Pianificazione urbana

    Se si indaga sulla formazione della disciplina urbanistica in Inghilterra partendo dal momento in cui viene istituzionalizzata a livello nazionale si presentano due ordini di questioni. Da una parte l’impiego del disegno architettonico condiziona profondamente la definizione di una nuova professione il cui campo di competenze travalica i confini del singolo manufatto edilizio; dall’altra, proprio il disagio dovuto all’’utilizzazione di discipline diverse induce ad una ricerca su esempi di pianificazione significativi, come per stabilire le origini di un linguaggio giunto ormai a maturazione. Disegno e Storia vengono presentati nella massima ambiguità poiché se ne sporcano le tecnicheper nascondere una profonda crisi dell’architettura e per unificare l’immagine di un sapere composto, al contrario, da linguaggi separati. Ma c’è di più: Disegno e Storia, poiché rappresentano uno le prospettive future e l’altro i segni del passato, divengono segmenti di un filo continuo che converge sul presente della città. Sotto questo aspetto, un Piano Urbano si presenta come un processo di trasformazione del reale in cui analisi storica e progettazione architettonica si fondono in un unico procedimento lineare e senza rotture.

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    Fra coloro che individuano le regole per comporre un’immagine unica della città troviamo CHARLES H. REILLY e STANLEY ADSHEAD (1868-1946), responsabili rispettivamente della Scuola di Architettura e del Dipartimento di Civic Design a Liverpool. Al congresso del R.I.B.A. del 1910 Reilly sostiene che l’architettura troverà la sua espressione finale nelle Città del Futuro, che è la sintesi più alta a cui possa pervenire l’uomo. In quest’opera collettiva c’è uno spazio per tutte le arti: al l’architettura il compito di educare al gusto per la bellezza, là dove si è già pervenuti all’utilità di ogni funzione urbana. La città è paragonata ad un’opera d’arte in cui si riflette quello che è definito come “carattere della civilizzazione”. Reilly riconosce la parzialità operativa della propria disciplina e, contemporaneamente, ne prospetta un ruolo privilegiato rispetto ad altre arti, in quanto pur essendo all’ultimo stadio sulla costruzione della città detiene le regole per la composizione dei monumenti e per la rappresentazione di un edificio. Quando Reilly postula le qualità monumentali dell’architettura è chiaro il suo tentativo di estenderne le regole fino all’ambito urbano: se disegnare un edificio monumentale significa definire un’unità completa dal la quale nulla può essere tolto o aggiunto, ne consegue che 1 ‘ architettura, in quanto arte della composizione delle parti, è la disciplina che meglio delle altre può guidare la costruzione della città del futuro.

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    Con Reilly la città è un lavoro d’arte, ma è con Adstead che si compie uno spostamento definitivo di alcune categorie architettoniche verso il campo della pianificazione, con lo scopo di rappresentare la città nel suo insieme. La pratica del Civic Design non si ferma alle qualità del monumento, ma procede nel disporre edifici e nel creare spazi nella città. Ciò che conta è l’effetto architettonico della totalità de gli edifici progettati, mediante i quali si configura la riunificazione della città divisa da funzioni e parti separate. Non sono le singole qualità architettoniche che contano, quanto invece l’espressione unita ria dell’intera città, si tratta di un’immagine continua e in se uniforme che deve caratterizzare ogni intervento di ristrutturazione urbana.
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    Quello che conta è la semplicità delle masse progettate, le relazioni più convenienti fra le loro parti e soprattutto l’ordine gerarchico con cui vengono distribuiti gli edifici monumento (il richiamo alla Ecole des Beaux Arts è esplicito, soprattutto nelle relazioni fra i vari oggetti architettonici, secondo parametri quali la simmetria, l’equilibrio dei volumi, dei vuoti e dei pieni e le fughe prospettiche). Inoltre, per l’ordine compositivo e per l’omogeneità di stile non occorrono solo oggetti utilitari; la decorazione e l’arredamento urbano impiegano anche objets de vertu: archi trionfali, sculture, colonne, ed altri oggetti di bellezza e di interesse storico che fanno parte di un insieme organico.
    Le prospettive aeree con cui Adstead illustra le sue proposte per il centro e per i sobborghi di Liverpool servono dunque ad anticipare l’immagine finita di queste mete ideali. Tali disegni però non contengono innovazioni linguistiche rilevanti. Si può affermare che quella che è stata definita come Liverpool manner è un’architettura le cui forme perdurano in un’accademica staticità. Di qui tutta la loro ambiguità: Adstead è convinto di aver risolto con le proprie architetture la questione del rapporto fra funzioni interne di un edificio e la loro rappresentazione esterna, e dunque di poter giungere ad una sintesi compositiva tra forme e funzioni urbane. Di fronte a nuovi problemi progettuali non è l’architettura che trasforma il proprio codice, ma si cambiano le motivazioni con cui se ne sostituisce il primato estetico.

