Storia dell’architettura a Barcellona

    La città come giustapposizione di aree residenziali
    Da quando cinque secoli fa la città perse il suo ruolo di capitale, con la presenza di una borghesia emarginata dal potere politico dello stato spagnolo e uno sviluppo industriale autonomo che ha configurato una continuità nazionalista e ad un tempo un oblio del proprio carattere politico amministrativo, con una frana migratoria che viene ad aumentare la contraddizione tra l’isolamento della politica spagnola e la perdita di una propria personalità politica, Barcellona è fondamentalmente un insieme di residenza e industria.
    Ma al di là di un nucleo antico di origine medievale — con una struttura formale adeguata al ruolo di capitale — Barcellona è oggi una città carente di elementi primari, di forme «monumentali» rappresentative di particolare significato urbano. È una semplice giustapposizione di nuclei industriali e nuclei residenziali. E sono questi ultimi — essendo i complessi industriali ai margini — a conferire la immagine definitiva e significativa della città. Di conseguenza è possibile una analisi dei caratteri urbani attraverso la successione degli insediamenti residenziali.

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    Dalle aree più altamente urbane a quelle maggiormente disurbanizzate, Barcellona è un complesso di case di abitazione. Per questo si può tracciare l’analisi di una doppia corrispondenza: la forma urbana come conseguenza di un assetto residenziale e la edilizia residenziale in funzione di una pianificazione urbanistica.

    Due momenti di espansione
    La Barcellona moderna ha avuto due precise fasi di espansione, entrambe in un rapporto coerente con il rispettivo modo di intendere la forma urbana e il tipo residenziale.
    Le mura medievali furono demolite nel 1854 e nel 1859 fu approvato il Piano di Espansione dell’ingegnere lldefonso Cerdà che urbanizzava tutto il piano tra i fiumi Besós e Llobregat e tra il mare e il Tibidabo fino a integrare — più o meno efficacemente — i vecchi nuclei urbani compresi in questo territorio. Si trattava di un piano così strettamente definito nella dimensione viaria ed edificatoria da determinare la forma urbana e gli elementi di connessione e di crescita rispetto al nucleo antico.
    Con le sue abilità e le sue anticipazioni, — malgrado le tergiversazioni imposte per lunghi anni non solo dalla speculazione fondiaria ma anche dall’adeguamento a uno sviluppo demografico superiore alle previsioni — il Piano prosegue con una efficacia che si concretizza in vari aspetti e, soprattutto, nel fatto di costituire per se stesso una potente matrice formale.

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    Questa matrice — applicata solo a funzioni residenziali — ha finito per sostituire quegli elementi primari assenti dalla città. È un caso tipico in cui l’elemento persistente rispetto alla dinamica urbana, il segno fisico della città, è il piano e il tracciato viario. In un certo senso, allora, potremmo considerare questa espansione come una zona residenziale che si costituisce come fatto monumentale in se stessa, come fattore significativo della città, senza bisogno di appoggiarsi a monumenti puntiformi di riferimento.
    La seconda importante espansione si produce dopo cent’anni in circostanze diverse. Con la medesima esigenza funzionale, insediamenti residenziali con una coda terziaria, ma senza alcuna volontà rappresentativa o di significazione urbana poiché sulla città pesa una emarginazione socio-politica. Il salto di espansione — più intenso e rapido del precedente — è assolutamente incoerente nei suoi parametri territoriali.

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    Le varie attuazioni urbanistiche vengono disseminate qua e là con una perdita totale delle relazioni con la entità urbana di Barcellona nel suo insieme. Ogni nuovo quartiere è l’immagine perfetta dell’emarginazione. Sostenuta da una ipocrita integrazione di urbanistica CIAM e da una legislazione che simula atteggiamenti moderni e progressisti la speculazione immobiliare è riuscita a distruggere del tutto l’immagine della città. I piani particolareggiati e i « Poligonos » — una denominazione che racchiude in se stessa l’idea della disintegrazione urbana — diventano strumenti per la promozione di unità-dormitorio che sono l’opposto tanto della città centralizzata e agglutinante quanto della città-regione disseminata ma urbanamente attiva.
