La storia di Mantova

    «Mantua me genuit…»
    Secondo i poeti, il territorio che gravitava attorno a Mantova al tempo di Virgilio aveva queste caratteristiche: molti gli alberi, come faggi, salici, olmi e nei terreni ben coltivati (strappati alle acque, agli impaludamenti e ai boschi) viti, peri e meli; nei prati offerti spontaneamente dalla natura pascolavano armenti di pecore, di capre, di vacche. Sembra inoltre che le terre coltivate godessero già delle acque regolamentate dall’uomo, mentre il Mincio scorreva ancora libero inondando vasti canneti; un paesaggio decisamente idilliaco che non poteva certo lasciare muti i poeti del tempo.
    Se la zona mantovana è una terra conquistata alle paludi, bisogna riconoscere che questa conquista inizia con gli Etruschi, che riuscirono ad imbrigliare il Po, e che moltiplicarono i canali di scarico presso la foce.
    La colonizzazione romana trovò già un ambiente idoneo agli insediamenti. Le maggiori fortune economiche della città erano legate alla navigazione e all’economia dominante, che era essenzialmente agricola.
    Le testimonianze degli insediamenti oggi sono pressoché irrintracciabili, in quanto l’«isola» mantovana fu caratterizzata da un’urbanizzazione obbligata a ripetuti innalzamenti del suolo.
    L’ipotesi più accettata sulla localizzazione dell’insediamento romano (per i pochi resti trovati) è quella che individua il cardo con il lato nord occidentale delle attuali piazza Erbe, piazza Broletto e piazza Sordello, e il decumano con le attuali via Accademia e via Cavour.

    immagine 1

    La successiva evoluzione urbanistica nei secoli precedenti il Mille si localizza anch’essa nell’estremità orientale della città.
    In questo periodo dalla autorità di Roma si passa alla autorità vescovile che riunisce in sé anche il potere politico; in questi secoli si rafforza l’economia agricola, si sviluppa l’attività mercantile, si creano le Zecche per favorire gli scambi. L’autorità ecclesiastica si rafforza anche col crescere delle donazioni imperiali (800-900) e canossiane (1100); con il potere vescovile si creano pertanto le necessarie premesse di quella evoluzione politica, sociale ed economica che è alla base dello sviluppo urbanistico della città dopo la nascita del Comune (1116).
    Tuttavia già attorno al Mille Mantova possiede una struttura urbana individuabile, come si è detto, nell’estremità orientale della città; occupa per altro un’area limitata, il cui perimetro si può approssimativamente far coincidere con le rive dei laghi di Mezzo e Inferiore rispettivamente a nord-ovest e sud-est, con via Accademia a sud-ovest, con l’Ancona di S. Agnese a nord-ovest. Al di fuori del nucleo urbano esistono dei Borghi, circondati e divisi dalle paludi e costituiti da case o capanne a seconda del censo dei cittadini; questi estemporanei complessi abitativi non sono ancora tuttavia legati da una struttura viaria in grado di riunire il tutto in una unica realtà urbana.
    L’evolversi della attività mercantile e la nuova coscienza comunale determinano nell’XI e XII secolo una notevole pressione demografica ed edilizia sull’antico nucleo; la città si amplia così fino al Rio ed il tutto viene riconosciuto come «civitas».
    All’inizio del XIII secolo vengono emanate le prime norme edilizie; contemporaneamente si realizza un imponente progetto idraulico che regoli l’andamento del Mincio entro argini ben precisi. Per l’importanza che tali lavori assumono nella logica dei rapporti internazionali, prima condizionati e compromessi dalle acque, si può affermare che quello del Pitentino sia stato il primo vero intervento urbanistico. Dello stesso periodo è l’ulteriore ampliamento della città oltre il Rio; viene costruito un terrapieno che andrà dalla, «nuova porta dell’Acquadruccio» a S. Nicolò.
    In quegli anni il territorio si organizza in città. I quartieri che la compongono, l’origine dei quali sembra risalire ad una decisione presa dal Comune pochi anni dopo la sua costituzione in forma libera repubblicana, si ristrutturano in forma urbana sotto la spinta di incentivi economici, militari e fiscali.

