Rigorosa e armoniosa come lei, la sua casa riflette in modo perfetto la sua doppia cittadinanza: giapponese di origine, milanese da vent’anni. Abitazione, laboratorio, galleria coabitano in un ordine preciso e sereno.
Una essenziale scaffalatura bianca fa da espositore alle ultime opere di Oki Izumi: forme concluse o slanciate verso l’alto, composte da centinaia di lamelle di vetro tagliate e aggregate con precisione intransigente. In basso, l’artista con una scultura montata all’interno di un’intelaiatura di ferro al naturale.
Un particolare del tavolo con piano in cristallo; accanto al portamatite la piccola scultura Ix. La sedia accanto alla scrivania a onda (disegnata da Izumi) è di Philippe Starck per Baleri.
Tavolo con struttura di metallo e piano in cristallo di Baleri; sedie “Barocca” dello scultore Pierantonio Volpini con la seduta di velluto rosso: una sorta di Luigi Quindici da osteria, delle rococò pieghevoli. Sulla parete una scultura di Valerio Gaeti. Divano artigianale rivestito in seta cruda. Sui ripiani della libreria, diverse opere di Oki Izumi. L’area dedicata alla cucina è uno spicchio tagliato all’interno dell’open space e isolato da quinte scorrevoli a tutt’altezza: una volta chiuse formano un volume bianco che si mimetizza con le pareti e l’armadio a muro.

La casa di Oki Izumi è come lei, precisa, forte e leggera. E’ una casa per certi versi milanese ed è senza dubbio una casa giapponese. Bianca e minimale come si usa adesso, in modo quasi ossessivo, a Milano; ma l’involucro bianco, fatto di muri, contenitori e quinte che si confondono gli uni negli altri ripropone l’essenza delle case giapponesi, dove gli oggetti scompaiono, chissà dove. Izumi ci fa entrare e sorride. Per lei sorridere è naturale come respirare. Però ogni tanto si sospende. Diventa buia un momento, per riflettere meglio. Poi si esprime, e non sono mai parole attese e scontate; è tonificante. Tutto quello che dice, lo pensa fino in fondo. Mentre parla non sorride, quando ascolta sì. Parla e ascolta sempre con attenzione.
Per trasformare un classico bilocale in questa casa a scomparsa Oki Izumi si è rivolta allo studio di Anna Clerici e Maddalena De Molinari, due architetti noti per il loro purismo: l’incontro tra tre donne intransigenti non poteva che sortire questo risultato rigoroso. Solo che, abitato da lei, questo spazio diventa naturale, per niente artificioso. L’equilibrio delle opere, della vita, della casa e della persona di Oki Izumi non hanno preso la forma della simmetria. L’equilibrio suo, dei suoi volumi e dei suoi lavori è come quello naturale: è composto ma teso, tutto di concentrazione. La morbidezza, la velocità, l’irripetibilità di una curva, di un’onda sono individuate, e fermate, da una somma di calcoli matematici che spaventerebbero chiunque non abituato quanto lei alla concentrazione.

Monacale la camera, raffinatissimo il bagno
Un altro taglio diagonale, formato da quinte e contenitori, isola e nasconde la camera da letto essenziale, e la stanza da bagno. Qui la rarefazione dell’arredo lascia il posto a uno straordinario gioco di specchi che creano un effetto illusorio e moltiplicano i riflessi della scultura fa da base al piano del lavandino: un’onda luminosa creata da Izumi per celebrare l’importanza della stanza da bagno nella cultura giapponese, uno spazio dedicato al benessere e alla meditazione.
Stiamo fotografando la casa, ma per il tè il lavoro si deve fermare: anche dopo decenni di Occidente, celebra questo rito. Dai contenitori escono suppellettili esclusive e preziose. I dolci higashi che Izumi ci offre con il primo té di benvenuto hanno forma di foglioline di ginkgo, color crema, o di castagna, oppure sono verdolini o color acero, a forma di foglia o di pigna.
I biscotti rettangolari più grandi, invece hanno in rilievo il loro nome, una scritta che si pronuncia rakugan e che vuol dire dolce di legumi. Sanno di pisello, di fagiolo, sono un po’ dolci e un po’ salati, avvolti a uno a uno in una sottile carta velina. Qualche ora più tardi ci offrirà un tè primaverile: un fiore di ciliegio disidratato sotto sale, sakura-yu, che rinviene nell’acqua bollente, su cui galleggia e a cui cede il suo sapore di sale e di frutta d’estate.
Oki Izumi al lavoro: i solidi che costituiscono le sue sculture sono formati sovrapponendo e incollando sottilissime lastre di vetro tagliate e molate secondo misure progressive calcolate con minuziosa precisione. Potrebbe, per questi calcoli, aiutarsi con il computer, ma preferisce compitare a mente le sequenze (nel particolare in alto a destra, una tabella di questi conteggi): è un esercizio di concentrazione a cui non sa, e non vuole rinunciare.
Izumi lavora con il vetro: «Ho pensato tante volte di usare altri materiali ma non sono riuscita ad allontanarmi dalle lastre di vetro industriale: mi sento felice ogni volta che riesco a ricavare una forma espressiva da questo materiale rigido, ostile e senza personalità». Dal vetro in lastra ottiene solidi geometrici, curvi, a onda, a spirale, per mezzo di calcoli puntuali. E’ come se per piegare il vetro e fargli assumere tutte le forme più morbide, lei ricorresse al rigore della matematica. Attraverso minuziosi calcoli matematici definisce le dimensioni di ciascuna delle tessere di vetro che, assemblate, svilupperanno forme libere e morbide. Taglia le lastre con tagliavetro e bisturi e le mola a mano con carta vetrata: i bordi si arricchiscono così di trasparenza e di riflessi, mentre molati a macchina diventerebbero più opachi.