    La forma urbana, la normativa, la tipologia architettonica, i metodi costruttivi, le dimensioni di intervento, la struttura finanziaria e produttiva, ecc., hanno nella dinamica delle due espansioni forme congruenti e caratteristiche. Il presente scritto tenta di dare un indice sommario di questi aspetti fondamentalmente legati al modo di concepire la residenza.
    L’oggetto della pianificazione e il promotore del Piano L’Espansione Cerdà fu messa in moto dopo una conoscenza approfondita della pianta topografica di Barcellona e una analisi esaustiva sulle condizioni di vita della classe operaia compiute dallo stesso ingegnere urbanista.
    Il Piano traccia con precisione i viali e indica gli allineamenti di tutte le future costruzioni. Lungo il suo sviluppo storico, gli allineamenti sono stati mantenuti così come la struttura di base della sua matrice formale benché le possibilità edificatorie siano andate aumentando fino a raggiungere l’attuale sovradimensionamento. Nel 1890 fu compilato il Regolamento edilizio di carattere fondamentalmente descrittivo che riconobbe e fece propria la realtà del processo.
    Piano e Regolamento costituirono una normativa coerente che fissò altezze, allineamenti stradali e profondità edificabili e determinarono, indiscutibilmente, la forma della città. La forma della città è così una decisione collettiva, bene o male assunta dalla Amministrazione, prima della partecipazione dei singoli promotori. Bisogna sottolineare che tra gli elementi formali importanti in questa configurazione furono la strada-corridoio e il lotto chiuso, entrambi intesi come insiemi uniformi per cui le diverse unità, prodotto di singole iniziative private, trovano una scala che le riunifica a livello urbano.
    La seconda espansione si attua su una base geografica e sociale probabilmente molto meno esplorata di quella di Cerdà. Il Piano Comarcal del 1953 indica sommariamente alcune linee direttrici limitandosi a definire le destinazioni d’uso e i grandi viali. Secondo la legislazione vigente è il gradino successivo nella pianificazione — il Piano Particolareggiato, generalmente di iniziativa privata — che ha il compito di definire e sviluppare i viali, la distribuzione dei volumi edificabili le altezze e, in definitiva, la forma e la struttura di quel settore della città. Questa libertà di progetto, che sembra suggerire la possibilità di un potente intervento professionale dell’architetto, ha segnato senza dubbio il fallimento di questo processo e di questa architettura.
    La discontinuità dei Piani Particolareggiati — che si erigono come Poligonos isolati dalla totalità cittadina — e la mancanza di una precisa definizione dell’urbano, del contenitore edificabile, vanificano i caratteri del progetto architettonico eliminando uno degli interlocutori del dialogo tipologia edilizia-morfologia urbana e finiscono per produrre una architettura in funzione degli immediati criteri di costo, delle esigenze normative più spicce spesso dislocate nel tempo e, naturalmente, della insaziabile volontà di speculazione dei promotori.
    Abbandonando in questo modo la parte operativa del Piano alle iniziative private non si definisce un intorno urbano, né si favoriscono le proposte architettoniche.

    I promotori e gli utenti della abitazione
    Nonostante le analisi statistiche compiute da Cerdà sulla classe operaia come destinataria presunta di gran parte della espansione, questa fu sin dal principio occupata dalla borghesia che si affrettò a uscire dalla invisibile congestione del centro antico. La classe operaia seguì occupando le aree a minor costo: il centro e i comuni periferici.
    Tra il 1860 e il 1890 si costruì una media di 127 abitazioni l’anno in Barcellona e di 267 nei comuni vicini. La prima cifra comprende la espansione e il centro, ed è probabile che gran parte di queste abitazioni appartenessero al centro, in virtù della occupazione delle antiche proprietà della chiesa, che restarono abbandonate dopo la legge di alienazione.