    Dal Comune alla Signorìa
    L’organizzazione politica comunale, nata dal dissolvimento dell’apparato feudale ad opera delle lotte di classe tra i signori feudatari e la nuova borghesia, subisce nel XII secolo un processo involutivo: il Comune ha creato nuove e diverse personalità politiche ed economiche che lottano per il predominio sulla città. Si tratta di lotte determinate da motivi di potenza economica che limita i contendenti ad una ristretta cerchia.
    Dal XII secolo, con la trasformazione del Comune in Signoria, l’espansione della città si accentua, ma si trasforma spesso in una espressione di prestigio e di potenza.
    Le opere di trasformazione del tessuto urbano sono essenzialmente dovute alla signoria dei Bonacolsi e dei Gonzaga, ma è soprattutto a quest’ultima che Mantova deve la sua attuale struttura urbana.
    Il quadro del Morone, fatto dipingere nel 1494 dal marchese Francesco II Gonzaga, rappresentante lo scenario in cui si svolge il combattimento contro i Bonacolsi, risulta un documento di eccezionale interesse urbanistico poiché in esso l’autore rileva con fedeltà la situazione architettonica di quella grande piazza di S. Pietro quale si presentava ancora nel 1494. Dopo la sconfitta subita dai Bonacolsi, gli edifici che essi possiedono nella piazza di S. Pietro passano ai Gonzaga; ma soltanto il Palazzo e la Domus Magna, costruiti nella zona più alta della piazza, costituiscono il primo nucleo dal quale si sviluppa la reggia gonzaghesca.
    Dalla interpretazione della mappa dei Frari è possibile ricavare una sintetica immagine urbana di Mantova all’avvento dei Gonzaga.
    Grazie alle opere idrauliche e di difesa realizzate nel settore meridionale della città oltre il Rio, la città vi comprende quattro principali direzioni di sviluppo a supporto dei quartieri già chiaramente strutturati. La mappa, elaborata con sistema grafico approssimativo, conferma, per quanto esprime, la ricostruzione del Davari relativa alle vicende urbanistiche di Mantova nei secoli XIII, XIV e XV.
    Lo studio del Davari sulle modificazioni operate al tessuto in questi secoli, si riferisce in gran parte ad un atteggiamento culturale che ancora rispetta l’impianto medioevale del tessuto.
    Si determina anche un nuovo rapporto tra artista e committente; infatti il secondo, spesso notevolmente acculturato, influisce sulle scelte del primo approfondendo un rapporto che accentua il divario culturale ed ideologico ormai esistente tra la classe dominante e la popolazione.
    Ma fu principalmente grazie alla classe dominante, i Gonzaga, che Mantova divenne una delle capitali del Rinascimento.
    Una delle prime opere commissionate dai Gonzaga per la difesa della città vecchia e della corte è il Castello di San Giorgio, di Bartolino da Novara. Si trattava di risolvere un problema di urbanistica militare: trasformare le fortificazioni trecentesche esistenti lungo il lago, nei terreni più bassi dietro la corte vecchia, in un moderno caposaldo che potesse efficientemente controllare la strada proveniente dal lago di S. Giorgio che portava direttamente nella piazza di S. Pietro.
    La «politica delle arti» che essi usano abilmente come strumento per ottenere, con l’ammirazione che essa produce in una società raffinata e colta, i fini politici da loro perseguiti è quella di attirare a corte i più grandi artisti del tempo.
    La «sala del Pisanello» è da considerare uno dei primi risultati.
    Comincia a diffondersi a Mantova il gusto araldico-cavalleresco tardo-gotico e ciò si deve soprattutto all’influenza predominante che vi esercita il Pisanello fino alla metà del secolo XV. L’attività che egli esercita per i Gonzaga nei frequentissimi soggiorni a Mantova è certamente la più lunga e ricca di opere di quanto questo artista non dedichi alle altre corti che lo ospitano.
    Rinascimento in pochi decenni la corte dei Gonzaga è rinnovata, e Mantova diviene uno dei più importanti dell’Italia settentrionale. Lo sviluppo del palazzo Ducale rappresenta un fatto a sé rispetto alla storia del resto della città, ed è contemporaneamente parte integrante dello sviluppo urbano e fatto autonomo nello tempo. Da un lato la progressiva crescita delle parti del palazzo accompagna la storia della città, dall’altro il palazzo sede dell’autorità politica e del potere assoluto, è anche castello, baluardo difensivo della città verso l’esterno, è fortezza protetta nei confronti della città.
    Ancor oggi questo isolamento è caratteristica del palazzo Ducale, della sua monumentalità per così dire antiurbana, e delle altre corti-castello italiane.
    Il 15 febbraio del 1490 Isabella d’Este entra solennemente a Mantova come sposa del Marchese Francesco II Gonzaga. La sua volontà, insieme alle sue doti di intelligenza e di cultura, s’impongono presto nella corte gonzaghesca e ne mutano il clima, soprattutto nel campo delle relazioni artistiche e culturali; si circonda di letterati e poeti in particolare, ma anche pittori e musicisti, attori, studiosi, uomini di teatro e filosofi.
    Tra i fatti più rilevanti vi sono le vicende della formazione, e le successive transmigrazioni, dei Camerini o Gabinetti di Isabella, in particolare quelli denominati la Grotta e lo Studiolo, dove la Marchesa teneva la sua raccolta raffinata di oggetti d’arte.
    La Mantova medioevale è soggetta nel Rinascimento ad un profondo rinnovamento limitato peraltro all’interno delle mura. Dal 1375 al 1564 Mantova passa da 28.000 abitanti a 43.000 e l’aumento di densità demografica si ha in particolare nel settore meridionale della città.
    Vengono costruiti numerosi complessi religiosi, pubblici e di rappresentanza; vi lavorano il Brunelleschi (1431-1436), Luca Fancelli (1444-1478), il Mantegna (1459), l’Alberti (1460-1472).
    Per le ipotesi d’intervento a livello urbanistico emerge la personalità di Giulio Romano, che si trasferisce a Mantova nel 1524 e nel 1526 è nominato «prefetto delle fabbriche gonzaghesche» e Superiore delle vie urbane.
    Gli vengono inoltre dati incarichi di sorveglianza su tutto il territorio urbano. Le possibilità che gli si offrono di organizzare urbanisticamente la città lasciano ancora oggi supporre un suo intervento globale nel tessuto urbano senza poterlo per altro né documentare né dimostrare deduttivamente. Alcune sue opere, quali il Palazzo Te (1525), le Beccane e le Pescherie (1536), costituiscono una preziosa testimonianza per gli interventi successivi.
    Una testimonianza esatta della configurazione della città tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 ci è data dalla minuziosissima carta che Gabriele Bertazzolo incide nel 1596 e rielabora nel 1628.
    Questa carta è di un’importanza unica perché ci dà per la prima volta una traccia sicura sull’urbanistica di Mantova e ci permette un confronto con le carte posteriori e con l’ipotesi del Davari.
    E’ possibile riconoscere le nuove costruzioni per ciò che riguarda gli istituti politici, civili e religiosi, avvalendosi, oltre che del confronto cartografico, anche del confronto tra le due legende originali.
    Da un lato si moltiplicano i conventi di frati e di monache, gli oratori e gli ospedali, la cui diffusione testimonia lo sviluppo e l’organizzazione nella città rinascimentale attorno alle parrocchie, centri degli antichi borghi; dall’altro lato la città antica è interessata dalle vaste trasformazioni operate alla corte dei Gonzaga: prende corpo quell’eccezionale complesso di edifici e di ampliamenti che daranno vita alla corte di Mantova e si configura l’attuale forma e dimensione della piazza Sordello.
    E’ evidente che il maggior numero e la diversa qualità degli edifici elencata nella legenda della carta prospettica del Bertazzolo corrispondono ad una organizzazione produttiva e politica qualitativamente diversa dei due periodi storici: dall’economia comunale si passa a quella più ricca e complessa delle signorie.

