L’architettura italiana dei primi anni ’70

    Esattamente dieci anni fa la rivista «L’Architecture d’Aujourd’hui» realizzò un numero monografico dedicato, con il titolo Italie 75, all’architettura italiana dei primi anni ’70. Il fascicolo, che ebbe un notevole successo, faceva il punto sulla magmatica situazione della progettazione architettonica in Italia negli anni che avevano seguito il boom economico.
    In copertina, a emblematizzare quella situazione, campeggiava, su un cielo blu offuscato da minacciosi nuvoloni, un’erma bifronte.
    L’allegoria era esplicita. Georges Teyssot la caricava poi di ulteriori significati nell’editoriale di apertura che aveva per titolo una metafora altrettanto chiara: Après la fête.
    “Ormai in Italia regna un’atmosfera strana ed irritante di ‘dopo festa’. 1955-1975: è la fine di un periodo che ha visto la più grande trasformazione economica e sociale che questo paese ha subito dopo la sua unità.
    La tendenza a rifugiarsi, per alcuni, nel brusio felpato della tecnologia quotidiana, per altri nell’altezzoso silenzio dei ‘valori’ — la Storia, il Monumento, la Città, il Tipo: che categorie ideali! — è il segnale della fine di un ciclo.
    …Innanzi alla ‘disorganizzazione’ funzionale della nostra società e del nostro sapere, non è più tempo di proporre gli ‘eterni’ modelli della razionalizzazione”. Scorrendo le pagine di questi nostri Annali, non è difficile accorgersi che il decennio trascorso ha, se non proprio mutato il modo di fare architettura, almeno modificato sensibilmente l’atteggiamento generale dei progettisti.