    L’incremento naturale era negativo (diminuzione di 1.000
    abitanti l’anno) però compensato largamente» dalla immigrazione che portava il saldo a un incremento annuo della popolazione di Barcellona di circa 2.500 abitanti. Il processo è abbastanza chiaro; la borghesia si trasferiva verso l’espansione e il proletariato di nuova immigrazione occupava le vecchie e le nuova case del centro e dei comuni periferici. La borghesia costruiva le case dell’Espansione per uso proprio e per affittare, però in questo caso con prevalenza del valore d’uso su questo di scambio.
    L’operazione immobiliare speculativa non si presentava nei termini attuali. Le case prendevano nome dal proprietario che occupava il primo piano — per questo chiamato ‘piano nobile’ — il resto veniva affittato secondo una graduatoria sociale decrescente verso i piani alti. Proprietari e architetti avevano lo scopo di competere per la casa più bella nella strada più elegante, come si può vedere nella curiosa rassegna delle guide cittadine di allora.
    La specificità dell’uso e la volontà di significazione — e di personalizzazione — fecero sì che l’architettura residenziale contribuisse a costituire questa immagine coerente di città che, con il valore formale del Piano e il valore genetico della strada e dell’isolato, sostituisce la assenza di elementi primari. Le abitazioni della nuova espansione, invece, hanno un uso e una promozione affatto distinti una intenzione esclusivamente mercantile per una clientela che è fondamentalmente la massa operaia.
    I nuovi Poligonos a blocchi sconnessi, sparsi in piani scoordinati, senza relazione con la struttura urbana preesistente, furono, al principio, promossi dallo Stato che utilizzava terreni di scarso valore. Però molto presto il promotore privato si interessò di questa operazione speculativa.
    In Spagna lo Stato si è servito del settore della costruzione — e specificamente della costruzione di alloggi — come di un semplice mezzo per l’assorbimento di mano d’opera eccedente e quando questo non fu più necessario ha lasciato alla iniziativa privata tutte le decisioni nel campo dell’abitazione, dimettendosi dalle sue responsabilità. Questa destituzione di compiti ha un fondo profondamente politico: il regime spagnolo, instaurato cruentemente da una borghesia capitalista rapace, non può far altro che mantenere a oltranza il criterio della priorità di partecipazione dell’iniziativa privata nei fenomeni di interesse collettivo.
    Le iniziative private raggiungono il 90% delle abitazioni costruite in Spagna. Per un certo periodo lo Stato si è limitato a offrire delle protezioni economiche, ma in misura sempre minore e perciò con una automatica riduzione dei ricorsi a queste sovvenzioni: nel 1962 la percentuale delle abitazioni sovvenzionate era dell’ 82%, nel 1970 del 53,3%. In quanto al destino e alle finalità mercantili di queste abitazioni, nessun dubbio. Nel 1970, nell’insieme dello Stato spagnolo, l’85,96% furono date in vendita immediata o differita, solo il 12,22% in affitto e il 2,02 costruite in proprio. Queste ultime percentuali seguono una chiara linea discendente dal momento che nel 1964 erano rispettivamente il 24,91% e 5,32%.
    La assenza dello Stato nel settore della casa non fa naturalmente sentire esigenze nella normativa che praticamente non esiste al di là dello stretto indispensabile o degli aspetti puramente dimensionali e viene sostituita dall’appoggio dello Stato alle iniziative private, il quale ha lo scopo in teoria, e soprattutto in pratica, di facilitare i più feroci metodi speculativi.
    Dominata da questi interessi privati — attualmente volti a una pura operazione mercantile e neppure a un uso privato più o meno rappresentativo — la città, in quanto tale, cessa di esistere.

    La tipologia
    La evoluzione della tipologia residenziale dell’’espansione è molto significativa e manifesta una serie di tappe facili da individuare. Nonostante la istituzione dei nuovi tracciati — in molti aspetti innovatori nelle forme e nei propositi — negli edifici dei primi anni dell’espansione si mantiene l’immagine del palazzo aristocratico della via Montcada o delle più importanti vie residenziali della città antica.