    Splendore e decadenza della città
    Dopo il 1590 continua l’opera di rinnovamento in corso nel palazzo Ducale e l’incarico di prefetto delle fabbriche ducali viene conferito ad Anton Maria Viani. L’architettura si stacca dalla realtà urbana, quasi riflettendo l’atteggiamento politico della corte committente, chiusa in un sistema autarchico ed in un isolamento politico ristretto ai confini ducali.
    Tale atteggiamento, per altro comune a tutti gli stati italiani, segna l’inizio di una decadenza che, contenuta nel ‘500, ora esplode con la peste e con il «sacco» del 1630; nel 1645 la popolazione è ridotta a poco più di 13.000 abitanti. La rinascita economica di Mantova risulta estremamente faticosa e cerca di porre le sue basi sull’agricoltura; ma la rendita agricola si riversa su investimenti non produttivi di tipo edilizio, che, sporadici ed isolati, non suggeriscono né propongono alcun confronto dialettico tra una «ipotetica città barocca» e quella «rinascimentale»; la struttura degli isolati resta così immutata.
    Nel 1700 termina la dominazione dei Gonzaga; con essa ha termine la cultura urbana di Mantova che diventa un oggetto, uno strumento militare: una fortezza alternativamente in mano a Francesi e ad Austriaci, e tale resterà per 150 anni.
    A partire dal 1717 le fortificazioni hanno un notevole incremento. Per estenderle si demoliscono prima i quartieri di S. Lazzaro e di Cerese; viene poi demolito il borgo di S. Giorgio e parte di Pietole (1808-1809).
    Dal 1760, sorgono in due anni 26 caserme e 3 ospedali militari; altre 2 caserme sono costruite in Cittadella.
    Con l’abolizione e lo spostamento di ordini religiosi, passano al demanio vaste aree conventuali e assistenziali trasformate in uso militare.
    Sempre in questo periodo vengono fatte, anche se in numero rilevante, soltanto trasformazioni d’uso di edifici passati dalla nobiltà alla borghesia. Ma i veri interventi, in grado di dare un volto neoclassico alla città, sono di natura pubblica; il risveglio dell’attività culturale è dovuto all’intervento Teresiano.
    Le riforme di Maria Teresa dirette alla ricostruzione di un nuovo forte apparato statale, mirano a due principali obiettivi: la riforma dei pubblici uffici ed il censimento, quest’ultimo importantissimo. Il catasto Teresiano si risolve per Mantova in un aggravio fiscale senza alcun beneficio per la città.
    Uno dei pochi aspetti positivi risulta essere il rilevamento topografico delle parrocchie della città effettuato nel 1784.
    E’ di questo periodo la creazione dell’Accademia di Belle Arti, con annessa scuola di pittura, di scultura ed architettura, ad opera del pittore Giovanni Cadioli. Questa creazione nasce sostanzialmente da un rinnovato interesse per la reggia dei Gonzaga e per arrestarne il disfacimento.
    Nel 1773 la direzione dell’Accademia viene assunta da Paolo Pozzo, la cui personalità artistica contribuisce in larga misura al rinnovamento culturale ed urbanistico della città.
    Tra le opere pubbliche: viene aperta la Biblioteca comunale e vengono sistemati i palazzi reali (Palazzo Ducale e Palazzo Te), edifici di pubblico spettacolo ed altri complessi assistenziali. Tra gli interventi a livello marcatamente urbanistico alla fine del ‘700 viene allargata, con la demolizione di S. Giacomo, la strada di porta Pradella; le fronti delle nuove case ^che si allineano ai lati vengono preventivamente disegnate.
    Vengono, inoltre, demolite vaste zone edificate lungo il contorno meridionale delle fortificazioni e sul lato orientale di S. Paola, fino alle mura. Un intervento urbanistico che determina una nuova situazione urbana, è quello relativo alla creazione di piazza Virgiliana.
    Alzati gli argini, prosciugata l’Ancona, demolita la chiesa della Madonna dell’Argine, viene creato uno slargo irregolare sistemato a giardino. Altre iniziative relative al tessuto urbano circostante la piazza sono dovute alla creazione di vie di accesso.
    Un fenomeno di rinnovamento edilizio si sviluppa successivamente attorno alla piazza stessa (lato sud-ovest) contribuendo a dare un volto architettonicamente uniforme. Tra gli altri interventi è da rilevare la sistemazione del piazzale dell’Anconetta che determina una ristrutturazione dell’antico porto Catena.

