Migliaia di riflessi e una lucentezza secolare. Sono i pezzi delle cristallerie Saint-Louis-les-Bitche di Lothringen, in Francia. Opere d’arte inimitabili, create da maestri vetrai che si tramandano gelosamente una tradizione che con i suoi capolavori ha attraversato l’intero globo. Come il candeliere del Nepal, o il più grande lampadario del mondo creato per una reggia orientale.
In un solo mese i maestri vetrai delle cristallerie francesi Saint-Louis hanno creato uno dei più grandi lampadari a corona del mondo.
Lothringen, un paesino della Francia, 1586. Comincia la storia della vetreria Saint-Louis. Nulla fu lasciato al caso, dalla scelta del luogo allo studio delle formule che hanno trasformato il vetro in cristallo. Da allora ne sono state messe a punto ben 129, tutte custodite gelosamente. La peculiarità di quest’’azienda è stata, ed è, quella di aver saputo sfruttare la capacità del cristallo di riflettere la luce, qualità fondamentale per riuscire a costruire candelabri di ogni tipo, che hanno reso la Saint-Louis celebre in tutto il mondo. Per esempio lo straordinario “Candelabro del Nepal” realizzato nel 1893, destinato al palazzo reale a Katmandu: 1790 pezzi, 36 luci, 800 chili, quattro metri d’altezza. Attraversando gli stanzoni della Saint-Louis-les-Bitche ancora oggi si sente forte il fascino del passato. Soprattutto durante il turno di notte, nelle sale poco illuminate. Dappertutto sfrigolano fiamme, borbotta la massa infuocata di cristallo, volano scintille dai forni che non vengono mai spenti. Con pesanti carrelli di ferro i soffiatori trasportano gli oggetti ancora roventi nella sala di raffreddamento. Come una volta, gli utensili dei maestri sono grezzi e intagliati nel legno di viscida, uno dei più resistenti al calore. In un angolo un uomo mescola un ammasso fluido e rovente, è cristallo.
solo un occhio preciso riesce a realizzare la molatura a forma di stella della coppa pesante. Anche per gli altri elementi del lampadario un molatore ha bisogno di anni d’esperienza, almeno quindici. Affinché le tenaglie del maestro trovino un punto più rigido per il taglio, una parte della massa da lavorare viene immersa nell’acqua per raffreddarsi.
Il maestro incomincia la lavorazione con i suoi attrezzi, allungando la massa incandescente. Nel frattempo un altro artigiano soffia attraverso un tubo all’interno della massa infuocata, per creare uno spazio in cui far passare i fili elettrici. Tutto molto velocemente, perché, nel momento in cui il cristallo si sarà raffreddato, non si potrà più lavorare. La finitura a mano di ogni singolo pezzo ha la sua storia. Una fiaccola, per esempio, passa attraverso le mani di undici artisti e a ogni passaggio viene abbellita. Intanto, in un’altra enorme sala si stanno delineando le proporzioni di uno dei più grandi lampadari che abbiano mai lasciato la cristalleria. Il maestro vetraio, Gilbert Koelsch, sale su una scala, mette le fiaccole sopra le lampadine a pera e avvita con i colleghi grossi pezzi a forma di scodella allo stelo del lampadario. Il maestro pulisce ogni singolo pezzo dalla polvere, controlla attentamente ogni braccio, ogni coppa, ogni calice dell’opera, affinché siano perfetti. «La vera ricchezza della Saint-Louis è la sua forza lavoro, con un’enorme capacità ed esperienza», afferma Christian Scheffer, dirigente della cristalleria, «se le conoscenze dei maestri vetrai venissero perse, morirebbe un pezzo di storia. Ai nuovi artigiani vengono trasmesse tradizioni antichissime». Ora il pesante lampadario oscilla minaccioso. Anche l’ultimo piano pende luccicante dal supporto d’acciaio, per una massa di una tonnellata e mezza, tanto quanto un’automobile, divisa in piani orizzontali, sorretta da un solo stelo lungo tre metri. Nelle sfaccettature dalle diversissime forme di cristallo brilla la luce del giorno, e come fontane barocche le coppe tengono uniti i bracci del lampadario.

Centoventinove luci brillano su altrettante bugie, circondate da fiaccole trasparenti. Ghirlande passano da un braccio all’altro come perle di rugiada, e sfociano in campanelle di cristallo con il batacchio a forma di goccia. Una cupola di cristallo forma la parte finale. Il nuovo gioiello da 750.000 euro che presto lascerà Lothringen è pronto per un acquirente anonimo. Gilbert Koelsch per due giorni interi ha fissato, girato e collegato con la corrente più di 3000 singoli pezzi, per scoprire anche le più piccole imperfezioni. Sale di nuovo sulla scala e inizia lo smantellamento del lampadario. Avvolge ogni pezzo in carta di seta e impacchetta campanellini, braccia e fiaccole in casse che partiranno alla volta di un palazzo in Oriente. Lui stesso rimonterà l’opera da sogno sul posto. Impiegherà parecchie ore, ma neppure un minuto è sprecato quando si tratta di far brillare il cristallo in tutto il suo splendore.
La squadra al lavoro: tre montatori della cristalleria Saint-Louis avvitano la coppa di cristallo. Un lampadario a corona di questa grandezza è composto da più di 3.000 pezzi, tra cui i portalampada. Per poter controllare durante il lavoro le forme, i maestri vetrai tengono bene in vista i disegni d’archivio.