    Volendo accennare ai più generali caratteri distintivi che separano questi due regesti, non si può innanzitutto non notare come, in questi dieci anni, si sia compiuta una lunga e tranquilla digestione di quelli allora individuati come i caratteri emergenti della architettura italiana: la tecnica come linguaggio, la storia come fondamento.
    Non che questi obiettivi ideali, queste stelle comete abbiano esaurito il loro corso; diciamo piuttosto che il tempo sembra aver smussato le asperità, trasformato l’alterigia in tolleranza, attutito contrasti e passioni. E non vogliamo con ciò affermare che l’architettura italiana abbia nel frattempo perso una sua ideale carica al rinnovamento, alla ‘rifondazione’ come si amava dire, ma che piuttosto questa abbia visto stemperarsi i suoi toni da crociata: l’architettura militante ha smesso la divisa per assumere gli abiti della vita civile. Con indubbi vantaggi: una assai più diffusa qualità degli interventi, una acquisizione di nuove competenze negli uffici tecnici e tra i professionisti.
    Può apparire strano che ciò sia accaduto proprio in un decennio connotato dalla crisi economica (ma anche, non dimentichiamolo, dalla rivendicazione di nuovi ruoli da parte degli enti locali, dall’ingresso nel mondo professionale della grande ondata dei laureati formatasi nel ’68 e sulle riviste di architettura); ma a caratterizzare l’architettura italiana sembra oggi, non certo un qualche astratto modello di razionalizzazione, del resto ormai assai poco di moda, ma pur sempre la ‘ragione’. Infatti è proprio questo il più evidente carattere comune della recente architettura italiana, al di là delle presenti, e rilevanti, differenze di linguaggio: il tono ‘civile’, coscientemente pacato e convincente, del discorso che si va facendo. Quali sono i momenti distintivi di questa nuova ‘architettura della ragione’? Senza tentare impossibili bilanci e discutibili accostamenti, possiamo comunque proporre alcune riflessioni. 1 – Viviamo anni di architettura pudica, in cui ogni segno o segnale è sottomesso alle convenzioni della comunicazione ed i significati non sono mai espliciti, ma mediati e traslati; così come in epoca vittoriana si drappeggiavano le gambe dei tavoli, volendo significare l’occultamento alla pubblica vista di altre intimità, che non quelle delle opere di valenti ebanisti, si eclissa oggi con eguale pudicizia la fisicità della funzione che l’architettura è chiamata ad accogliere. Aleggia fra queste opere uno spirito ormai abissalmente lontano, tanto dal rigoroso binomio forma-funzione, quanto dalle enfasi di significato formale caro a romantici ed espressionisti. C’è invece un vezzoso pudore che si ammanta di varie giustificazioni: quella del ruolo urbano, del rapporto con il contesto, della funzione sociale del committente.
    Può così accadere che non siano riscontrabili soverchie differenze di connotazione fra un complesso di residenze popolari ed una costruzione per uffici, fra un centro di servizi pubblici ed una scuola sindacale, fra un centro direzionale e la sede di un consorzio di produttori di formaggi. La trasformazione di ruoli e valori che ha attraversato la nostra società negli ultimi quindici anni ha condotto a procedimenti di libera risemantizzazione, in cui l’oggetto architettonico è caricato, con moto centripeto, di significati ad esso esterni, se non estranei, che sopravanzano di gran lunga quelli del manufatto. Il dato nuovo è insomma che la funzione non appare più fra i componenti maggiormente significativi di una architettura, e quando vi permane, la sua affermazione viene celata dietro il diaframma culturale interposto da forme più o meno archetipe. Si fa, ma non si dice.
    – L’ardore anti-monumentale degli anni ’50 e ’60 ha prodotto una infinità di architetture-monumenti; in anni come questi, in cui gli architetti sono accusati, a ragione o torto, di voler produrre solo monumenti, si realizzano al contrario, solo architetture moderate e contenute, rigidamente controllate e avulse da eccessi emotivi. Moderazione che stempera anche quella caratterizzazione di ‘scuola’, assai presente un decennio addietro. Non sono scomparse le ‘tendenze’, ma piuttosto la carica che portavano morde meno, nella abitudine ormai invalsa alla loro continua presentazione attraverso le riviste di architettura, nella rapidità del consumo dei progetti architettonici che è di questi anni. Così anche i segni distintivi delle specifiche scuole, la prevalenza del tipo, dell’analisi urbana, si sono affievoliti, verso un grande e nuovo primato, quello del progetto.
    – Quell’anelito di rapportarsi con la storia, che era stato il carattere più rilevante delle ricerche architettoniche degli anni ’70, continua ad essere presente e prevalente nell’architettura italiana. Ma di quale storia si tratta? L’amalgama è avvenuta e i riferimenti recentissimi si fondono con gli antichi nel gusto della citazione criptica. La sibilla parla, ma il suo linguaggio è calibrato per fornire una sequenza di molteplici interpretazioni. Siamo di fronte ad un fenomeno complesso di neo-ecclettismo di stampo erudito ed enciclopedico, ma dal carattere assolutamente arbitrario e soggettivo. È noto che terminata l’esecuzione del villaggio neomedievale al Valentino, Alfredo D’Andrade così spiegò il significato dell’opera compiuta: “Ogni cosa in questo insieme è un particolare vero, e uniti formano una raccolta di elementi tolti dai monumenti più noti ed anche dai meno conosciuti del Piemonte, un inventario di tutti i dettagli che volli inclusi nel Villaggio e nel Castello, un dizionario del genere di quello che Viollet-le Duc aveva compilato per l’arte del Medioevo”. Nessun criterio con finalità didattico-scientifiche così esplicite connota oggi il rapporto con la storia e l’architettura storica; si tratta piuttosto di un irriverente atteggiamento, libero ed eterodosso, di recupero di pezzi e frammenti, che ha lontani precedenti nella fantasiosa riutilizzazione che in epoca medievale veniva fatta delle testimonianze della classicità e precedenti metodologici assai più prossimi nei modi dada e della pop-art.
    – Una attenzione particolare va poi rivolta all’effettivo mutamento avvenuto nella committenza di opere qualificate in Italia, dove si è ormai affermata una ‘nuova committenza’ pubblica. In essa spicca la pressoché assoluta latitanza dello Stato o dei suoi organi decentrati, mentre è attiva ed anzi trainante la presenza degli enti territoriali: comuni, province, Iacp provinciali. È poi ancora interessante notare come nella provenienza della committenza, predominino i centri piccoli o medi, quelli in cui lo sviluppo urbanistico contenuto e la capacità finanziaria limitata sembrerebbero relegare il ruolo degli enti amministrativi alla funzione di comparse. In Italia, invece, ‘piccolo è bello’, e la nuova architettura italiana è pressoché tutta qui, con una singolare distribuzione geografica, che sembra seguire le misteriose piste del ‘made in Italy’. La provincia italiana ha dunque espresso sia nella committenza delle amministrazioni pubbliche, che in quella privata, un desiderio di qualità architettonica ed una capacità di compimento delle iniziative progettuali assai maggiore di quella dei grandi centri urbani. L’altro fenomeno rilevante, suscitatore di committenze, è costituito, come è ormai noto, dal succedersi di eventi eccezionali, catastrofi e cataclismi che con puntualità colpiscono l’Italia. Sono scaturite da queste occasioni luttuose situazioni progettuali del tutto eccezionali, un campo di applicazione degli studi sulla costruzione urbana, che è forse ancora difficile valutare nella sua interezza, ma che rappresenta probabilmente uno dei più rilevanti momenti della produzione architettonica di questi anni.
    Certo, numericamente parlando, le opere di qualità che effettivamente ultimano il loro iter realizzativo in Italia continuano ad essere in numero limitato, il fenomeno dello spreco di energie progettuali è rilevante e la massiccia partecipazione ad ogni concorso ed il fenomeno che, con qualche ironia, è stato chiamato di auto-committenza lo attestano. Pur tuttavia la mortificazione dei progettisti non sembra poi avere decisamente intaccato la loro volontà creativa, depressioni e sindromi da utopia, assai contenute testimoniano questa tenace volontà.
    Che la dieta mediterranea giovi anche all’architettura?

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