    Dall’unità d’Italia alla seconda guerra mondiale
    Con la guerra d’Indipendenza del 1859, la provincia di Mantova viene divisa in due parti: metà al Piemonte e metà all’Austria.
    Diventa, per altro, una provincia di frontiera. Non essendo più interessata al commercio fluviale e di transito, l’economia decade ulteriormente impedendo all’origine ogni processo di reinvestimento e rinnovamento urbano; la situazione politica è tale che cessa anche il pubblico intervento che sotto l’Austria aveva ricevuto notevole impulso.
    Con l’unificazione di Mantova all’Italia la situazione non cambia; il divario economico di tipo agricolo e industriale con le altre province della regione è ormai troppo grande perché un atto politico possa improvvisamente farlo superare. Inizia, per altro, un paziente lavoro di ristrutturazione del settore agricolo, rivolto alla riforma dei sistemi di coltura e alla lavorazione e trasformazione dei prodotti.
    Il nuovo impulso economico comincia a far sentire i suoi effetti con fermenti di rinnovamento, che, tra la fine dell’800 e la seconda guerra mondiale, indirettamente determinano la demolizione di importanti monumenti. In particolare hanno incisive ripercussioni urbanistiche: l’abbattimento delle mura magistrali (avvenuta in gran parte dopo la guerra 1915-18 per offrire lavoro ai disoccupati), la demolizione ed interramento del ponte di S. Giorgio, la demolizione del convento di S. Domenico, la parziale distruzione fascista del monastero di S. Orsola. Vengono inoltre demolite: porta Cerese, porta Pusterla e porta Pradella.
    L’abbattimento delle mura magistrali nel lato meridionale della città ripropone al presente esame i termini dell’espansione urbana.
    Con il prosciugamento ed interramento del lago Paiolo l’espansione si estende sull’unico lato possibile; nel 1928 viene costruito l’Ospedale Civile, attorno al 1930 viene tracciato un primo schema viario della zona. E’ negli anni Trenta che viene realizzata piazza Martiri di Belfiore con la demolizione degli edifici fronteggianti il palazzo delle Poste e con la costruzione dell’Istituto della Previdenza Sociale, fiancheggiante il Rio.
    Nel 1934 fu bandito il primo concorso per il piano regolatore generale della città di Mantova. Il progetto vincente che prevedeva il prosciugamento dei laghi e nuovi sventramenti, non fu mai adottato.
    L’espansione residenziale a macchia d’olio oltre il tracciato delle antiche mura si consolida dopo la seconda guerra mondiale; all’interno restano, specie nel settore meridionale dell’antico nucleo, larghe proprietà ecclesiastiche demaniali (già conventuali), che, parzialmente distrutte dagli eventi bellici, restano a lungo inedificate fino a questi ultimi anni quando la pubblica Amministrazione utilizzerà solo in parte queste ultime occasioni per la creazione di servizi centralizzati all’interno delle mura.
    La città, sotto la nuova spinta demografica determinata dalla costruzione di alcuni complessi industriali, rivolge la soluzione della richiesta abitativa verso l’esterno dove si indirizzano negli anni cinquanta gli interventi dell’edilizia pubblica; il piano regolatore generale del 1956 codifica tale tendenza lasciando completamente insoluta la definizione del ruolo del centro storico.
    All’interno dell’antico nucleo viene, per altro, effettuata una profonda modificazione alla struttura medioevale: riguarda la copertura di un buon tratto del Rio; è inoltre perseguito il risanamento del Ghetto. Entrambi vengono attuati con autentiche operazioni di sventramento del tessuto, dettate più dalla preoccupazione rinnovatrice e di rappresentanza del dopoguerra che da autentiche necessità di risanamento integrale; tutto questo senza tentativi di restauro conservativo.

