damiano Chiesa a Roma, avevo definito la loro attività come “professionalismo impegnato”. Condividono quella etichetta?
« La rifiuto — dice Vieri Quilici — e non soltanto perché suona male. Il vero professionalismo oggi è quello che produce, che vende “immagini”. Pensa ai grossi palazzi per uffici di Milano. Per quanto ci riguarda, noi miriamo sempre alla integrazione con la situazione economica locale, quindi anche politica e culturale. Se questo è professionalismo, mi sembra giusto. Ma non significa rinunziare al proprio ruolo di progettista, anzi. Nella impostazione del nostro lavoro c’è l’atteggiamento sperimentale, che in questo caso è rivolto all’invenzione tipologica; questo va al di là dell’atteggiamento “professionale”.
C’è una componente soggettiva, disciplinare, ed è il tentativo di trovare un riferimento contestuale preciso, non generico. Quello di Ferrara non è il progetto fatto per essere pubblicato sulla rivista di architettura. E’ un progetto per quel tipo di committente, per quella città. »
L’organizzazione della domanda La partecipazione
In quale maniera si definisce l’intervento della domanda sociale nella elaborazione del progetto e, in seguito, nella sua stesura definitiva?
« Nel caso di Ferrara — dice Vieri Quilici — è interessante il rapporto tra la tipologia scolastica e la media periferia. Diventava occasione per un ripensamento della relazione tra residenza e servizi, tra centro e periferia.
Si caratterizza come struttura produttiva, sia dal punto di vista culturale che da quello del rapporto con le unità produttive locali. Assume cioè il significato di “luogo di produzione”, oltre che di servizio culturale, didattico.
Anzi, questa struttura scolastica aveva il compito di diventare un possibile punto di qualificazione nel rapporto tra città-centro e territorio.
Tutto questo era dentro il bando di concorso; in quel periodo era in pieno sviluppo il dibattito sulla variante al Piano Regolatore Generale, che coinvolgeva appunto i rapporti tra la città e il territorio, tra l’agricoltura e l’industria. Anche questo dibattito ha influito sul bando di concorso. » « Nella fase esecutiva — aggiunge Vittore Martelli, che ha collaborato con la Coper alla progettazione — abbiamo proposto alcune varianti al corpo insegnante e sono state accettate. Semplicemente. Ne abbiamo discusso anche con la popolazione, ma l’interessamento si è registrato soprattutto sull’intervento edilizio, meno su obiettivi e contenuti. Le difficoltà di intervento dei non addetti crescono con l’allargarsi delle implicazioni, che per Ferrara nascono appunto dal problema storico dell’antitesi tra città e campagna. A questo livello la “partecipazione non è più proficua”. »
Sembra dunque che le realizzazioni nuove non riscontrino lo stesso interessamento che investe invece, appassionatamente, le varie fasi di acquisizione e ristrutturazione di edifici preesistenti.
La tipologia
L’assenza di domanda organizzata consente all’architetto una operazione di “esproprio”. Ogni intervento può diventare la “sua” occasione, per affermare la propria “ricerca”. Questa possibilità si poneva per Pellegrin, sia per la scuola di Pisa, sia per il Buon Pastore, come per la scuola per geometri di Vicenza, realizzata da poco. Ma l’assenza del condizionamento imposto da una domanda organizzata non ha determinato fughe verso l’astratto. Quali sono dunque gli elementi salienti di
questa produzione, che possono essere estrapolati dalle singole realizzazioni e resi proposizioni generali? L’interesse che emerge dalla esperienza del Buon Pastore è costituito dal fatto che con l’impiego logico della materia la struttura consente ogni cosa, pur mantenendo inalterato il complessivo dell’edificio. Qui c’è una struttura rovesciata: le fondazioni stanno in alto e l’edificio è sospeso.
Comunque si tratta sempre di una ipotesi elementare, da un punto di vista edilizio. Pisa invece è un fatto complesso, è una evoluzione del progetto edilizio. Cosa ne pensa Ugo Renna, membro, a suo tempo, della commissione giudicatrice dell’appalto-concorso del Buon Pastore? « Quello del Buon Pastore è un caso fortunato — dice Renna — è stato un concorso intorno al quale la commissione ha lavorato tre, quattro mesi.
Il progetto della Ipisystem era assolutamente nuovo, non solo per l’integrazione con il quartiere, ma anche per la concezione degli spazi.
L’Ipisystem aveva concepito un progetto che, secondo me, capovolgeva un po’ il sistema tradizionale per il quale si comincia dalle fondamenta fino al tetto. Era una grande gabbia, io lo ricordo in questa maniera, e i vari piani erano attaccati, dall’alto
in basso, uno all’altro.
Al di là di questa particolarità tecnica, il progetto dell’Ipisystem indubbiamente aveva una concezione degli spazi diversa: il piano terreno è un grande atrio con pochissime colonne, immediatamente utilizzabile, non era sprecato niente. E’ una specie di piazza, di agorà.
Noi abbiamo detto: è vero che forse i tempi di costruzione e la spesa di questo progetto sono leggermente superiori, ma non c’è dubbio tuttavia che avremo una scuola qualificata.
Non una scuola futurista, ma quella che si potrà desumere dalla riforma. Cioè locali che possono essere intercambiabili, dove l’uso dello spazio può essere di volta in volta stabilito e delimitato con accorgimenti sussidiari. »
Il progetto di Pellegrin per il Buon Pastore è molto semplice, la tipologia è immediatamente afferrabile.
Il complesso è costituito da tre corpi paralleli, uno a terra e due sospesi, attraversati da collegamenti in senso longitudinale (a terra) e tr asversale (parzialmente aerei). I due corpi sospesi si rastremano verso il basso. II piano a terra è tutto vuoto. Per ottenere questa liberazione è stata adottata una struttura da autostrada: grandi cavalietti sorreggono travi affiancate; a queste è appesa l’orditura di tiranti metallici portanti i piani.
Quindi grandi spazi pubblici a terra; ambienti a disposizione della comunità; flessibilità nei piani didattici. Il complesso si presenta come un tessuto connettivo tra le zone urbane tagliate dalla valle dei Casali. Paradossalmente, in un momento in cui tutto sembra essere contro la definizione di un “tipo”, in un momento in cui la istituzione cambia, la didattica cambia, la gestione cambia, emergono delle indicazioni che si configurano come “costanti”. Ma a ben vedere non si tratta di un assurdo storico, in quanto queste costanti rappresentano appunto l’incertezza, l’instabilità, la precarietà dell’istituzione da una parte, e dall’altra gli stati di avanzamento della collettività verso la riapprovazione del patrimonio pubblico.

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