    I migliori architetti dell’Eclettismo e del Modernismo creano un tipo destinato a una lunga persistenza. Il pianterreno è caratterizzato da un grande cortile — derivato dai cortili dell’ingresso carraio dei palazzi medievali e rinascimentali — che prende tutto l’edificio costituendo un elemento di ventilazione delle parti interne e un ampliamento spaziale della scala, anche questa rispondente alla tipologia dei vecchi palazzi.
    Il piano «nobile» — generalmente, come s’è detto, residenza del proprietario — è ancora più mimetico e pertanto tende a ignorare i piani che gli stanno sopra: spesso è messo in comunicazione col cortile e col vestibolo da una scala indipendente e molto rappresentativa.
    Gli alloggi hanno una distribuzione neutrale e sono ventilati ad un tempo sia dalla strada che dal cortile interno isolato, generalmente con due ampie stanze per facciata. Il resto è un grande corridoio fiancheggiato dalle stanze secondarie che prendono luce dal cortile della scala o da altri cortili minori. Questa distribuzione neutrale si è rivelata molto efficace per gli usi successivi al cambiare di alcune condizioni essenziali.
    I due ambienti agli estremi — facciata sulla via e facciata sul cortile interno — vengono usati uno come stanza da letto e l’altro, indistintamente, come salotto o pranzo, spesso senza attribuire una gerarchia speciale al fatto di dare sulla via o sul cortile.
    La stessa importanza attribuita al salotto e al pranzo è un fatto relativamente nuovo in questa tipologia borghese che — a differenza delle strutture residenziali del centro urbano — vi attribuisce una parte molto più importante nelle relazioni familiari.
    Quando questa relazione subì una nuova modifica intorno agli anni ’40, fu molto frequente un cambio radicale d’uso, molto ben assorbito dalla neutralità della distribuzione: si demolì il tramezzo che separava il salotto dalla camera da letto e si costituì il nuovo ambiente tipico di quegli anni: il soggiorno-pranzo.
    Le variazioni più importanti di questo tipo si produssero, sin dall’inizio, per l’adeguamento alla forma dei lotti, conseguenza della storia della suddivisione del suolo urbano. Altre furono conseguenza della forma irregolare delle smussature — angoli a 45 gradi e difficoltà di penetrare nel cortile interno dell’isolato. Altre furono il risultato dell’invenzione degli architetti per i quali le restrizioni formali del Piano furono spesso condizioni di stimolo. Questo diede luogo a un certo terreno di immaginazione a partire da invarianti tipologiche. Però, oltre a queste variazioni, le abitazioni Dell’Espansione hanno subito una successiva evoluzione abbastanza radicale pur mantenendo il rapporto con gli elementi formali definiti da Piano a scala urbana.
    Questa evoluzione e strettamente legata al cambiamento delle caratteristiche sociali ed economiche dell’utente, a e trasformazioni costruttive, alla nuova ideologia architettonica, alle nuove norme di uso, di igiene ecc. Forse il fatto più importante fu il cambiamento di superficie da 300 mq a 100 mq per cui la doppia facciata dell’alloggio — verso strada e su cortile — non si potè più realizzare. Così si ebbe la casa con quattro appartamenti per piano per la quale furono elaborate nuove soluzioni che tentavano di accogliere i nuovi aspetti della successiva evoluzione della normativa.
    Quando l’avanguardia degli anni ’30 — o il rinnovamento degli anni ’50 e ’60 —cominciò a operare all’interno di queste condizioni, ottenne risultati soddisfacenti, nonostante le restrizioni teoriche del Piano che impedivano una urbanistica di blocchi isolati o specificamente tipizzati e l’arretratezza delle “orme igieniche o di densità ancora presenti fig. 9). Cosi, il duplex, la pianta libera, la strada corridoio, gli spazi collettivi intermedi, la compenetrazione città-abitazione, il tetto giardino, ecc. e il corrispondente linguaggio storico, trovarono una certa cornice dentro le limitazioni stesse dell’espansione.