    Il recupero del centro storico
    L’interesse odierno per il centro storico è giustificato dal fatto che fino ad ora, nonostante le intenzioni e i progetti di un recupero ambientale-conservativo, si è giunti a nulla di fatto.
    Una rivitalizzazione del centro storico si rende necessaria per evitare una ulteriore perdita di entità di una città come Mantova, che oltre ad essere una città di dimensioni contenute e di scarso peso demografico, ha una capacità di attrazione che non è assolutamente proporzionata al suo patrimonio artistico e culturale.
    Bisogna pensare ad una pianificazione che veda restituita la provincia ed il centro stesso, non solo come recupero conservativo, ma anche innovativo e coinvolgente realtà diverse da quelle specificatamente artistiche e culturali.
    Dare quindi un ruolo direzionale e terziario alla città per porla in stretto collegamento con le politiche regionali di sviluppo, ed evitare che rimanga costretta in un ruolo subalterno come è avvenuto sino ad oggi.
    La nuova esperienza regionalistica è infatti valida nella misura in cui le scelte delle varie Regioni non saranno il frutto
    di visioni campanilistiche o peggio di contrapposizione fra le singole regioni amministrative, ma saranno il frutto invece I di una coerente e articolata attuazione della finalità della programmazione nazionale nella realtà locale.
    Una provincia, come quella di Mantova, travagliata da gravi problemi di carattere economico e sociale, disoccupazione, sottoccupazione e impiego di alta percentuale di popolazione in agricoltura in condizioni di superlavoro e di distacco da una intensa partecipazione alla vita sociale, finisce per isolarsi anche dalle correnti più vive del pensiero e della cultura del Paese.

    Related Posts

    Comments are closed.