Un rifugio nella pianura pontina

    “Da qui a sin dove lei riesca a chiarirmi le opere effettuate le sarò riconoscente”. Così, nel 1779, il papa Pio VI si rivolgeva a Gaetano Rappini. L’uno di fronte all’altro, protetti dal cocchio papale, attraversavano quella pianura pontina dove assopirsi in viaggio, anche un attimo, poteva costare molto caro. Anche la vita. E non per mano dei briganti, che pure non mancavano. Il killer vero era una piccola zanzara. Di comune radice bolognese, il papa si era affidato a Rappini, ingegnere con alle spalle due bonifiche nel Ravennate e nel Ferrarese, per risolvere il problema di quell’immenso acquitrino. E con lui era in viaggio di ricognizione. “Santità io non oso la sua destra”, rispose con deferenza l’ingegnere.


    E quindi ebbe la sinistra: per i lavori compiuti per prosciugare le paludi (ma forse anche per averlo tenuto sveglio con il fervore di chi crede in un progetto) Pio VI gli concesse in premio l’uso di un vasto territorio tra Sezze e Terracina. Le cose, però, non girarono al meglio per nessuno dei due: il Papa finì a Gaeta, scacciato da Roma dai francesi, e l’ingegner Rappini senza più sovvenzioni continuò solo la sua opera e ci lasciò pure le penne, morendo di malaria.

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    Mezzo secolo dopo Francesco e Mario, suoi eredi, risollevarono le sorti della famiglia cogliendo i frutti che finalmente cominciava a dare quella terra resa fertile dalla bonifica compiuta da Gaetano. Furono loro, nel 1834, ad acquistare questo casale del 1600, in contrada Gavotti, a un tiro di schioppo dal Circeo e dalle dune di Sabaudia. Un’imponente masseria con forno, stalle, pozzo, magazzini e una chiesetta. Un piccolo borgo elevato di un metro e sessanta centimetri sulla pianura pontina. E proprio grazie alla sua privilegiata posizione – che in caso d’inondazione lo trasforma in un’isola – vi trovarono rifugio novanta famiglie durante l’ultima guerra, quando i tedeschi in ritirata, per impedire alle forze americane di risalire da sud, riallagarono tutta la pianura distruggendo le idrovore. Ora quel casale è il rifugio del marchese Francesco Rappini, ultimo erede dell’illustre casata. Ex giornalista sportivo e fotografo, vissuto a lungo a Barcellona, cronista fin dall’inizio delle avventure del Camel Trophy e della Parigi-Dakar, dal 1987 ha scelto un’altra avventura che definisce morale: quella di mantenere in vita il casale avito. “Non un ritorno alle radici, perché sono bolognesi”, spiega indossando il cappotto di pelle con cui il nonno girava per le paludi. “E prima ancora abruzzesi: la mia famiglia nel 1500 risiedeva a Rapino. Queste pietre sono soltanto un pezzo della nostra storia, ma questo è anche l’unico luogo capace di restituirmi il calore di una famiglia e la memoria di un progetto importante. E dunque ho scelto di vivere qui, di conservarne lo spirito. Lo faccio con minimalismo francescano con le mie mani, senza aiuti né imprese. Una battaglia quotidiana e incompiuta, perché è immenso l’impegno fisico che ti richiede uno spazio di novemila metri quadrati, pieno di piccoli vani che ho restaurato riciclando oggetti e dove anche oggi, come in tempi lontani, si dà ospitalità a chi la chiede.

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    Ma fatto anche di grandiosi spazi che si trasformano per feste di matrimonio o per esporre opere d’arte”. Spazi in perpetua trasformazione che contengono, come un bric-à-brac, le cose più incredibili: da un camper ai pezzi di un elicottero, da una sedia di plastica ai troni di gesso. Una fatica, ma anche un gran bel gioco per Rappini, perfetto shabby, termine inglese che teorizza l’incompiuto, ma anche il non pretendere nulla di più dal destino di un luogo.

    Nella foto, un dettaglio del terzo piano che Francesco Rappini ha trasformato da magazzino di alimenti in magazzino di memorie. Un trionfo di oggetti di famiglia, di scambi o regali di amici: una dormeuse sgangherata, un tavolo da ingegnere e un cannocchiale con cui scrutare la campagna. Il grande spazio a pianoterra, una ex stalla ora diventata un salone che ha conservato le vecchie mangiatoie. Appeso in alto in fondo, sopra una grande cucina, un quadro di Anna D’Alosio Majo, rimasto dopo l’allestimento di una mostra.

    Ancora al terzo piano, nel regno del riciclo, una dozzina di vecchi televisori rimessi in funzione da Francesco Rappini per godersi contemporaneamente, come se fosse in uno studio televisivo, le gare di auto e moto trasmesse dalle televisioni. Una quinta formata da un gigantesco tappeto del Caucaso, di cui un amico si è liberato con piacere, ripara dalla luce. “Neanche un oggetto che è qui è stato comprato”, dice con un certo orgoglio Rappini.

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