    L’ultima trasformazione importante corrisponde alla attuale terziarizzazione dell’Espansione, conseguenza della migrazione della borghesia verso i nuovi quartieri alti della città. Le antiche abitazioni hanno potuto trasformarsi in uffici e studi professionali, adeguando abbastanza bene la loro indifferenza distributiva ai nuovi usi.
    E’ curioso come questo non sia avvenuto per i nuovi insediamenti residenziali della seconda espansione. Nonostante la pretesa libertà tipologica di una urbanistica senza restrizioni formali, l’impegno per la ricerca di una nuova tipologia residenziale è molto scarso. Quasi sempre si tratta di una semplice applicazione acritica di modelli già configurati esclusivamente per gli interessi mercantili della speculazione edilizia con la debita interferenza di una normativa che non entra in rapporto con la città reale se non attraverso una inutile astrazione degli usi residenziali.
    La apparente libertà di progetto rappresentata dall’abbandono del lotto chiuso ha indotto, a Barcellona, la opprimente e inadeguata ripetizione di forme senza contenuto in tutti i Poligonos. Ancora una volta si dimostra che la precisione formale della città intesa prioritariamente come un fatto collettivo è un canale di ricerca tipologica molto più efficiente della libertà caotica e informale quando lo sviluppo immobiliare non è controllato da quegli interessi collettivi attraverso un efficace strumento operativo.

    La normativa
    Come abbiamo detto è molto importante l’evoluzione della normativa e la sua coerenza o incoerenza con i fattori costitutivi del tipo. Il Regolamento del 1856, nonostante fosse anteriore alla approvazione dell’espansione e avesse pertanto una attenzione esclusiva per il centro urbano, che ha problemi molto diversi, fu in vigore fino al 1890.
    Per esempio, tutte le norme relative alla larghezza delle strade si riferivano a dimensioni di 15, 20, 25, 30, 35 e più di 35 palmi (6,79 m) quando la larghezza minima della strada dell’espansione è di 20 m. Si tratta di una normativa fondamentalmente preoccupata degli aspetti esteriori dell’ambiente urbano: delle 23 norme, solo 2 si riferiscono alla abitabilità.
    Nel 1890, dopo la costruzione di alcune case nel nuovo tracciato, compaiono le prime norme che tengono in conto la struttura dell’espansione, benché inesplicabilmente vengano applicate indistintamente su tutto il territorio barcellonese. Per l’espansione i più significativi sono i 10 articoli destinati a definire la profondità edificabile e l’uso del cortile interno dell’isolato.
    I 5 articoli riferiti alla composizione architettonica si riducono a 2 e i 2 dell’abitabilità diventano 25. La nuova ripartizione di interessi nella normativa è dovuta senza dubbio alla maggiore importanza che nell’espansione assume la casa d’affitto sopra la casa di uso proprio con la conseguente necessità di proteggere le condizioni di salubrità dell’inquilino di fronte all’insorgere di un atteggiamento speculativo.
    Nel 1932 il nuovo regolamento non si discosta gran che da quello del 1890 se non per una maggior attenzione nei confronti dell’inquilino con l’aggiunta di 5 articoli sull’illuminazione e la ventilazione. Questo è un tema significativo. Il regolamento del 1856 non tratta l’argomento dei minimi di superficie dei cavedi poichè sussisteva l’idea del grande cortile con l’ingresso carrabile di cui abbiamo parlato. Quello del 1890 già teneva in conto il cambio di funzione di questi elementi, trattati in termini di igiene: si richiede ai cavedi di occupare come minimo il 12% del lotto se la casa ne ha uno e l’8% se ne ha due. Nel 1932 si prende coscienza della struttura edilizia dell’espansione e si richiedono cortili con 5 metri di lato per edifici da 15 e 23 metri di altezza. È sintomatico che quando, a partire da quegli anni, la speculazione definisce le sue esigenze, i promotori finiscono col vincere la partita a favore dell’uso abusivo del suolo e contro il livello di abitabilità: oggi, l’inquilino si trova meno protetto che nel 1932 poiché tutti i locali di una casa, salvo due, possono prendere aria da cavedi di11 mq per le altezze abituali degli edifici dell’espansione. Risulta evidente che il regolamento del 1932 segna una evoluzione importante costituendo, alla fine, una normativa specifica dell’espansione. Ciononostante, la sua stessa specificità e il suo ritardo cronologico comportano, due conseguenze gravi. La prima è la sua inadeguatezza alla realtà urbana dei comuni inglobati che quando vengono investiti da questo sviluppo vengono snaturati.