    Nel suo manuale del 1923, Town Planning and Town Development, Adstead spiega che la base dell’urbanistica è la sociologia; il richiamo a Geddes è implicito, però le finalità sono diverse. La sociologia arricchisce il linguaggio con cui si descrive la città, introducendo categorie nuove su cui fondare i propri disegni e, inoltre, l’impiego di concetti quali “struttura organica” o “crescita naturale” risponde a quanto già enunciato: se lo scopo delle scienze sociali è quello di riunificare e riequilibrare l’organismo sociale il Civic Design è la disciplina che esprime meglio di tutte l’immagine sintetica di tale ricostruzione. Infatti, Adstead pur spostando i suoi interessi verso la pianificazione cercherà sempre di mantenersi legato alla progettazione edilizia.
    Invece, chi sostiene più apertamente una maggior autonomia dell’urbanistica come nuova scienza di controllo e progettazione della città è PATRICK ABERCROMBIE (1879-1957), che occupa la cattedra d’insegnamento di Adshead dopo il 1915.
    Negli anni precedenti Abercrombie, che è uno dei principali redattori della Town Planning Review, sostiene che il processo di civilizzazione deve fondarsi sull’arte dell’urbanistica architettonica: una disciplina che senza negare l’architettura monumentale della Scuola di Liverpool, utilizzi il sapere di più scienze urbane, come l’igiene edilizia, l’archeologia, la cartografia, la storia locale, l’ingegneria e il giardinaggio. A questa conclusione si perviene ricostruendo la storia degli interventi urbani passati e studiando il comportamento di varie forme di città, soprattutto quelle di grandi dimensioni. La storia delle capitali europee e delle città americane non è altro che ricerca di quei segni (le piazze, le fortificazioni, i giardini, le grandi arterie di traffico) con cui si può trasformare in ordine il vortice della loro vita. Ne deriva una ridefinizione della figura dell’architetto: al suo ruolo di rifinitore di oggetti predeterminati si sostituisce quello di ispiratore di tali oggetti a scala territoriale. Rifare la storia della città e delle loro architetture in questo caso assume un fine prevalentemente operativo: enunciare le forme semplici del fare architettonico, giudicandone la tenuta rispetto a nuo ve esigenze progettuali. Come Adshead, anche Abercrombie è per un tessuto urbano omogeneo, senza fratture formali. Il modello di riferimento è risultato di un incrocio fra Berlino, che ha un centro compatto e densamente abitato, e Letchworth, con una periferia a bassa densità.
    Non molto distante da questa forma urbana è l’immagine suggerita da THOMAS ADAMS (1871-1940), segretario della società per la prima città giardino (Letchworth) nel 1901. In seguito Adams si rende più disincantato del modello howardiano, pur affermando la correttezza della bassa densità in periferia. Tale trasformazione teorica va inquadrata nella esperienza che egli ha in materia di pianificazione regionale. Adams ricopre cariche pubbliche come quella di Town Planning Inspector presso il Locai Government Board e di Town Planning Adviser per il governo canadese.
    Per Adams il town planning nasce agli inizi del Novecento: rifare la storia del primo uso di questa espressione serve solamente a stabilire l’inizio di una pratica che non corrisponde ad una professione del tutto nuova, ma è ritorno ad un coordinamento fra architettura e ingegneria. Tuttavia, in tale recupero dell’arte del town design rimane fondamentale l’aggiornamento alle nuove esigenze di sviluppo urbano, accompagnato da una comparazione di esempi adottati all’estero. A differenza degli altri personaggi esaminati, Adams, fin dall’inizio della sua attività, rinuncia però al ruolo predominante del disegno architettonico. Il linguaggio della pianificazione non scende nei particolari e giunge solo all’assetto plani volumetrico: esattamente fino a quanto compete alle autorità locali.

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