    La seconda è dovuta al sopraggiungere di una nuova situazione di cui il regolamento non ha tenuto conto: la sua emanazione coincide con la fuga dell’alta borghesia verso le zone della città con una pianificazione relativamente estensiva e la apparizione nell’espansione del piccolo alloggio per il quale la normativa è inadeguata. Questa perdita di contemporaneità tra il piano e la normativa è realmente grave. In questo caso ha generato un tipo di abitazione improprio: l’edificio con quattro unità per piano; unica soluzione che permetta di sfruttare la profondità del corpo di fabbrica pensato per tagli di alloggio più grandi anche se ciò comporta una riduzione delle qualità abitative e un aumento della densità che non sarebbe avvenuto in un contesto sociale ed economico ora scomparso. Però questa incongruenza continua nei regolamenti attuali con l’aggravante che si applicano — salvo alcuni dettagli estranei alle condizioni interne dell’alloggio — anche alle nuove zone di espansione prive di un piano.
    Oggi il tipo di aggregazione di alloggi minimi sorto nell’espansione risponde a criteri economici e di gestione che vengono utilizzati da operazioni immobiliari che ripetono semplicemente la stessa pianta nel blocco isolato, sia edifico in linea o a torre. Praticamente tutti i blocchi in linea sono elementi paralleli collegati dagli accessi, riproducendo un tipo derivato dalla necessità di sfruttare la profondità edificabile e di rispettare i cortili di aerazione dell’espansione. E le torri, per ventilare la scala 22 stanno adottando una pianta analoga. Così, una altissima percentuale delle abitazioni costruite a Barcellona, in qualsiasi condizione urbanistica, sono una trasposizione indiscriminata di un tipo nato entro una dialettica tra un piano e la normativa conseguente, anche se sfasata nel tempo.

    Conclusioni approssimate
    Così il caso di Barcellona illumina abbastanza chiaramente una serie di temi. I piani formalmente definiti — nel tracciato e nella normativa — offrono maggiori possibilità nel dialogo tipologia edilizia-morfologia urbana di un piano senza forma attuato in una giustapposizione di interventi architettonici isolati, fino al punto che spesso i tipi edilizi degli ultimi piani non sono altro che semplici trasposizioni di quelli originati nelle zone dove questo dialogo è operante. Nello stesso tempo esso è uno strumento — certamente insufficiente – per orientare gli interessi privati verso una dimensione urbana di significato collettivo. Nei piani formalmente definiti, la dialettica fra tracciato e normativa si rivela efficace.
    Questo dialogo può essere disturbato da uno sfasamento tra i due o dalla presenza di regolamenti che si sovrappongono allo spirito del tracciato per imposizione degli interessi speculativi, nel qual caso è la normativa che risolve da sè l’impostazione mercantile del promotore.
    Ma anche in questi casi, l’esistenza del tracciato è la garanzia di un certo controllo fisico ed economico che assicura un livello di carattere urbano. In un piano senza forma fisica, in cambio, la normativa diventa l’unico controllo della edificazione e, pertanto, le aree residenziali si adeguano esclusivamente all’interesse commerciale dell’iniziativa, per cui questi interventi non possono costituire parti significativi della città. E questo in città come Barcellona, senza elementi primari a causa di una particolare configurazione socio-politica, è di una estrema gravità: comporta la scomparsa della città.

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